Marco Aurelio Antonino, soprannominato Elagabalo, per la seconda volta e Sacerdote per la seconda.
Una iscrizione da me [Thesaurus Novus Inscription., pag. 355.] riferita porge qualche barlume per credere che il secondo console fosse appellato Tiberio Claudio Sacerdote. Ora mentre tuttavia dimorava in Oriente l'Augusto Elagabalo, Dione [Dio, lib. 79.] accenna alcuni torbidi, che dovettero essere di poca conseguenza, cagionati da chi, avendo veduto salire all'imperio un Macrino ed un Elagabalo, benchè sprovveduto di nobiltà, si diede a tentar delle novità negli eserciti. Furono costoro ben tosto oppressi. Nè tardò il nuovo Augusto a dar segni della sua crudeltà, con uccidere di man propria il suo aio, pel cui senno e valore avea conseguita la vittoria di Macrino ed ottenuto l'imperio: solamente perchè lo esortava a lasciar le ragazzate. Fece anche uccidere Giuliano Nestore, già prefetto del pretorio sotto Macrino, Fabio Agrippino governatore della Soria, Reano governator dell'Arabia, Claudio Attalo presidente di Cipri, e Decio Trajano governator della Pannonia, non per altro delitto, che per essersi eglino sottomessi con prontezza all'usurpato imperio suo [Herodian., lib. 5.]. Durante il verno, ch'egli passò in Nicomedia, cominciò di buon'ora a farsi conoscere quel mostro non solo di crudeltà, come ho già detto, ma anche di libidine, di capriccio e di leggerezza di senno, che poi da tutto il mondo fu conosciuto e detestato. La prima sua pazzia, principio di molte altre, fu l'esser egli perduto dietro al suo dio Elagabalo, di cui era stato e pretendeva di voler essere tuttavia sacerdote. Ne cominciò in essa Nicomedia a promuovere il culto con varie feste, portando veste sacerdotale tessuta di porpora e d'oro, e maniglie e gioielli, e corona a guisa di mitra o tiara fregiata d'oro e di gemme. Questo abito all'orientale, pieno di lusso, era il suo favorito; gli facea nausea il vestire alla romana o alla greca, chiamando i lor abiti troppo vili, perchè fatti di lana; laddove egli li voleva di seta: cosa assai rara e preziosa in que' tempi. Lasciavasi anche vedere fra i sonatori di timpani e di pive, e faceva il ballerino nei sacrifizii a quel ridicolo dio. Giulia Mesa sua nonna, a cui dispiacevano forte queste sue puerilità, non mancò di riprenderlo, col mettergli davanti il discredito in cui incorrerebbe con sì straniere vesti comparendo a Roma. Più che mai si ostinò a volerla a suo modo, perch'egli non badava se non a chi gli stava intorno per adularlo. Affine poi di provare quanto egli si potesse promettere dalla sommession de' Romani ad ogni suo volere, fattosi dipingere in quel l'abito sfarzoso e forestiere di sacerdote insieme col dio da lui adorato, mandò a Roma quel ritratto, comandando che si appendesse nella sala del senato, e che ad ogni assemblea de' padri s'incensasse, con ordine ancora a tutti i ministri sacri di Roma che nei loro sacrifizii prima degli altri dii nominassero il suo dio Elagabalo. Fu ubbidito, e questo servì a far conoscere in Roma il di lui esterior portamento, prima che vi arrivasse; ed, arrivato che fu, a non maravigliarsene.
Comparve dunque il folle giovinastro in quella gran città, e l'unica cosa che fece meritevol di lode [Dio, in Excerpt. Valesianis.], fu l'attener la promessa da lui fatta di non punir chicchessia che avesse operato o parlato contra di lui finchè Macrino visse. Diede al popolo il congiario solito a darsi dai novelli regnanti; ed è da credere che allora, se non prima, impetrasse dal senato il titolo di Augusta a Giulia Mesa avola sua, ed a Giulia Soemia sua madre, che a noi vien dipinta da Lampridio [Lampridius, in Elagabalo.] per donna avvezza a mettersi sotto i piedi l'onestà e l'onore. Volle appunto Elagabalo, nella sua prima comparsa in senato, che i senatori pregassero la medesima sua madre di sedere presso i consoli, e di dire il suo parere a guisa degli altri senatori: novità non più veduta ne' tempi addietro, e che non si praticò se non sotto questo capriccioso giovane Augusto. Costituì anche un senato di donne nel monte Quirinale, capo di cui era la stessa Soemia, acciocchè quivi si trattassero e decidessero gl'importantissimi affari della repubblica femminina. Quivi poi furono fatti dal senato consulti ridicoli intorno alle precedenze e mode donnesche; e fu deciso qual foggia di vesti s'avesse a portare; quale delle dame precedere, quale baciar l'altra, ed a chi competesse carrozza colle mule, a chi coi buoi. Ad alcune era conceduto l'andare a cavallo, ad altre solamente il cavalcare asinelli, e ad altre il farsi portare in seggetta. Fra queste seggette ancora fu decretato chi la potesse avere intarsiata di avorio, e chi di argento, e chi coperta di pelle; e si determinò a chi fosse lecito il portar oro e gemme nelle scarpette. Quanto allo stesso Elagabalo [Dio, lib. 79. Herodianus, lib. 5. Lamprid., in Elag.], i suoi gran pensieri cominciarono ad impiegarsi tutti per introdurre ed ampliare il culto del suo dio in Roma. Fece venir da Emesa quel pezzo di pietra a guisa di cono, in cui si facea credere ai popoli insensati che si adorava il dio Sole; e fabbricò per questo un suntuosissimo tempio. Noi il troviamo nelle medaglie [Goltzius, Numism. Mediobarb., in Numism. Imper.] intitolato sacerdote dote del dio Sole Elagabalo. Si era egli messo in capo di ridurre tutta la religione, cioè tutte le superstizioni dei Gentili Romani, al culto di questo solo favorito suo nume. Pretendeva in oltre, come lasciò scritto Lampridio pagano, di tirare ad onorar questo dio anche la religion de' Giudei e de' Samaritani, e infin la divozion de' Cristiani: dal che certo erano ben lontani i nemici dell'idolatria, e massimamente gli adoratori di Gesù Cristo. Pensava ancora di trasportare in quel tempio, e forse anche trasportò, tutto quello che di più sacro e raro si trovava negli altri tempi, come il fuoco di Vesta, la statua di Cibele, lo scudo di Marte, il Palladio, e simili altre superstiziose memorie della divozion de' Gentili. Se queste novità e violenze dispiacessero ai Romani, amanti degli antichi falsi loro dii e delle inveterate loro superstizioni, facilmente ognuno sel può figurare. E un gran dire dovea essere in Roma, al mirare tolta la mano al suo Giove altitonante da questa forestiera divinità. Abbiamo ancora da Erodiano che Elagabalo intorno a quel suo tempio fece ergere molti altari, ne' quali ogni dì sagrificava una gran copia di buoi e di pecore, e si spandevano infiniti fiaschi di vino del migliore e più vecchio che fosse in Roma, vedendosi scorrere a ruscelli quel vino e quel sangue per terra. Bisognava che di tanto in tanto i senatori e cavalieri assistessero a quei sagrifizii, e vi facessero anche le funzioni più vili, con tener sulla testa i piatti d'oro e d'argento dorato, ne' quali si mettevano le viscere delle vittime, e coll'andar vestiti alla forma dei sacerdoti orientali. Intanto l'imperadore conduceva i cori intorno agli altari fra lo strepito d'innumerabili musicali strumenti, e colle donne di Fenicia che ballavano battendo cembali e timpani. Ed ecco ove era giunta la maestà di un imperadore e di un senato romano.
CCXX
| Anno di | Cristo CCXX. Indizione XIII. |
| Callisto papa 4. | |
| Elagabalo imperadore 3. |
Consoli
Marco Aurelio Antonino Elagabalo per la terza volta ed Eutichiano Comazonte.
Questo Eutichiano, soprannominato Comazonte, quel medesimo è che, secondo Dione, cooperò più degli altri alla esaltazione di Elagabalo. Per ricompensa fu creato prefetto del pretorio e poi console, benchè di razza abbietta, per essere di condizion servile e libertina. Pretendono alcuni ch'egli in quest'anno si abbia ad appellar console per la seconda volta; ma non ne abbiamo sicuri fondamenti. Scrive bensì Dione [Dio, lib. 79.], aver egli ottenuto tre volte il consolato: il che si può credere seguito ne' due seguenti anni per sostituzione. Altresì fuor di dubbio è ch'egli esercitò tre volte la carica di prefetto di Roma. Niun'altra applicazione si prendeva il folle Elagabalo dei pubblici affari di Roma e delle provincie, se non per vendere le cariche e i magistrati a persone talvolta vili ed infami. Quel tempo che gli restava dopo le sue grandi occupazioni in promuovere il culto del suo caro nume, tutto lo impiegava in isfogar la sua libidine, che forse non ebbe pari nel mondo. Il regno suo non giunse a quattro anni, e pure più e più mogli prese [Herodian., lib. 5. Dio, lib. 79.]. La prima fu Giulia Cornelia Paola, delle più illustri famiglie di Roma, sposata con gran solennità e con regali al popolo e ai soldati, ma ripudiata ben presto ed anche spogliata del titolo di Augusta e degli altri onori di chi era stata moglie di un imperadore. Sposò egli dipoi Giulia Aquilia Severa, vergine Vestale, con iscandalo e mormorazion grande dei Romani, dicendo egli di aver ciò fatto, affinchè da lui pontefice e da una sacerdotessa di Vesta nascessero dei figliuoli divini. Se ne stufò dopo ben poco tempo, perchè rivolse gli occhi ad Annia Faustina, bellissima donna, nipote di Marco Aurelio Augusto, e moglie allora di Pomponio Basso. Per averla in libertà, fece sotto altro pretesto morire il di lei marito, e sposolla. Discacciò ancor questa, e ne prese poi delle altre, delle quali non sappiamo il nome con tornare in fine ad Aquilia Severa. Ma questo fu il meno delle bestiali sue stravaganze. Abbandonossi egli ad ogni eccesso ed infamia di impudicizia. Nè a me convien di entrare in sì fatta cloaca, nè onesto cristiano lettore potrebbe aver piacere d'intendere tutto ciò che in questo genere lasciarono scritto gli storici Dione e Lampridio, ma non senza orrore di lor medesimi. Basta dire che la malizia unita colla pazzia arrivò a tali sozzure, che non cadrebbono ora in mente di persone anche le più pratiche dell'infame regno della disonestà. Arrivò egli in fine a sposar pubblicamente l'un dopo l'altro due vilissimi giovani, con far mille pazzie, cioè Jerocle carrozziere ed Aurelio Zotico, figliuolo di un cuoco; e però egli vestiva da donna, e voleva essere appellato la signora Regina. Di più non occorre per ravvisare che pezzo di forsennato e d'infame fosse Elagabalo Augusto. E pure con questi effemminati costumi si vedeva unita anche la crudeltà [Dio, lib. 79.]. Solamente perchè con qualche cenno mostrarono di non approvare le di lui bestiali operazioni, egli fece levar la vita a Peto Valeriano e a Silio Messalla. Lo stesso fine ebbero altri ancora dei suoi più amici e confidenti, perchè osarono di esortarlo a vivere con più onestà e moderazione. In onore ancora del suo dio fece scannar molti garzoni nobili [Lampridius, in Elagabalo.], scelti da tutta l'Italia, nella guisa che si faceva delle bestie, per osservar le viscere loro.