Lucio Fulvio Plauziano per la seconda volta e Publio Settimio Geta.

Geta, secondo fra questi consoli, vien comunemente creduto, non già il figliuolo, ma il fratello dell'imperador Severo. Quanto a Plauziano, egli era suocero di Caracalla Augusto, e il primo mobile della corte cesarea. Hassi dunque a sapere che costui, riputato da alcuni parente del medesimo imperadore, ma certamente nativo della stessa città di Leptis in Africa [Dio, lib. 75. Herodianus, lib. 3.], cioè della patria dello stesso Augusto, benchè uscito dalla feccia del popolo, talmente s'andò insinuando nella grazia di Severo, ch'egli non mirava con altri occhi che con quei di Plauziano. Si dà un certo ascendente di persone nel mondo, per cui arrivano anche persone vili e di niun merito a farla da signori sopra le teste de' migliori, e dei più grandi ed intendenti. N'era Severo così innamorato, che non sapea vivere senza di lui, e considerava di morir prima egli che Plauziano. Il creò prefetto del pretorio, e senza di lui nulla faceva; pareva anzi che Plauziano fosse l'imperadore (tanto era la di lui potenza), e che Severo la facesse da prefetto del pretorio. Non v'era segreto dell'imperadore che Plauziano nol sapesse; e, per lo contrario, niun arrivava a sapere i segreti di Plauziano. Nei viaggi fatti in Oriente da Severo, anch'egli si trovò sempre ai fianchi dell'imperadore; a lui toccava di ordinario il miglior alloggio, a lui i cibi più squisiti, di modo che, essendo Severo in Nicea di Bitinia, se volle un pesce mugile (cefalo creduto da alcuni), mandò a dimandarlo a Plauziano. E nella città di Tiane in Cappadocia essendosi infermato esso Plauziano, fu a visitarlo Severo, ma senza che le guardie dello stesso Plauziano permettessero d'entrare a quei del suo seguito. Della sua ribalderia non si può dire abbastanza. Era giunto costui ad un'immensa ricchezza per li tanti beni confiscati, a lui donati da Severo; e pure non sapendo mai saziarsi l'insaziabil sua avarizia, ad altro non attendeva che a far sempre nuovi bottini. Per istigazione principalmente di lui furono fatti morir da Severo tanti benestanti, nè v'era provincia o città, dov'egli fosse capitato, che non restasse spogliata del meglio da costui, senza perdonarla nè pure ai templi, contandosi fra le altre sue ruberie, che egli portò via i cavalli del Sole dall'isole del mar Rosso. Credevasi, in una parola, che egli possedesse più roba che lo stesso imperadore e i suoi figliuoli. Dello orgoglio suo non occorrerebbe dire. Quando usciva per città, andavano innanzi i suoi col bastone alla mano a far ritirare ognun dalla strada, ordinando che tutti tenessero gli occhi bassi, nè il riguardassero, come si fa alle sultane in Levante. Perciò egli era più temuto che lo stesso imperadore; e i soldati e i senatori non giuravano che per la di lui fortuna. Pubbliche preghiere si faceano per la di lui conservazione; e più statue a lui furono alzate in tutte le provincie, che allo stesso Severo, e fino in Roma, ed anche coll'autorità del senato. Severo o non sapeva tutto, o sofferiva tutto; tanto era il predominio che costui aveva preso sopra di lui.

Già abbiam detto che Severo fece sposar Plautilla, figliuola d'esso Plauziano, a Caracalla Augusto suo figlio; e per maggiormente onorar questo suo favorito, il creò console nell'anno presente, con far due novità. L'una fu, che avendolo dianzi dichiarato console onorario, con solamente conferire a lui gli ornamenti consolari, quantunque non fosse stato veramente console, pur volle che venisse chiamato console per la seconda volta. L'altro fu, che il grado di prefetto del pretorio non si concedeva allora, se non a' cavalieri, cioè a quei dell'ordine equestre: il consolato solamente a chi era senatore. Volle Severo che Plauziano nello stesso tempo procedesse console, e ritenesse anche il posto di prefetto del pretorio. Due erano allora i prefetti di esso pretorio [Dio, in Excerpt. Vales.], cioè l'uno esso Plauziano e l'altro Emilio Saturnino. Plauziano, a cui non piaceva d'aver compagni in quella importante carica, fece ammazzar l'altro. Cotanto si teneva egli sicuro del suo potere e padrone dell'imperadore, che niun rispetto mostrava per Giulia Augusta; anzi la maltrattava, e ne diceva male tuttodì allo stesso imperadore, con aver anche tormentate delle nobili donne, per ricavar loro qualche trascorso della medesima; di maniera che Giulia, abbandonati tutti i divertimenti, cominciò allora a studiar la filosofia morale, e a conversar solamente con persone dotte. Ci vien anche dipinto costui da Dione per uomo di sfrenata libidine, col non voler nello stesso tempo che sua moglie conversasse con alcuno, e nè pur fosse visitata dall'imperadore o dall'imperadrice. Aggiugnevasi a sì fatti vizi anche una intemperanza somma, perchè empieva così forte il sacco, che non potendo digerir tanta copia di cibo e di vino, ricorreva per lo più al recipe di rigettarlo. Per tali eccessi nondimeno, ma più per la paura di Caracalla suo genero, questo sì potente personaggio, questo gran favorito si vedeva sempre pallido e tremante. Motivo di gravi dicerie contra di lui fu ancora l'aver egli contra le leggi romane fatto castrare cento buoni cittadini romani, parte fanciulli e giovinetti, parte ancora ammogliati, acciocchè servissero da eunuchi a Plautilla sua figliuola, maritata, come dicemmo, all'Augusto Caracalla. Tale era in questi tempi Plauziano prefetto del pretorio e console. Il Panvinio [Panvin., in Fast. Cons.] e il Relando [Reland., Fast. Cons.] crederono che costui nell'anno presente fosse ucciso, perchè si trova una legge data sotto il solo Geta console. Ma non può stare, da che sappiamo ch'esso Geta morì prima di Plauziano. Certo è bensì che in quest'anno fu dedicato in Roma il superbo arco trionfale di Severo, tuttavia esistente, ma corroso dal tempo. Nella iscrizione [Panvinius, Gruterus, Bellorius et alii.] ivi posta, Severo ha l'undecima, e Caracalla la sesta tribunizia podestà.


CCIV

Anno diCristo CCIV. Indizione XII.
Zefirino papa 8.
Settimio Severo imperad. 12.
Caracalla imperad. 7.

Consoli

Lucio Fabio Settimio Cilone per la seconda volta e Flavio Libone.

Gran figura fece sotto Severo e sotto Caracalla questo Libone console. Egli fu prefetto di Roma, ed ebbe molti altri impieghi, come c'insegna un'iscrizione a lui posta e riferita dal Panvinio [Panvin., in Fast. Cons.] e dal Grutero. Ancorchè poi non apparisca chiaro, se a questo o al seguente anno appartenga la morte di Plauziano favorito di Severo, mi fo lecito io di rammentarla qui. Un anno prima che succedesse la di lui caduta, Severo finalmente avea cominciato a mirar di mal occhio tante statue poste a costui in Roma stessa; e perciò ne fece fondere alcune che doveano essere di bronzo. Un gran dire ne fu; volò questa voce per le provincie [Dio, lib. 75.], ingrandita, secondo il solito, per istrada: Plauziano non è più in grazia, Plauziano è morto. Di qui avvenne che molti atterrarono le di lui statue, e male per loro, perchè Severo volea ben abbassare alquanto l'albagia di Plauziano, ma non dargli il tracollo; e perciò que' tali processati, perderono la vita. Ed uno d'essi fu Racio Costante, governatore allora della Sardegna, ch'era corso troppo presto a creder vera quella voce. Trattossi la di lui causa in Roma alla presenza di Severo e di molti senatori, uno de' quali era Dione. E fu allora che si sentì dire l'avvocato che arringava contra d'esso Costante, qualmente sarebbe più tosto caduto il cielo, che l'imperador Severo facesse alcun male a Plauziano; e Severo stesso confermò con altre parole quanto avea detto quell'oratore. Parea dunque sopra un'immobil base assicurata la fortuna di costui. Ma venne all'ultimo della vita, probabilmente in questo anno, Settimio Geta, fratello dell'imperadore, uomo che odiava forte Plauziano; ed avendogli fatta una visita l'Augusto fratello, trovandosi Geta in istato di non temer da lì innanzi di quell'empio ministro, ne disse quanto male potè a Severo, scoprendogli quel che ne diceva il pubblico, e qual disonore a lui venisse dal tener sì caro un sì cattivo arnese. Aprì allora Severo alquanto gli occhi, e, dopo aver fatto mettere nella piazza la statua del defunto fratello, cominciò a non far più tanto onore a Plauziano, anzi si diede a sminuire la di lui potenza. Non avvezzo a questi bocconi di corte Plauziano, ne attribuiva la cagione ai mali uffizii di Caracalla Augusto suo genero. Imperocchè avendo Caracalla, contro suo genio e solamente per ubbidire al padre [Herodianus, lib. 3.], sposata la figliuola di Plauziano, non mai andò d'accordo con lei; e tanto più perchè la trovò femmina insolentissima: laonde, oltre al non aver con lei comunione alcuna di letto e di abitazione, odiava a morte non men lei, che il padre di lei, con essergli anche più di una volta scappato di bocca, che arrivando a comandare, saprebbe bene schiantar dal mondo radici così cattive. Tutto riferiva Plautilla al padre; e però l'altero ed irritato Plauziano aspramente trattava il genero, gli facea delle riprensioni assai disgustose, e gli tenea continuamente delle spie attorno per indagare i di lui andamenti, affine di screditarlo appresso l'Augusto di lui genitore.

Perdè infine la pazienza Caracalla, e cominciò a studiar la maniera di rovinar Plauziano [Dio, lib. 75.]; e la maniera fu di fingere che costui avesse ordita una congiura contro la vita di Severo Augusto e dello stesso Caracalla. Erodiano [Herodianus, lib. 3.], seguitato in ciò da Ammiano [Ammianus Marcellinus, lib. 29.], pretendono che la congiura fosse vera, e il primo ne racconta varie circostanze; ma Dione, che meglio di loro seppe esaminar questo fatto, la tenne per un'invenzion di Caracalla e di chi l'assisteva coi consigli. Il concerto dunque fu che Saturnino, uno dei centurioni del pretorio, con due altri uffiziali suoi eguali, guadagnato da Evodo, balio di Caracalla, finiti che fossero certi spettacoli fatti nel palazzo, dimandasse udienza all'imperador Severo, e gli rivelasse la trama, e dicesse venuto l'ordine a dieci centurioni di fare il fatto: in pruova di che mise fuori gli ordini in iscritto dati, per quanto dicevano, da Plauziano medesimo ad essi uffiziali. Prestò qualche fede Severo a tale accusa, perchè i Romani d'allora erano sommamente superstiziosi, con trovar dappertutto dei presagi dell'avvenire; e Severo appunto nella notte precedente avea veduto in sogno Albino vivente che tendeva insidie alla di lui vita. O sia che egli facesse tosto chiamare a corte Plauziano, oppure che questi non chiamato vi andasse, scrive Dione che vicino al palazzo caddero le mule della carrozza, in cui egli veniva; ed entrante egli per la prima porta, non permisero le guardie che alcun altro del seguito suo entrasse: cosa che l'intimorì e riempiè di molti sospetti. Contuttociò perchè non potea più tornare indietro, animosamente si presentò a Severo, il quale assai placidamente gli domandò come gli fosse saltato in testa di voler ammazzare i suoi principi; e si preparava ad ascoltar le sue ragioni e discolpe. Mentre Plauziano comincia a mostrarsi maravigliato di un tal ragionamento e a negare, eccoti avvantarsegli Caracalla addosso, torgli la spada dal fianco e dargli un gran pugno. Era dietro lo stesso Caracalla a volerlo uccidere di sua mano; ma Severo diede ordine ad uno de' famigli di corte che gli togliesse la vita. Così fu fatto, ed alcuni de' cortigiani, strappatigli alcuni peli della barba, corsero a mostrargli a Giulia Augusta, che si abbattè ad essere allora con Plautilla sua nuora. Ne sentì ella gran piacere, gran dolore all'incontro la misera nuora. Gittato fu in istrada il corpo di Plauziano, ma permise dipoi Severo che gli fosse data sepoltura. Nel seguente giorno raunato il senato, Severo senza entrare in alcun reato di Plauziano, ne espose la morte, e parlò della deplorabil condizione del genere umano, che si lascia sovvertire dalla felicità, accusando nello stesso tempo sè stesso, per aver troppo amato e favorito chi nol meritava. Quindi ritiratosi fece entrare gli accusatori di Plauziano a render ragione dei lor detti al senato. Corsero molti da lì innanzi pericolo della vita, per essere stati adulatori dell'estinto ministro, ed alcuni ancora perirono per questo. Fra gli altri Cocrano, che più degli altri affettava di comparir confidente di Plauziano, benchè in fatti tale non fosse, convinto d'avergli, colla ridicola interpretazione d'un sogno, predetto l'imperio, fu mandato in esilio. Ma ritornato dopo sette anni, ottenne il grado senatorio, ed arrivò anche ad esser console. Furono allora premiati Saturnino ed Evodo, autori della morte di Plauziano; ma col tempo Caracalla non li lasciò vivere; nè Severo permise che il senato lodasse Evodo, dicendo che non conveniva far insuperbire i liberti della corte. Suo costume veramente fu di tenerli bassi. Plautilla Augusta e Plauto, o Plauzio, figli di esso Plauziano, relegati nell'isola di Lipari, quivi per qualche anno mangiarono il pan del dolore, privi anche delle cose necessarie, e sempre colla morte davanti agli occhi. Erodiano scrive ch'erano ben trattati. Caracalla poi quando arrivò alla signoria, li liberò appunto da quei guai con fargli uccidere. E tale fu il fine di Plauziano, che sel comperò a danari contanti colla sua incredibil avarizia, non meno che colla crudeltà e coll'alterigia. Abbiamo da Censorino [Censorinus, de Die Natali, cap. 17.] e da Zosimo [Zosimus, Histor., lib. 2.], che furono in quest'anno celebrati con gran suntuosità i giuochi secolari in Roma e di ciò è fatta anche menzione nelle medaglie [Mediobarbus, in Numism. Imperat.]. La descrizion d'essi si può vedere nella Storia di Zosimo.