Per alcune ragioni da me altrove [Thesaur. Novus Inscript., pag. 356.] accennate, sufficiente motivo abbiamo di dubitare se il secondo console fosse Balbino o pure Albino. Che Marco Antonino Gordiano, il qual fu poi imperadore, venisse nel presente anno sostituito console a Balbino, pare che si ricavi da Capitolino [Capitol., in Giordano.]. Ma un'iscrizione scorretta del Grutero [Gruterus, Thesaur. Inscript., p. 44, n. 2.] ci fa veder Balbino tuttavia console nel dì 3 di novembre; e però resta dubbiosa la cosa. Che Elvio Pertinace, figliuolo del fu Pertinace Augusto, fosse anch'egli promosso in quest'anno al consolato, come stimarono il Panvinio [Panvin., in Fastis Cons.] e il Relando [Reland., in Fastis Consular.], molto più dubbioso, per non dir falso, a me comparisce. Debbo io qui ora accennare le immense crudeltà esercitate dall'inumano Caracalla nel precedente anno, e parte ancora in questo; ma quasi mi cade di mano la penna per l'orrore: tanto fu il sangue innocente sparso da quel mostro Augusto. Vanno concordi gli antichi storici [Dio, lib. 77. Herodianus, lib. 4. Spartianus, in Caracalla.] in asserire ch'egli sfogò la bestiale sua rabbia contro chiunque era stato o domestico o amico o in qualsivoglia maniera parziale allo ucciso fratello. Quanti nella numerosa corte di esso Geta, o liberti, o schiavi, o cortigiani d'altra specie, si trovarono, tutti furono messi a fil di spada; nè si perdonò a donne e fanciulli. Fino gli atleti, gl'istrioni, i gladiatori e qualunque altra persona che avesse servito al divertimento degli occhi o degli orecchi di Geta, e fin que' soldati che stettero alla sua guardia, perderono la vita. Questo macello si andava facendo di notte, e, venuto il dì, si portavano i lor cadaveri fuori della città. Dione conta venti mila persone sacrificate in questa maniera dal furore tirannico di Caracalla. Sparziano aggiugne che furono innumerabili. Bastava che s'indicasse un qualche filo di attaccamento avuto con Geta, vero o falso che fosse, perchè si desse la sentenza di morte. Nè i suoi fulmini si fermarono senza percuotere anche l'alte torri. Era in que' tempi riputato l'arca del sapere legale il celebre Papiniano, stato già prefetto del pretorio, verso il quale poco fa vedemmo usate tante finezze da Caracalla. Non altro reato di lui si trovava che il glorioso di aver fatto il possibile per rimettere la concordia fra i due fratelli Augusti. V'ha nondimeno chi scrive [Zosimus., Histor., lib. 1.], esser egli caduto in disgrazia di Caracalla, perchè, chiestagli un'orazione da recitare in senato per sua discolpa, egli generosamente rispondesse che non era tanto facile lo scusare un fratricidio, come il commetterlo; ed essere un secondo delitto l'accusare un innocente, dopo avergli tolta la vita. Sparziano [Spartianus, in Caracalla.] crede ciò un sogno de' politici. Fuori bensì di dubbio è che Papiniano fu ammazzato per ordine di Caracalla, il qual poi riprese l'uccisore, perchè, nell'ucciderlo, si fosse servito della scure in vece della spada, strumento di morte riservato per la gente nobile. Un figliuolo di esso Papiniano, che era allora questore, e tre giorni prima avea fatto grande spesa in alcuni magnifici spettacoli, fu anch'egli tolto dal mondo. Abbiam veduto ancora Lucio Fabio Cilone, stato due volte console e prefetto di Roma, in auge di gran credito e fortuna. Caracalla il chiamava suo padre, perchè lo avea avuto per suo aio in gioventù; era anche creduto il suo braccio diritto; ma niun si potea fidare del capo stravolto di un tale imperadore [Spartianus, in Caracalla. Dio, lib. 77.]. Perchè anch'egli avea persuasa l'union de' fratelli, Caracalla mandò un tribuno con alcuni soldati per tagliargli il capo. Costoro nol trovarono tosto; e si perderono a svaligiar le argenterie, i danari e gli altri preziosi mobili delle sue stanze. Coltolo poi al bagno, così com'era in camicia e in pianelle, il menarono per mezzo la città con disegno di ucciderlo nel palazzo, maltrattandolo intanto con pugni sul viso per la strada. La plebe e i soldati della città, al vedere in sì compassionevole stato un personaggio di tanta stima, alzarono un gran rumore e fecero sedizione. Avvisatone Caracalla, per quietare il tumulto, avendo paura di peggio, gli venne incontro, e, cavatasi la sopravveste militare, la pose indosso al quasi nudo Cilone, gridando: Lasciate stare mio padre; non vogliate toccare il mio aio. Fece poi morire quel tribuno co' soldati ch'erano iti per ucciderlo, fingendoli rei, per avere insidiato alla vita di un sì degno personaggio, ma con essersi comunemente creduto che li gastigasse per non averlo ucciso. Di altri nobili e senatori uccisi parlano Dione, Erodiano e Sparziano, facendone un fascio; ma verisimilmente non tulle quelle stragi appartengono ai due suoi primi anni. E qui non si dee tacer quella di Quinto Sereno Sammonico, uno de' più insigni letterati uomini di questi tempi, compositore di moltissimi libri, che son quasi tutti periti [Spartianus, in Caracalla. Capitolinus, in Giordano.], e che possedeva una biblioteca di sessantadue mila volumi, donati poi da suo figliuolo al secondo dei Giordani Augusti. Forse perchè Geta si dilettava forte della lettura dei di lui libri, Caracalla la prese con lui. Si trovava l'infelice Sammonico a cena quando gli arrivarono i sicarii che gli spiccarono la testa dal busto.
CCXIV
| Anno di | Cristo CCXIV. Indizione VII. |
| Zefirino papa 18. | |
| Caracalla imperad. 17 e 4. |
Consoli
Messalla e Sabino.
Non è certo, come vuole il Relando [Reland., Fast. Cons.], che Messalla portasse il nome di Silio; nè questi potè essere quel Silia Messalla che Dione mette console nell'anno 193 sotto Giuliano, perchè sarebbe appellato console per la seconda volta. Tornando ora a Caracalla, volle egli, non so ben dire se in questo o nel precedente anno, rallegrare il popolo romano con degli spettacoli [Herod., lib. 4. Dio, lib. 77.], cioè con cacce di fiere, combattimenti di gladiatori e corse di cavalli. Ma quivi ancora ebbe luogo la sua crudeltà, mostrando il suo piacere nel vedere i gladiatori scannarsi l'un l'altro. Si sa [Spartianus, in Caracalla.] che, quando egli era fanciullo, pareva così inclinato alla clemenza, che non si poteva immaginare di più; perchè, vedendo uomini esposti alle fiere, si metteva a piangere, e voltava il viso altrove. E un dì, perchè uno de' fanciulli che giocavano seco fu aspramente battuto, per essersi scoperto attaccato alla religion giudaica (probabilmente vuoi dire Sparziano la cristiana), egli non guardò mai più di buon occhio il padre di esso fanciullo, o pur colui che l'avea sferzato. Ma, fatto grande, cangiò ben costumi e natura, e sua delizia divenne lo spargimento e la vista del sangue. Fra gli altri gladiatori che in que' giuochi perirono, uno fu Batone, forzato da lui a combattere nello stesso dì con tre altri di fila. Restò egli ucciso dall'ultimo, ma ebbe la consolazione che il pazzo imperadore gli fece una magnifica sepoltura. Un altro di essi gladiatori, appellato Alessandro, gli fu sì caro, che a lui innalzò molte statue in Roma ed altrove. Nelle corse poi dei cavalli, perchè alcuni del popolo dissero qualche burla contro ad uno de' carrettieri da lui favoriti, ordinò a tutti i soldati di ammazzar chiunque avea parlato. Non conoscendosi i rei di questo gran delitto, restarono molti innocenti uccisi, e gli altri con denari riscattarono la lor vita. Ma perciocchè Roma era divenuta per lui un teatro di nere immaginazioni, se ne partì Caracalla, non già nel precedente, ma nel presente anno, perchè si ha una sua legge [L. Si hi quos servos., C. de libera causa.] data in Roma nel dì 5 di febbraio. Prese il pretesto di visitar le provincie, e di levar dall'ozio le milizie [Spartianus, in Caracalla.]. Andò nella Gallia, ed appena arrivato colà, fece morir il proconsole della provincia narbonese, sconvolse tutti quei popoli, guastò i privilegii delle città, e si comperò l'odio di ognuno. Ammalatosi quivi, guarì, e trattò poi crudelmente que' medici che l'aveano curato. Di là passò nella Germania. Che prodezze egli facesse in quelle parti, non è ben noto. Scrive Sparziano ch'egli verso la Rezia ammazzò molti Barbari, e soggiogò i Germani. Certo è [Dio, in Excerptis Valesianis.] che una specie di guerra fu da lui fatta contra dei Catti e degli Alemanni o Alamanni, il nome de' quali si comincia ad udire in questi tempi. Se crediamo ad Erodiano [Erodian., lib. 4.], fece Caracalla una bellissima figura fra i suoi soldati, perchè andava vestito da fantaccino, era de' primi ad alzar terreno, a far ponte, marciava a piedi coll'armi, mangiava poveramente al pari di essi, con altre simili scene di bravura. Dione [Dio, lib. 77, et in Excerp. Valesianis.] confessa anch'egli che la funzion di soldato seppe farla, fingendo nondimeno più di quel che era; ma non già quella di generale; e ch'egli in quella spedizione si fece assai ridere dietro dai popoli della Germania. Venivano i lor deputati fin dall'Elba per dimandar pace, ma nello stesso tempo dimandavano danaro; e Caracalla, dopo aver fatta qualche rodomontata, li pagava bene, ed accordava loro delle pensioni, comperando a questo prezzo la loro amicizia. Anzi si cominciò ad affratellar cotanto con loro, che si vestiva alla lor moda, portava parrucca bionda, per assomigliar i loro capelli, e venne fino ad arrolar nelle sue schiere, ed anche nelle sue guardie, moltissimi di loro, con fidarsi da lì innanzi più di essi che dei soldati romani. Trattava anche in segreto alle volte con quei deputati, non essendovi presenti che gl'interpreti, a' quali fece poi levar la vita, affinchè non rivelassero le sue conferenze. In somma, o per diritto o per rovescio, tanto egli fece, che prese il titolo di Germanico, il quale comincia a vedersi nelle monete [Mediobarbus, in Numismat. Imperator.] di questi tempi. Truovasi anche appellato Imperadore per la terza volta, che non dà un sicuro indizio di vittoria, trattandosi di questo general da commedia.