Consoli
Pomponio Mamertino e Rufo.
Non ho io osato di chiamare altrimenti questi due consoli, perchè non veggo sicurezza negli altri nomi. Certo è che il primo fu cognato di Commodo Augusto, perchè avea per moglie una di lui sorella. Il Panvinio [Panvin., in Fast. Consular.], seguitato da molti altri, chiamò il secondo console Trebellio Rufo. Perchè il Relando [Reland., Fast. Cons.] pubblicò un'iscrizione gudiana, posta nelle calende di marzo, C. PETRONIO MAMERTINO ET CORNELIO RUFO COS., tanto esso Relando che il Bianchini [Blanchin., ad Anast. Bibliot.] e lo Stampa [Stamp., Fast. Cons. Sigon.], stabilirono con tali nomi i consoli dell'anno presente. Ma sarebbe prima da vedere se si possa riposar sulla fede de' marmi riferiti dal Gudio. Il Fabretti [Fabrettus, Inscript., pag. 511.] porta un mattone, dove egli lesse VETTIO RUFO ET POMP. MATER. COS. Probabilmente ivi si dee leggere POMP. MAMER., cioè Pomponio Mamertino: il che se fosse, l'altro console sarebbe stato Vettio Rufo, e non già Trabellio, o Cornelio Rufo. Velio Rufo vien posto fra i consoli da Lampridio [Lampr., in Commodo.]. Probabilmente egli scrisse Vettio Rufo. Crede poi il suddetto Panvinio, che nelle calende di luglio fossero sostituiti nel consolato Emilio Junto o Junzio, ed Atilio Severo. Abbiam di certo, che amendue furono consoli, ma non apparisce già che in quest'anno. Anzi essendo essi stati esiliati, in tempo che Commodo si abbandonò alla crudeltà, si dee credere che il lor consolato accadesse molto più tardi. In questi primi tempi, secondo ciò che s'è anche veduto di Tiberio, di Caligola, di Nerone e di Domiziano, anche l'Augusto Commodo fece un buon governo. Onorava egli i consiglieri ed amici del padre [Herodianus, Histor., lib. 1.], nulla risolveva senza il loro parere. L'autorità di questi savi personaggi teneva in qualche freno le sregolate passioni di questo giovinastro. E probabilmente è da riferire all'anno presente ciò che racconta Dione [Dio, in Excerptis Valesianis.], cioè che Manilio, il qual era stalo segretario delle lettere latine di Avidio Cassio, della cui ribellione parlammo di sopra, e molta possanza avea avuto sotto di lui, finalmente fu scoperto e condotto a Roma. Prometteva egli di rivelar molti segreti; ma Commodo, per consiglio, come possiam credere, de' saggi suoi ministri, non solamente non volle ascoltarlo, ma fece anche bruciar tutte le di lui lettere o carte, senza curarsi di leggerne pur una. Questa bella azione diede speranza al senato e al popolo, ch'egli non volesse essere da meno del padre. E perciocchè Commodo compariva in pubblico con gran magnificenza, e faceva spiccare dappertutto la sua leggiadria, l'ignorante popolo dicea oh bello! e si rallegrava d'avere un principe sì grazioso. Ma non così la sentivano quei che il praticavano, ed aveano miglior conoscenza delle di lui perverse inclinazioni, che di giorno in giorno s'andavano meglio spiegando. Truovasi egli in qualche medaglia [Mediobarbus, in Numism. Imperator.] dell'anno presente proclamato Imperadore per la quinta volta. Dione [Dio, lib. 72.] parla della guerra fatta contra de' Barbari di là della Dacia. E Lampridio [Lampridius, in Commodo.] scrive che quei popoli rimasero sconfitti dai legati, cioè dai luogotenenti generali dell'imperadore. Questi furono Albino e Negro, de' quali si parlerà a' tempi di Severo imperadore. Ciò probabilmente succedette nell'anno presente, e per qualche loro vittoria si accrebbero i titoli a Commodo senza sua fatica.
CLXXXIII
| Anno di | Cristo CLXXXIII. Indizione VI. |
| Eleuterio papa 13. | |
| Commodo imperadore 4. |
Consoli
Marco Aurelio Antonino Commodo Augusto per la quarta volta, e Cajo Aufidio Vittorino per la seconda.
Perchè abbiamo una nobile iscrizione, già pubblicata da monsignor della Torre, che si legge anche nella mia raccolta [Thesaur. Novus Inscript., pag. 340, n. 2.], luogo non resta a disputare dei nomi di questi consoli. E di qui ancora può risultare qual fede si possa avere alle iscrizioni del Gudio. Una di esse, riferita anche dal Relando [Reland., in Fastis.], si dice posta IDIBVS OCTOBRIS M. AVRELIO COMMODO IIII. ET M. AVRELIO VICTORINO COS. Ecco qual capitale si possa far di quelle merci. Da un marmo, di cui non si può trovare un più autentico, siamo assicurati che quel console si chiamava Cajo Aufidio, ed esso nell'emporio gudiano ci comparisce Marco Aurelio. Ora questo Cajo Aufidio Vittorino [Capitol., in Marco Aurelio.] fu uno de' più insigni senatori ed oratori del suo tempo, carissimo già a Marco Aurelio Augusto, di modo che giunse ad essere non solamente prefetto di Roma, ma console due volte. Di lui racconta Dione [Dio, in Excerpt. Valesianis.], che essendo governatore della Germania molti anni prima, certificato che il suo legato, o sia luogotenente, prendeva de' regali, l'ammonì in segreto di desistere da quell'abuso. Veggendo di non far frutto, un dì assiso sul tribunale alla vista di ognuno, si fece citar dall'araldo a giurare di non aver mai preso regali, e di non essere per prenderne, finchè vivesse. Appresso fu esibito il giuramento medesimo al legato, il quale convinto dalla coscienza e dal timore di chi potea deporre contra di lui, ricusò il giurare. Vittorino immantinente il licenziò. Essendo anche proconsole in Africa, trovò un altro legato, che zoppicava dello stesso piede. Ed egli, senza far altre cerimonie, il fece imbarcare, e rimandollo a Roma. Da che, siccome vedremo, Commodo cominciò ne' tempi seguenti a mietere le vite de' più accreditati senatori, più volte fu detto che anch'egli era in lista. Mosso da questa voce Vittorino, francamente andò a trovar Perenne, prefetto allora del pretorio, e gli disse d'aver inteso che si volea farlo morire, ed aggiunse: Se è così, che state a fare? Ora è il tempo. Fu lasciato in vita, e morto poi di morte naturale, ebbe l'onore di una statua. Quanto a Perenne poco fa nominato, costui [Herodianus, Histor., lib. 1.] per la sua perizia della disciplina militare, fu alzato da Commodo al grado di prefetto del pretorio, o sia di capitano delle guardie, quale ancora Tarrutino o sia Tarrutenio Paterno [Lampridius, in Commodo.]. Costui fu la rovina del padrone, perchè andò tanto innanzi nella confidenza e grazia di lui che diventò poi l'arbitro del governo. La sete di accumular tesori si potè dire in lui inesausta. Quasi che un nulla fossero i già guadagnati, tutto era egli sempre ansante a procacciarne de' nuovi. E gli se ne presentò ben presto l'occasione, siccome vedremo. Intanto convien avvertire i lettori, che gli avvenimenti in questi tempi non si possono compartire per gli loro precisi anni, perchè le storie che restano raccontano bensì i fatti, ma senza indicarne la cronologia. Però solamente a tentone si andran riferendo le cose sotto gli anni seguenti. Nel presente le medaglie [Mediobarb., in Numism. Imper.] ci avvisano che Commodo Augusto fu proclamato per la sesta volta Imperadore, ma senza apparire per qual vittoria. Il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] la crede riportata nella guerra che si accese nella Bretagna; ma questa vittoria, per quel che dirò, sembra più tosto appartenere all'anno seguente. Verisimile è più tosto, che in quest'anno ancora i generali cesarei in Germania, come conghietturò il Mezzabarba, dessero qualche rotta ai Barbari di quelle contrade. Parlano le stesse monete di un viaggio di Commodo, di cui niun vestigio s'ha nella storia; siccome ancora di una sua munificenza: indizio di qualche congiario dato al popolo. Ma delle stesse monete si incontrano degl'imbrogli, o perchè non sincere, o perchè non assai attentamente copiate.