Consoli

Marco Cornelio Negrino Curiazio Materno e Marco Attilio Bradua.

Il Relando [Reland., in Fastis.] non mette se non i cognomi di Materno e Bradua. Al Panvinio [Panvin., in Fast.], seguitato dal padre Pagi [Pagius, Critic. Baron.], parve il primo Triario Materno, solamente perchè sotto Pertinace si trovava un senatore di tal nome: pruova troppo fievole. Gli ho io dato que' nomi, mosso da un'iscrizione da me pubblicata nella mia raccolta [Thesaurus Novus Inscript., p. 343.]. Il nome dell'altro console Bradua si raccoglie da un'iscrizione dello Smirne, che pur ivi si legge. Trovandosene un'altra posta MATERNO ET ATTICO COS., potrebbe essere che questo Attico fosso stato sostituito a Bradua. Sino all'anno presente arrivò la vita di santo Eleuterio romano pontefice, secondo la cronica di Damaso [Anast., Bibliot.]. Nel martirologio egli porta il titolo di Martire; ma non è certo ch'egli desse il capo per la confessione della religion di Cristo. Saggiamente osservò il cardinal Baronio [Baronius, Annal. Eccles. ad annum 194.], che ne' primi secoli il nome di Martire fu conferito a coloro eziandio che sofferirono vessazioni o tormenti per la fede di Cristo, benchè non morissero ne' tormenti. San Cipriano non ce ne lascia dubitare. Al che si dee avere riguardo anche per altri primi romani pontefici, tutti ornati di sì glorioso titolo, senza che resti più precisa memoria della lor morte nel martirio. Per questa cagione alcuni d'essi da santo Ireneo, celebre vescovo di Lione, che fiorì in questi tempi, sono considerati solamente come Confessori. A santo Eleuterio fu sostituito Vittore nella cattedra di san Pietro, i cui anni cominceremo a contare nell'anno seguente, seguendo la cronologia del padre Pagi e del Bianchini. A me sia lecito di riferire a quest'anno altri sconcerti della corte di Commodo e della nobiltà romana. Gran riputazione e potenza godeva in quella corte Antero, infame suo liberto [Lampridius, in Commodo.]. Era costui stato alzato al grado di mastro di camera da Commodo, a cui nello stesso tempo serviva per ministro nelle disonestà. L'odio universale contra di questo cattivo strumento cresceva ogni dì più, e andava poi a terminare contra dello stesso Commodo, il quale spasimava per lui. Sofferì un pezzo Tarrutino o sia Tarrutenio Paterno, prefetto del pretorio, costui; ma finalmente un dì rotta la pazienza, fattolo con galanteria uscir di palazzo col pretesto d'un sagrificio, nel tornare che egli faceva a casa, il fece assassinare ed uccidere da alquanti sgherri. Diede nelle smanie Commodo per questo, e ne fu più cruccioso di quel che fosse stato nel pericolo della vita ch'egli avea corso per l'assalto di Quinziano. Avuto sufficiente sentore che Paterno era stato autore del colpo, col consiglio di Tigidio, e fors'anche di Perenne, il quale prese questa congiuntura per tagliar le gambe al compagno, il creò senatore, levandolo in tal guisa dal pretorio, sotto specie di promuoverlo a grado più cospicuo. Ma non andò molto che fece accusare Paterno di una congiura, apponendogli d'aver promessa sua figliuola a Salvio Giuliano, nipote di Giuliano celebre giurisconsulto, per farne poscia un imperadore [Dio, lib. 72.]. Se avessero avuto questo disegno Paterno e Giuliano, nulla mancava loro per eseguirlo, comandando il primo alle guardie e l'altro a qualche migliaio di soldati. Perciò amendue perderono la vita, e con esso loro Vitruvio Secondo, segretario delle lettere dell'imperadore, perchè era confidentissimo di Paterno. Nella stessa disgrazia rimasero involti Velio o sia Vettio Rufo ed Egnazio Capitone, stati consoli amendue. Emilio Junto ed Atilio Severo, consoli sostituiti (se pure in quest'anno succedette la morte di Antero), furono mandati in esilio. Anche Quintilio Massimo e Quintilio Condiano, già stato console, due de' più riguardevoli personaggi che si avesse il senato, amatissimi per la lor singolare saviezza da Marco Aurelio, e adoperati nei primi posti militari e civili, furono in tal occasione tolti dal mondo, e finì la lor casa. Narra Dione che fu condannato anche Sesto Quintilio figliuolo di Massimo. Precorsa a lui questa nuova, mentre era in Soria, fece finta di cader da cavallo, e d'essere morto, e da' suoi famigliari invece fu portato alla sepoltura un montone. Andò egli dipoi, mutando sempre abito, vagabondo per vari paesi, nè più si seppe nuova di lui, e ciò fu la rovina di molti, perchè essendo ricercato dappertutto, le teste di non pochi innocenti furono portate a Roma, pretese quella di Sesto, e rimasero altri spogliati di beni col pretesto che gli avessero dato ricovero. Mancato poi di vita Commodo, comparve persona a Roma che sosteneva d'essere Sesto, e rispondeva a proposito a tutti gli esami. Pertinace scoprì la furberia, facendogli delle interrogazioni in greco, lingua ch'egli sapeva essere già ben intesa da Sesto; e qui s'imbrogliò l'impostore, perchè non capiva le interrogazioni. V'era presente Dione. Didio Giuliano, che fu poi imperadore, corse anch'egli pericolo della vita, per l'accusa datagli d'aver tenuta mano alla congiura con Salvio Giuliano. Commodo il fece assolvere, e condannar l'accusatore [Spartianus, in Juliano.]. Dopo la caduta di Paterno, restò prefetto del pretorio il solo Perenne [Lampridius, in Commodo.], con divenir padrone totale della corte. Seppe egli persuadere a Commodo, giovane timidissimo, che non si fidasse d'alcuno, e se ne stesse in ritiro, attendendo ai piaceri mentre egli assumerebbe in sè le cure spinose del governo. Così fu fatto. Commodo rade volte da lì innanzi si lasciò vedere in pubblico, e chiuso come in un turchesco serraglio, s'immerse affatto nel baratro della lussuria con trecento concubine, scelte parte dalla nobiltà, parte dai postriboli, e con altra non minor turba anche più infame. I conviti e i bagni erano una continua scuola di intemperanza e di disonestà; faceva egli ancora de' combattimenti in abito da gladiatore, co' suoi camerieri, e talvolta ancora con ispada nuda, uccidendo alcun d'essi armati solamente di spade colla punta impiombata. E intanto Perenne aggirava tutti gli affari, uccidendo quei che voleva, altri assaissimi spogliando dei loro beni non solo in Roma, ma anche per le provincie, conculcando tutte leggi, ed ammassando senza ritegno alcuno tesori immensi. In questo misero stato si trovava allora l'augusta città per la balordaggine e sfrenatezza del suo regnante.


CLXXXVI

Anno diCristo CLXXXVI. Indizione IX.
Vittore papa 1.
Commodo imperadore 7.

Consoli

Marco Aurelio Commodo Augusto per la quinta volta, e Manio Acilio Gabrione per la seconda.

Era già pervenuta al sommo la potenza di Perenne prefetto del pretorio, e l'abuso ch'egli ne faceva. Le tante ricchezze da lui accumulate pareva che tendessero a guadagnarsi l'amore dei pretoriani, qualora egli volesse tentar qualche tradimento contro la vita di Commodo [Herodianus, Histor., lib. 1.]. Allo stesso fine sembrava che cospirassero le macchine de' suoi giovani figliuoli, i quali portati da lui al governo dell'Illirico, altro non faceano che ammassar gente. Può essere che in mente sua non bollissero così alti disegni; certo è nondimeno, che l'odio universale dava questa interpretazione a tutte le azioni di lui e de' suoi figli. Di qua venne la rovina sua, narrata diversamente nelle particolarità da Erodiano e da Dione [Dio, lib. 72.]. Abbiamo dal primo, che celebrandosi in quest'anno i sontuosissimi giuochi capitolini, i quali si solevano fare ad ogni quattro anni con immenso concorso di popolo, ed assistendovi Commodo nella sedia imperatoria, prima che gl'istrioni cominciassero le loro fatiche, comparve in iscena uno vestito da filosofo con tasca al fianco, bastone in mano. Costui, fatto silenzio colla mano, ad alta voce gridò verso Commodo, dicendogli, quello non essere tempo da divertirsi in giuochi, perchè Perenne era in procinto di levargli la vita; per questo aver egli adunate tante ricchezze; per questo i di lui figliuoli tante soldatesche; e che se non vi provvedeva prontamente, egli era spedito. Sperava fosse costui di veder subito una commozion del popolo contra di Perenne, e poscia un bel premio dall'imperadore. Ma Commodo restò solamente sbalordito, nè disse parola; il popolo, benchè gli prestasse fede, nè pur esso fece movimento alcuno; e intanto Perenne, fatto prendere il finto filosofo, ordinò che fosse bruciato vivo. Tuttavia questo accidente diede campo a chi era presso all'imperadore, e volea male a Perenne per la sua intollerabile alterigia, di far credere forse più di quel ch'era, a Commodo. Gli mostrarono in oltre alcune monete battute coll'immagine del figliuolo di esso Perenne, benchè si credesse ciò fatto senza notizia del padre, e forse per manifattura de' suoi emuli. In somma andò tanto innanzi la mena, che Commodo una notte mandò alcuni a levar la testa a Perenne, e immediatamente spedì gente a far venire in Italia dall'Illirico il di lui figlio maggiore, prima che gli arrivasse l'avviso della morte del padre. Chiamato egli con dolci lettere dall'imperadore, benchè mal volentieri, venne, ed appena toccò l'Italia, che gli fu reciso il capo. Dione [Dio, lib. 72.] e Lampridio [Lampridius, in Commodo.], il cui testo è qui imbrogliato, ben diversamente scrivono, essere nata una sedizione nell'armata britannica, comandata da Ulpio Marcello, perchè Perenne, levati via gli uffiziali dell'ordine senatorio, ne avea mandati là degli altri dell'ordine equestre. Ammutinatisi quei soldati, stavano sul duro, nè volendosi quetare, giunsero a scegliere dal corpo loro mille e cinquecento armati, e gl'inviarono a Roma a dir le loro ragioni. Commodo, allorchè intese l'arrivo di essi, siccome era un coniglio, andò loro incontro per saper la cagione di questa novità. Gli risposero di essere venuti apposta per liberarlo dalle insidie di Perenne, ch'era dietro a far imperadore un suo figliuolo. Commodo, quantunque non gli mancasse tanta forza di pretoriani da assorbir questi pochi soldati, non gli sprezzò; anzi prestò loro fede per istigazione principalmente di Cleandro suo mastro di camera, che odiava forte Perenne, come remora all'adempimento di tutte le sue voglie. Però, tolta a Perenne la carica di prefetto del pretorio, la diede ad altri e permise che i soldati britannici tagliassero a pezzi Perenne, e non lui solo, ma anche la moglie, la sorella e i due figliuoli di lui. Chi sia più veritiero degli storici suddetti, non è in nostra mano il deciderlo. Strano è che Dione, lungi dall'accordarsi con Erodiano e con Lampridio nell'imputare a Perenne gli eccessi e disegni sopra narrati, ne faccia un ritratto vantaggioso, con rappresentarlo continente, modesto, non sitibondo di gloria e di danaro, buon custode della persona dell'imperadore, in una parola indegno di quella morte: se non che il confessa reo della caduta di Paterno suo collega, procurata per restar solo nel comando delle guardie principesche. Ci fan le medaglie [Mediobarbus, in Numismat. Imperat.] vedere in quest'anno Commodo Augusto non solamente console per la quinta volta, ma anche proclamato Imperadore per l'ottava volta. Pensano alcuni [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] ciò fatto per una vittoria riportata da Clodio Albino contra i popoli della Frisia di là del Reno, mentovata da Capitolino [Capitolin., in Clodio Albino.]. Il Mezzabarba anch'egli si credette di ricavar da esse medaglie un viaggio di Commodo, fatto in quest'anno contra de' Mori, ovvero nella Pannonia, e una allocuzione all'esercito colla vittoria pel ritorno e col congiario sesto dato al popolo. Ma nulla di questo si ha dalle antiche storie, e però conviene andar cauto a crederlo. Abbiam solamente da Lampridio [Lampridius, in Commodo.], ch'egli fece mostra una volta di voler andare alla guerra in Africa a fin di esigere le spese del viaggio. Esatte che l'ebbe, tutte se le consumò in tanti banchetti e giuochi d'azzardo.