Questo Scapola console vien creduto quel medesimo che fu poi proconsole dell'Africa, fiero persecutor de' Cristiani, a cui Tertulliano scrisse il suo Apologetico. Sufficiente motivo di credere ci è, che al presente anno sia da riferire il fin della guerra di Severo contra di Pescennio Negro, perchè il miriamo nelle medaglie [Ibid.] dichiarato Imperadore per la quarta e quinta volta. Avea Negro avuto tempo di mettere in piedi una ben numerosa armata, essendovi concorsa in gran copia la gioventù antiochena, armata nondimeno di poca sperienza ne' fatti della guerra. Si venne egli a postare alle porte della Cilicia vicino al mare, e alla città d'Isso, oggidì Lajazzo, ad un passo strettissimo, dove Dario ne' secoli avanti rimase sconfitto da Alessandro. Attaccossi [Herodian., lib. 3.] aspra battaglia un giorno fra i suoi e l'esercito di Severo, comandato da Valeriano ed Anullino suoi generali, di cui si vede la descrizione in Dione [Dio, lib. 74.]. Lungo ed ostinato riuscì il conflitto, ed erano già per restar vincitori quei di Negro nel vantaggio del sito, quando, turbatosi il cielo con tuoni e folgori, cadde un'impetuosa pioggia, che dando in faccia ad essi, non incomodava quei di Severo, perchè ricevuta alle spalle. Fu interpretato ancor questo avvenimento per una dichiarazione del volere del cielo, con accrescere il coraggio all'esercito di Severo, e scorare il nemico. In somma fu rotto il campo di Pescennio Negro con tale strage che vi restarono estinti ventimila de' suoi. Salvossi Negro ad Antiochia; ma poco stettero ad arrivar colà anche i vittoriosi Severiani; nè fidandosi egli di star ivi rinserrato, prese la fuga, disegnando di portarsi all'Eufrate. Ma essendosi renduta immediatamente Antiochia, fu con tal sollecitudine inseguito da' corridori nemici, che restò preso. Tagliatogli il capo, fu portato a Severo; ma, secondo Sparziano [Spartianus, in Pescennio.], fece egli quanta difesa potè, e ferito venne condotto a Severo, davanti al quale spirò. La vendetta che fece dipoi Severo de' partigiani di Pescennio Negro [Dio, in Excerpt. Valesianis.], gli acquistò il titolo di crudele, perchè non levò già la vita ad alcuno de' senatori che aveano seguitato l'emulo suo, per attestato di Dione autor più sicuro che Sparziano [Spartianus, in Severo.], il quale ne vuole uno ucciso, ma la maggior parte d'essi spogliò de' lor beni, e li relegò nell'isole. Fra questi si distinse pel suo coraggio Cassio Clemente [Dio, lib. 74.], perchè condotto in faccia allo stesso Severo, francamente gli disse, che s'era unito con Negro, non per far contro a Severo, di cui non sapeva i disegni, ma bensì contro a Giuliano usurpator dell'imperio; e se non avea peccato chi avea preso il partito di Severo, per ottenere il medesimo fine, nè pur egli si dovea credere reo. Che se Severo avrebbe tenuto per traditore chi si fosse partito da lui per seguitar Negro, militava in favor suo la medesima ragione. Non dispiacque a Severo questa libertà di parlare, e gli lasciò la metà de' suoi beni. Per altro fece Severo privar di vita molti degli uffiziali di Pescennio Negro. Costoro, se pur vero ciò è che narra Erodiano [Herod., lib. 3.], per suggestione dello stesso Severo che teneva in suo potere i loro figliuoli, aveano tradito Pescennio; pure, ciò non ostante, Severo, dopo la vittoria, fece morir non meno essi che i loro figliuoli.

Stesesi l'inumanità di Severo alle città che aveano aderito a Negro. Quattro volte più volle del danaro, che anche per forza aveano ad esso Negro contribuito. Ma principalmente sfogò egli il suo sdegno contro ad Antiochia, privandola d'ogni suo diritto e privilegio, e sottomettendola a Laodicea, città che lo avea ben servito in questa occasione, ed emula già dell'altra; la qual prese allora il cognome di Settimia e di Severiana. Nulladimeno poco tempo passò, che alle preghiere di Caracalla [Spart., in Caracal.] suo primogenito restituì ad essa Antiochia il primiero onore. Molti, che niuna parte aveano avuto nell'affare di Pescennio Negro, nè l'aveano mai veduto, nè fatto alcun passo per lui, si trovarono involti in questa persecuzione, perchè Severo abbisognava di danaro, e ne volea per ogni verso: il che odioso il rendè in tutto l'Oriente. Ma egli facea e lasciava dire. Vero è che buona parte di cotali contribuzioni impiegò in ristorar le altre città, che per tener la sua parte aveano patito gravissime sciagure. E il bello fu che anche Albino Cesare [Capitol., in Clodio Albino.] inviò colà soccorsi di danaro, senza fallo per mostrare di secondar le idee di Severo, ma insieme colla mira di guadagnarsi l'affetto di quei popoli per li suoi fini. Accadde ancora che assaissimi, per sottrarsi alla fierezza di Severo, fuggirono nel paese dei Parti [Herod., lib. 3.]; e quantunque da lì a qualche tempo Severo pubblicasse il perdono per tutti, non pochi restarono fra i Parti, insegnando loro di fabbricar armi e di combattere alla maniera romana con danno poi del romano imperio. Rade volte la clemenza nocque ai regnanti; spessissimo la crudeltà: vizio tanto più sconvenevole a Severo in tal congiuntura, perchè scusabil era la risoluzion presa da quei popoli. Quanto alla moglie e ai figliuoli di Pescennio Negro, dopo la di lui morte furono mandati da Severo in esilio [Spartianus, in Severo et in Nigro.]; ma da che insorse la guerra con Albino, per timore che questi non facessero delle novità, Severo gli spedì tutti al paese dei più. Noi miriamo nelle medaglie [Mediobarbus, in Numismat. Imperat.] appellato Severo in questo anno Imperadore per la quinta volta, a cagione, come si può credere, della sconfitta di esso Negro.


CXCVI

Anno diCristo CXCVI. Indizione IV.
Vittore papa 11.
Settimio Severo imperad. 4.

Consoli

Cajo Domizio Destro per la seconda volta, e Lucio Valerio Messala Trasia Prisco.

Porta il Relando [Reland., in Fastis Consular.] sotto quest'anno delle leggi date Fusco II et Dextro Cos. Ma quelle appartengono all'anno 225. Una iscrizione bensì ho prodotto io [Thesaurus Novus Inscription., p. 346, n. 2.], posta DEXTRO II ET FVSCO COS., la quale si dee, a mio credere, riferire al presente anno, in cui al console ordinario Prisco dovette essere prima delle calende di giugno sostituito Fosco; e questi poi probabilmente nel suddetto anno 225 arrivò al secondo consolato. Correva già il terzo anno che la città di Bizanzio era assediata dalle milizie di Severo Augusto. Colà dopo la rovina di Pescennio Negro si era rifuggita gran copia dei di lui uffiziali e soldati che maggiormente accesero gli animi di quegli abitanti alla difesa. Dione [Dio, lib. 74.] assai ampiamente descrive le fortificazioni di quella città munita di buone mura, perchè di marmo, guernita di alte torri, di bastioni e di ogni sorta di macchine da guerra, mirabili essendo fra l'altre le fabbricate da Prisco da Nicea, ingegnosissimo architetto. Circa cinquecento barchette aveano gli assediati, colle quali infestavano continuamente la gran flotta spedita colà da Severo. A nulla servì per atterrire ed esortare alla resa quei cittadini e soldati l'aver Severo inviata colà la testa di Pescennio Negro. Essi ostinati più che mai resisterono con far delle maraviglie che pareran di valore, ma che son piuttosto da dire di pazzia. Imperciocchè, in vece di procurare il perdono e qualche tollerabil capitolazione, quando niuna speranza restava lor di soccorso, amarono piuttosto di ridursi agli estremi, che di cedere. Ciò che non potè ottenere la forza operò la fame. Giunsero quegli abitanti, dappoichè ebbero consumati tutti i viveri, anche più schifosi, a mangiarsi l'un l'altro. Nè restando più altro scampo, gran parte d'essi volle tentar la fuga colle loro barchette. Aspettato dunque un gagliardo vento, s'imbarcarono; ma le navi romane furono loro addosso, fracassarono i loro piccioli legni, di modo che il dì seguente nel porto di Bisanzio altro non si vide che cadaveri e pezzi di barche rotte. Allora le grida e i pianti di chiunque restato era nella città, furono oggetti di gran compassione, nè si tardò più a rendere la città. Entrativi i Severiani tagliarono a pezzi tutti i soldati che vi trovarono, e chiunque avea esercitato gli uffizii pubblici. Furono poi d'ordine di Severo smantellate tutte le mura e fortificazioni di quella riguardevol città, le terme, i teatri ed ogni altro più bello edifizio [Herodianus, lib. 3.]. Di peggio non avrebbono potuto fare i Barbari. Dione [Dio, lib. 74.], che dianzi avea veduta in tanta forza ed onore quella città, al mirarla poi ridotta a sì miserabile stato, non seppe già tacciar d'ingiustizia un tanto rigor di Severo, dappoichè con tanta ostinazione quel popolo volle cozzar col suo sovrano; ma non gli seppe già perdonare, che lo sdegno suo avesse privato l'imperio romano di un sì forte antemurale contro i tentativi de' Barbari. Confiscò Severo i beni di tutti gli abitanti; non solamente li privò di ogni privilegio, ma anche del titolo di città la lor patria, sottomettendo Bisanzio a guisa d'un borgo alla città di Perinto, che insolentemente dipoi esercitò la sua autorità sopra i Bizantini. Al valente ingegnere Prisco fu salvata la vita, e Severo di lui poscia utilmente si servì da lì innanzi nelle guerre.

Allorchè accadde la resa di Bisanzio, si trovava Severo nella Mesopotamia, voglioso di acquistarsi gloria in guerreggiare coi Parti e con altre di quelle nazioni. Per la grande allegrezza esclamò: Abbiamo in fine preso Bisanzio. Aveano i popoli dell'Osroene, e dell'Adiabene, gli Arabi e i Parti o prestato aiuto nella passata guerra a Pescennio Negro, o pure tentato di profittar della discordia di lui con Severo, saccheggiando il paese romano, e prendendo ancora alquante castella [Ibidem.]. Severo, a cui premeva di far rispettare in quelle parti il nome romano, mosse guerra a que' popoli. Ma ritrovandosi di là dall'Eufrate in stagione bollente, in campagne prive d'acqua, e come soffocate dal gran polverio che facea la marcia dell'esercito, fu vicino a veder perire tutti i suoi. Trovata finalmente acqua, tornò ad ognuno il cuore in corpo. Sappiamo inoltre che Severo spedì Laterano, Candido e Leto a mettere a sacco e a fuoco le nemiche nazioni; nel che fu ben egli ubbidito, con aver eglino anche prese alcune città. Per tali successi non poco s'invanì Severo; ma dovette restar alquanto mortificata la di lui vanità, perchè nel mentre che si cercava con gran premura un certo Claudio, che faceva continue scorrerie e ruberie per la Giudea e per la Soria, costui con una mano de' suoi, come se fosse stato un tribuno delle armate romane, venne a trovar Severo nel campo, l'inchinò e gli baciò la mano, e poi se n'andò senza che mai riuscisse a Severo di averlo nelle mani. Da queste prodezze e da tali poco a noi note vittorie di Severo, si trova a lui dato nelle medaglie il titolo d'Imperadore per la sesta, settima ed ottava volta [Mediobarb., in Numism. Imp.]. Oltre a ciò il senato romano gli accordò i titoli di Adiabenico, Partico ed Arabico: il qual ultimo ci guida a credere ch'egli facesse guerra anche contra degli Arabi. Decretogli ancora un trionfo; ma, secondo Sparziano [Spartianus, in Severo.], Severo ricusò il trionfo, per non parere di voler gloria da una guerra e vittoria civile. Nè pur volle accettare il titolo di Partico, per non irritar maggiormente quella possente nazione. Nientedimeno in alcune medaglie di quest'anno il troviamo ornato di tutti e tre i suddetti titoli. Lo stesso si può osservare in varie iscrizioni. Andò poscia Severo a Nisibi, e dopo aver onorata quella città di molti privilegi, ne diede il governo a un cavaliere romano. Osserva Dione [Dio, lib. 74.] che Severo si facea bello di aver accresciuto notabilmente in quelle parti il romano imperio, e provvedutolo di un forte baluardo colla città di Nisibi; la verità nondimeno era che Nisibi non costava se non ispese e guerre per cagion de' Medi e Parti che non la lasciavano mai in pace: il che in vece d'utile, portava seco un gran danno e dispendio. Ma nel mentre che Severo attendeva a guerreggiar in Oriente, se gli preparò un più pericoloso cimento in Occidente per la guerra a lui mossa nella Bretagna da Clodio Albino Cesare, di cui parlerò all'anno seguente. Per ora basterà di sapere che questo incendio minacciava anche la Gallia; e però all'Augusto Severo fu d'uopo di abbandonar la Soria, e di ricondurre in Europa per terra la grande armata divisa in più corpi, dopo averla ben rallegrata con un magnifico donativo. Racconta Erodiano [Herodianus, lib. 3.] ch'egli marciava con diligenza senza riposo, non distinguendo i dì delle feste da quei da lavoro. Non l'aggravava fatica alcuna, nè caldo, nè freddo, passando sovente per montagne piene di nevi, e colla neve che fioccava, camminando col capo scoperto, per animar i soldati alla fatica e alla pazienza; ed essi in effetto non per paura, nè per forza, ma per una bella gara al vedere l'esempio del principe, marciavano allegri. Era in somma nato Severo per fare il generale di armata. Allorchè egli pervenne [Spartianus, in Severo.] a Viminacio nella Mesia Superiore sulla ripa del Danubio, quivi dichiarò Cesare il suo figliuolo primogenito Bassiano, a cui mutò il nome, con farlo chiamar da lì innanzi Marco Aurelio Antonino. Questi è da noi ora più conosciuto pel soprannome di Caracalla, che gli fu dato dagli storici dopo morte, a cagion d'un abito di nuova invenzione ch'egli portò.