Quai prenomi e nomi avessero questi due consoli, non si è potuto accertatamente scoprire fin qui. Nell'anno presente, per quanto sembra risultar dalle medaglie [Mediobarbus, in Numismat. Imper.], la vittoria accompagnò il valore dell'armi romane nella guerra coi Marcomanni. In esse comparisce la Vittoria Germanica, la Germania soggiogata, e truovasi anche il titolo di Germanico dato a Marco Aurelio. Quel solo che non si sa intendere, punto non si vede moltiplicato il titolo d'imperadore ad esso Augusto, come pur solea praticarsi dopo qualche insigne vittoria. Può anche mettersi in dubbio, s'egli per anche ricevesse il cognome di Germanico. Ma se non sappiamo il quando, abbiamo almen sicure notizie da Capitolino [Capitol., in Marco Aurelio.] e da Dione [Dio, lib. 71.], ch'egli ridusse i Marcomanni al Danubio, e che nel voler essi passare quel gran fiume, diede loro una solenne rotta, e liberò la Pannonia dal giogo de' Marcomanni, Sarmati e Vandali. Parte del bottino fatto in quella fortunata azione, siccome composto di roba tolta ai sudditi della Pannonia, volle che fosse restituita ai poveri paesani. Del resto pesatamente procedeva il savio imperadore in sì pericolose congiunture, senza voler azzardare le battaglie a capriccio e sapeva temporeggiare per cogliere i vantaggi. Che se negli affari civili nulla mai determinava senza averli conferiti prima co' suoi consiglieri, molto più ciò praticava in quei della guerra, dove la prudenza ed accortezza ottien più d'ordinario che la forza. Nè s'intestava del suo parere; solendo dire: Più conveniente è ch'io segua il consiglio di tanti e sì saggi amici, che tanti e sì saggi amici seguitino il parere di me solo. Per altro era egli costante nelle fatiche, sebben molti il biasimavano, perchè un filosofo par suo volesse menar la vita fra l'armi e fra i pericoli della guerra: vita che non si accordava punto colle massime degli altri filosofi: pure egli con lettere o colla viva voce facea conoscere giusto e lodevole il suo operare, trattandosi del bene della repubblica, per cui si dee sofferire e sagrificar tutto. Nè per quante lettere gli scrivessero da Roma gli amici, affinchè lasciato il comando ai generali, venisse al riposo, mai non si volle muovere, finchè non ebbe dato fine a questa guerra, che riuscì più lunga di quel che su le prime si credeva.


CLXXIII

Anno diCristo CLXXIII. Indizione XI.
Eleuterio papa 5.
Marco Aurelio imperad. 13.

Consoli

Marco Aurelio Severo per la seconda volta e Tiberio Claudio Pompejano.

Il secondo console, cioè Pompejano, non è già il genero di Marco Aurelio, siccome colla sua consueta accuratezza osservò l'incomparabile Noris [Noris, Epist. Consulari.]. Non gli ho io dato il prenome di Tito, come fan gli altri, perchè in un'iscrizione dal Doni e da me riferita [Thesaurus Novus Inscription., pag. 338.], il veggo chiamato Tiberio, con prenome più usitato dalla famiglia Claudia. Le medaglie [Mediobarbus, in Numismat. Imperat.] ancora di quest'anno parlano della Vittoria Germanica e della Germania soggiogata, e nominato Germanico Augusto l'imperator Marco Aurelio; ma senza ch'egli porti altro titolo che d'Imperadore per la sesta volta, com'egli era chiamato negli anni addietro. Non è improbabile, che in questo verno succedesse la vittoria che, per attestato di Dione [Dio, lib. 71.], riportarono i Romani, combattendo coi popoli Jazigi sul Danubio agghiacciato, con far di molte prodezze. Fors'anche potrebbe appartenere all'anno presente ciò che narra Vulcazio Gallicano nella vita di Avidio Cassio [Vulcat., in Avidio Cassio.]. Voleva costui essere rigidissimo custode della disciplina militare, e si pregiava di essere chiamato un altro Marco. Di tal sua severità, che più convenevolmente si dovea chiamare crudeltà, molti esempli si raccontavano. Fra gli altri uno è il seguente. Comandava egli un corpo dell'armata cesarea alle rive del Danubio. Avendo un dì alcuni de' suoi capitani adocchiato di là dal fiume una brigata di tremila Sarmati, che non faceano buona guardia, senza che nè Cassio nè i tribuni lo sapessero, con poca gente passarono improvvisamente il fiume, diedero loro addosso e li disfecero, con far anche un riguardevol bottino. Ritornati al campo que' centurioni, tutti lieti andarono a presentarsi a Cassio, sperando un bel premio per l'impresa felicemente riuscita. Il premio fu, che egli fece immantinente giustiziar tutti, e col gastigo degli schiavi (rigore senza esempio), cioè colla croce, dicendo che si sarebbe potuto dare che i Barbari avessero finta quella negligenza per tirare alla trappola i Romani, e che non s'avea a mettere così a repentaglio la riputazion del romano imperio. E perciocchè a cagion di questa sì rigorosa giustizia l'esercito suo si mosse a sedizione, saltò Cassio fuor della tenda in soli calzoni, gridando: Ammazzate me, se avete tanto ardire, ed aggiugnete questo delitto all'altro della disciplina da voi trasgredita. Questo suo non temere fu cagione che i soldati temessero daddovero, e si quetassero. Ma divolgata una sì fatta azione, mise tal terrore ne' Barbari, che spedirono a Marco Aurelio, lontano allora da quelle contrade, supplicandolo di dar loro la pace per cento anni avvenire. Al rovescio di Cassio era esso imperadore tutto amorevolezza e bontà verso de' soldati, e ben li trattava; ma non volea già che dessero la legge a lui [Dio, lib. 71.]. Dopo una sanguinosa battaglia, riuscita felice all'armi romane, gli dimandarono i soldati paga doppia o altro donativo. Nulla volle dar loro con dire, che il di più del solito che avesse dato, bisognava cavarlo dal sangue de' loro parenti, e ch'egli ne avrebbe renduto conto a Dio. Nè cessava l'infaticabil Augusto, sbrigato ch'era dalle faccende militari, di ascoltare e decidere le cause e liti occorrenti. Si trovava egli nella città di Sirmio, sua ordinaria residenza durante questa guerra; benchè Paolo Orosio [Orosius, in Histor.] scriva ch'egli per tre anni si fermò a Carnunto, città vicina a Vienna d'oggidì, quando arrivò Erode Attico [Philostr., in Herode Attico.] celebre oratore di questi tempi, e stato già console, per cagion di una lite assai calda ch'egli avea con la sua patria Atene. Vi giunse anche il deputato degli Ateniesi, per nome Demostrato, che fu ben accolto da Marco Aurelio, principe naturalmente inclinato a favorir le comunità più che i privati. Prese ancora la protezione della città Faustina Augusta, la quale, secondo l'uso di altre imperadrici, accompagnava il marito Augusto alla guerra; e fino una lor figliuola di tre soli anni, facendo carezze al padre Augusto, gittandosi a' suoi piedi, e balbettando gli raccomandava la causa degli Ateniesi. Di tutto informato Erode Attico, allorchè si dovette trattar la causa davanti all'imperadore, lasciatosi trasportar dall'ira fuori di strada, a visiera calata declamò contro al medesimo imperadore, con giungere fino a rimproverargli, che si lasciasse governar da una donna e da una fanciulla di tre anni. E perchè Ruffo Basseo capitan delle guardie gli disse, che questa maniera di parlare gli potrebbe costar la vita, Erode gli rispose, che un uomo della sua età (era assai vecchio) nulla avea da temere; e voltategli le spalle se ne andò via. Marco Aurelio senza mai scomporsi, senza fare un gesto indicante noia o sdegno, partito che fu Erode, tranquillamente disse all'avvocato degli Ateniesi, che dicesse le loro ragioni. Era Demostrato uomo eloquentissimo, seppe ben vivamente rappresentarle. Ascoltò Marco Aurelio, ed allorchè intese le maniere, colle quali Erode e i suoi liberti opprimevano il popolo di Atene, non potè trattener le lagrime, perchè grande stima professava ad Erode Attico, uomo insigne, e stato suo maestro, ma ben più amava i suoi popoli. Tuttavia non volle pronunziare sentenza alcuna contro di Erode. Solamente decretò alcuni leggeri gastighi contro ai di lui insolenti liberti, e provvide all'indennità degli Ateniesi. Erode da lì a qualche tempo, per tentare se Marco Aurelio, venuto in Asia, era in collera con lui, gli scrisse, come lagnandosi di non ricevere più sue lettere, quando di tante dianzi era favorito; e il buon imperadore gli diede un'ampia risposta, piena di amichevoli espressioni, con far anche scusa dell'essere stato obbligato a condannar persone appartenenti a lui. Certamente (dice qui il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.]) ci saran ben de' Cristiani, ai quali nel dì del giudizio farà vergogna questo dolce operare di un imperadore, ed imperadore pagano.


CLXXIV