Una bella iscrizione si vede in Roma, scoperta negli anni addietro, e da me rapportata nella mia Raccolta [Thesaurus Novus Inscript., pag. 347.]. Fu essa dedicata nel primo dì di aprile, SEVERO ET VICTORINO COS., cioè nell'anno presente, da una compagnia di soldati ritornata dalla spedizione contro i Parti, per la salute, per l'andare e ritornare, e per la vittoria degl'imperadori Severo, il qual si chiama dotato della podestà tribunizia VIII, ed imperadore per l'undecima volta, e di Marco Aurelio Antonino cioè Caracalla, al quale si attribuisce la Podestà Tribunizia III. Dal che apparisce che prima delle calende dell'anno 198, Caracalla avea conseguita la podestà tribunizia. Fu di parere il Petavio, seguitato dal Mezzabarba [Mediobarbus, in Numismat. Imperator.] e dal Bianchini, che in quest'anno si facesse la guerra partica, e succedesse ora solamente la presa di Seleucia, Babilonia e Ctesifonte. E veramente rapporta esso Mezzabarba monete, dove si legge VICTORIA PARTHICA MAXIMA, da lui credute spettanti a questo anno. Ma, oltre all'osservarsi che alcune di esse possono appartenere anche agli anni precedenti, perchè accompagnate dal numero della podestà tribunizia, conviene avvertire che non nelle sole monete dell'anno, in cui succedeano le vittorie degli imperadori, si truova menzione delle medesime vittorie, ma in alcune ancora degli anni susseguenti, e però non si può far capitale di sì fatta nozione. All'incontro a dimostrare che prima di quest'anno succedessero le imprese suddette contra de' Parti, bastar dovrebbe l'osservare

che Severo anche nel precedente anno era Imperadore per l'undecima volta, e nel presente non più che tale comparisce nelle monete: laonde non è da credere che a quest'anno sia da riferir la guerra e la vittoria riportata contra dei Parti. Ma e che operò Severo in Oriente in questi tempi? Noi non troviamo che oscurità. A me dunque sia lecito di riferir qui ciò che forse non disconviene al presente anno. Una delle applicazioni di Severo [Tillemont, Mémoires des Empereurs.], allorchè andava girando per le città d'Oriente, era d'indagare chiunque fosse stato amico o parziale di Pescennio Negro, tanto tempo prima ucciso, sempre con la mira d'occupar le loro sostanze: perchè in ciò non si dava mai posa la di lui avarizia. Dico ciò, seguitando Sparziano [Spartianus, in Sever.], che per altro Dione [Dio, in Excerpt. Valesianis.] storico più fidato attesta, non aver Severo fatto ammazzare alcuno per avidità della roba loro. Certo è che in questi tempi molte persone, accusate della parzialità suddetta, furono da lui private di vita, graspugliando egli dopo la vendemmia, come dice Tertulliano [Tertullianus, in Apologet., cap. 35.]. Plauziano, prefetto del pretorio, della cui malvagità parleremo fra poco, o era l'autore di tutte queste iniquità, o almeno andava maggiormente attizzando alla crudeltà Severo; e verisimilmente le stesse ricerche non si ometteano in Roma e nelle provincie europee [Spart., in Sev. et in Geta.]. Raccontasi, che mentre si facea cotal persecuzione ai partigiani di Negro e di Albino, per la quale diceva Severo ai suoi figliuoli di liberarli dai nemici; il giovine Caracalla ne mostrava piacere ed aggiugneva, doversi anche far morire i figli di costoro. Allora Geta, minor suo fratello, dimandò se costoro aveano de' parenti. Molti, rispose Severo. E Geta: Molti ancora avremo che ci odieranno. Poi voltatosi a Caracalla, gli disse: Se voi non perdonate a chi che sia, potrete benanco ammazzar vostro fratello; il che fu una predizione di quel che poscia avvenne. Notò il padre queste savie parole del fanciullo, e gli piacquero; ma profittar non seppe per la prepotenza del suddetto Plauziano e di Giuvenale prefetti del pretorio, intenti troppo a far buona borsa colle altrui calamità. Perderono ancora molti la vita, accusati di aver interrogato gl'indovini caldei intorno alla salute degl'imperadori. A quest'anno scrive Eusebio [Euseb., in Chronic.], che furono fabbricate in Antiochia e in Roma le Terme di Severo Augusto e il Settizonio. Sparziano [Spartianus, in Sever.] non parla se non delle Terme romane e del Settizonio, fabbrica di gran magnificenza, intorno al sito e all'impiego della quale disputano tuttavia gli eruditi, credendolo alcuni un mausoleo, ed altri un edifizio ad uso civile.


CCI

Anno diCristo CCI. Indizione IX.
Zefirino papa 5.
Settimio Severo imperad. 9.
Caracalla imperadore 4.

Consoli

Lucio Annio Fabiano e Marco Nonio Arrio Muciano.

Che così s'abbia a scrivere il nome del secondo console, apparisce da una iscrizione della mia Raccolta [Thesaurus Novus Inscript., p. 348, n. 5.]. Nè pur sappiamo qual cose si andasse facendo in Levante l'Augusto Severo nell'anno presente. Dalle medaglie [Mediobarbus, in Numism. Imperat.] risulta, che egli circa questi tempi cominciò ad usare il titolo di Pio, che frequente poi si osserva da lì innanzi. Stava pur male ad un imperador sì crudele e spietato un sì bel titolo. Quello di Pertinace, perchè egli era proverbiato a cagion d'esso, andò a poco a poco in disuso. Abbiamo inoltre da Sparziano [Spartianus, in Sever.], che soggiornando esso Severo in Antiochia, diede la toga virile a Caracalla Augusto suo figliuolo. S'è vero, come pretende il padre Pagi, che Caracalla [Pagius, in Critic. Baron.] fosse nato nell'anno 188, nel dì 6 d'aprile, egli anticipò d'un anno questa funzione, non solendo i Romani prendere essa toga se non compiuto l'anno quattordicesimo della loro età. Disegnò ancora sè stesso console per l'anno prossimo venturo, prendendo per collega in esso consolato il medesimo Caracalla. So io molto bene che Sparziano riferisce all'anno seguente l'andata di Severo Augusto in Egitto: nel che è seguito da insigni scrittori. Ma non essendo Sparziano in tanti altri punti uno scrittore sì esatto, come ognun confessa, io chieggo licenza di riferir questo viaggio all'anno presente, perchè vo credendo che gl'imperadori nel seguente anno ritornassero a Roma più presto di quel che credono alcuni. Abbiamo dunque da Dione [Dio, lib. 75.], che terminato infelicemente l'assedio di Atra, lo Augusto Severo andò in Palestina. Quivi perdonò ai Giudei ch'erano stati parziali di Pescennio Negro [Spartianus, in Severo.], e fece molti regolamenti pel governo di quel paese; ma con proibire sotto rigorose pene che alcuno potesse abbracciare la religione giudaica, e stese questo divieto anche alla cristiana. Eusebio [Eusebius, in Chron.] nell'anno seguente mette la quinta persecuzion de' Cristiani. Il resto nondimeno, come fu pubblicato da Gioseffo Scaligero, non è sicuro; imperciocchè nella Cronica Alessandrina [Chronic. Paschal., Tom. II, Hist. Byz.] sotto questi consoli, e non già sotto i seguenti, vien riferita la suddetta persecuzione, per cui moltissimi fedeli riceverono la corona del martirio. Per altro può essere che la medesima cominciasse in quest'anno, e crescesse di poi nel seguente. Quindi passò Severo in Egitto, dove, dopo aver visitato il sepolcro di Pompeo, si portò ad Alessandria. Abbiamo da Suida [In Excerpt. Suidae, Tom. I, Hist. Byz.], che, nell'entrare in quella città, egli osservò un'iscrizione con queste parole in greco, che qui rapporto in latino: DOMINI NIGRI EST HAEC CIVITAS. Se ne turbò egli forte, ma gli spiritosi Alessandrini risposero tosto, contener essa iscrizione verità, perchè quella città era del signore di Pescennio Negro; e Severo se ne contentò. Lo creda chi vuole. Poco verisimile è quella iscrizione, e troppo stiracchiata l'interpretazione. Trattò Severo gli Alessandrini assai bene. Nei tempi addietro il solo governatore cesareo amministrava quivi la giustizia. Concedette loro [Spartianus, in Severo.] che avessero da lì innanzi il loro senato, e che giudicassero delle cause, a mio credere, civili. Fece anche altre mutazioni in lor favore. Poscia imbarcatosi sul Nilo, volle visitar tutte le città ed i luoghi più celebri di quella fortunata provincia, e massimamente Menfi, le Piramidi, il Labirinto e la statua di Mennone. Soleva poi ricordarsi con piacere di questo suo pellegrinaggio, per aver veduto tante belle memorie, tanti diversi animali, e il culto di quelle deità, massimamente ne' templi memorabili di Serapide. Nulla vi fu di cose sacre o profane [Dio, lib. 75.], e specialmente delle più recondite, delle quali non volesse essere ben informato: ma portò via da essi templi quanti libri potè mai trovare, contenenti dei segreti. Fece chiudere il sepolcro di Alessandro, in maniera che niuno da lì innanzi potesse mirare il di lui corpo, nè leggere le iscrizioni ivi contenute. Sul supposto intanto che tal suo viaggio si facesse nell'anno presente, egli di là partito verso il principio del verno, arrivò ad Antiochia, e quivi passò la seguente fredda stagione. Che poi in questo anno Caracalla, come vuole il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron., ad hunc annum.], celebrasse il suo trionfo giudaico, allora c'indurremo a crederlo che ci sarà dimostrato che gli Augusti trionfassero fuori di Roma. A Roma certamente non tornarono in quest'anno gl'imperadori.


CCII