Pompejano ed Avito.

Il Relando [Reland., in Consul.] e il padre Stampa [Stampa, Fast. Consul.] chiamano questi consoli Civica Pompejano e Lolliano Avito, fondati sopra una iscrizione rapportata dal Gudio. Ma io, che non so fidarmi delle merci gudiane, meglio ho riputato di mettere solamente i loro indubitati cognomi. Nè serve il dire che Capitolino [Capitolin., in Pertinace.] fa menzione di Lolliano Avito consolare, in parlando di Pertinace. Quell'Avito, se di lui si parlasse qui, il mireremmo appellato console per la seconda volta. Arrivato [Herodian., lib. 5.] che fu Severo Augusto nell'Isola Britannica, la sua presenza e le poderose forze ch'egli avea condotto seco, misero lo spavento in cuor di que' Barbari; e però non tardarono a spedirgli degli ambasciatori, per giustificarsi e per chiedergli pace. Ma Severo, che tanto s'era scomodato per andargli a trovare affin di conseguire la gloria d'essere intitolato Britannico, non volea già pace, ed unicamente cercava la guerra; perciò li rimandò colle mani vuote, ed attese a mettersi in ordine con tutti gli attrezzi militari, con ponti ed altri ordigni, per sottomettere il loro paese [Dio, lib. 76.]. Possedevano allora i Romani più della metà della Bretagna presa nella sua lunghezza, che vuoi dire, tutta la parte meridionale, cioè il più e il meglio di quella che oggidì appelliamo Inghilterra e Scozia, giugnendo il dominio loro almen sino allo stretto di Edemburgo. Dione ed Erodiano ci lasciarono una descrizione de' popoli che restavano tuttavia esenti dal giogo romano, i principali de' quali erano i Meati e i Calidonii, gente di costumi barbari, feroce e bellicosa, nudi dalla cintura in su, col corpo dipinto, andando alla guerra armati solamente d'una corta lancia, d'uno scudo e di spada da punta. Le loro abitazioni erano sotto le tende fra aspre montagne e fra paludi, perchè niuna città o borgo si trovava fra essi. Lasciò Severo il minor suo figlino lo Geta per governatore del paese romano, con formargli un consiglio di alcune savie persone; ed egli col figliuolo maggiore Caracalla marciò alla guerra. Delle imprese sue dirò quel poco che sappiamo all'anno seguente.


CCX

Anno diCristo CCX. Indizione III.
Zefirino papa 14.
Settimio Severo imperad. 18.
Caracalla imperad. 13.
Settimio Geta imperad. 3.

Consoli

Manio Acilio Faustino e Triario Rufino.

Intorno alla guerra fatta dall'Augusto Severo nella Bretagna, altro non abbiamo da Erodiano [Herodian., lib. 3.], se non che seguirono varie scaramucce con quei Barbari, sfavorevoli per lo più ai Romani, perchè quella gente non si univa giammai per venire ad una regolata battaglia, e lavorava solamente d'insidie, ritirandosi ben tosto in salvo ne' folti boschi e nelle frequenti paludi. Lo stesso viene attestato da Dione [Dio, lib. 76.], scrivendo che Severo non diede in quelle parti battaglia alcuna, nè vide mai schierati nemici, per far fatto d'armi: laonde non si sa vedere, come il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] parli di molte vittorie da lui riportate in questa spedizione. La maniera tenuta da quei Barbari consisteva in esporre buoi o pecore, per tirare i soldati romani alla preda, ed opprimerli all'improvviso; e guai se alcuno di essi Romani si dilungava punto dal corpo dell'armata o restava indietro: era tosto dai nemici ucciso o preso. Tra per questa guerra, e per le acque malsane di quelle contrade, e le tante fatiche, ci assicura esso Dione che vi perirono circa cinquantamila soldati romani. Nulladimeno l'indefesso Severo volea andare innanzi. Le selve, che si opponevano, le faceva tagliare; per le paludi apriva passaggi con terra portata; e gittando ponti sui fiumi, li valicava, facendosi portar sempre in lettiga a cagion della debolezza del corpo. Così arrivò sino al fine della parte settentrionale di quella grand'isola, con osservar ivi la diversità di quel clima dal nostro. Ma quivi le campagne erano incolte [Dio, lib. 76.]; niuna fortezza, niuna città si trovava per via; sicchè gli convenne tornar indietro alla fine con poco piacere. Pur queste sue bravure cagion furono che i Britanni barbari tornarono a dimandar pace, e l'ottennero con cedere una certa parte del paese ai Romani. Allora fu che Severo [Spartianus, in Severo.] tirò un nuovo muro, o pur rifece il vecchio al confine del dominio romano, disputando tuttavia gli eruditi Inglesi, per assegnare il sito d'esso muro e d'essi confini. Nulla di ciò dice Dione, e neppur Erodiano. Per questi felici avvenimenti tanto lo imperador Severo, quanto i suoi due figliuoli presero il titolo di Britannici, ma senza ch'eglino fossero di nuovo imperadori, perchè in fatti alcuna vittoria in battaglia campale non riportarono.

Ma queste felicità esteriori di Severo Augusto erano di soverchio amareggiate da vari suoi interni disgusti ed affanni. Mirava egli nel maggior de' suoi figli, cioè in Caracalla, che sempre più i vizii gli toglievano la mano; imperciocchè anche in mezzo alle fatiche della guerra egli si dava in preda alla libidine, e cresceva ogni dì più la sua insolenza e petulanza. Quel che più l'affliggeva, si era potersi oramai prevedere che il bisbetico umore di questo suo maggior figliuolo avrebbe tolta la vita al minore, subito che avesse potuto. E tanto più se ne persuase, da che s'avvide che Caracalla nudriva dei neri pensieri contra la persona dello stesso suo padre, e se n'erano anche veduti due brutti cenni. Un dì uscì Caracalla dalla tenda del padre, gridando che Castore l'avea ingiuriato. Era Castore il migliore dei liberti di corte, mastro di camera del medesimo imperador Severo, che in lui depositava tutti i suoi segreti. Stavano appostati alcuni soldati al di fuori, che cominciarono anch'essi ad alzar la voce contra di Castore, e a chiamar altri. Forse aveano qualche mal animo, quando Severo, creduto da essi obbligato al letto, uscì fuori, e fattili prendere, fece morire i più sediziosi. Ma questo fu un nulla rispetto a ciò che avvenne nell'andar Caracalla col padre a trattar coi nemici caledonii, già disposti a cedere e capitolare. Benchè malconcio ne' piedi, marciava a cavallo Severo; e già si trovava quasi in faccia ai nemici, quando Caracalla, che cavalcava a lato del padre, fermò il cavallo, e sguainò la spada, per quanto fu creduto, con disegno di cacciarla nelle reni al padre. Chi veniva dietro alzò allora un grido, da cui atterrito Caracalla rimise tosto la spada nel fodero: e Severo, che si voltò indietro a quel grido, ebbe tempo di vedergliela in mano, ma allora non disse nè pure una parola. Fatto ch'ebbe l'accordo coi Barbari, se ne tornò al campo, e chiamato Caracalla nel suo padiglione, alla presenza di Papiniano prefetto del pretorio, e del suddetto Castore, fece portar una spada nuda; e poi cominciò a sgridare il figliuolo dell'orrido misfatto ch'egli avea tentato, e in faccia de' nemici; aggiugnendo in fine, che se tale era l'animo suo, se ne cavasse allora la voglia, giacchè egli era vecchio ed infermo, e vivuto abbastanza. Che se non ardiva di ammazzarlo di sua mano, lo ordinasse, siccome imperadore, a Papiniano prefetto, che l'ubbidirebbe. Dovette Caracalla palliare, come potè, l'iniquo attentato, e se la passò senza che il padre gli torcesse un capello. E pur, soggiugne lo storico Dione, Severo più volte fu udito dir male di Marco Aurelio, perchè non avea tolto dal mondo quella mala bestia di Commodo; ed egli stesso talvolta si lasciò scappar di bocca, che farebbe a Caracalla ciò che non volle far Marco Aurelio a Commodo. Ma queste minacce gli uscivano dai denti, allorchè era in collera; e passata questa, si trovava ch'egli volea più bene ai suoi figliuoli che a tutta la repubblica romana. Con tuttociò neppur Severo amò i suoi figliuoli come dovea, perchè assassinò il men cattivo figliuolo, lasciandolo alla discrezion dello altro cattivissimo, tuttochè si credesse ch'egli prevedesse di certo la di lui rovina.