Dappoichè tolta dal mondo fu la peste dell'impuro Elagabalo nell'anno precedente, Marco Aurelio Severo Alessandro, che si trovava nel quartiere dei pretoriani, con alte voci fu da essi proclamato Imperadore Augusto [Idem, in Alexandro.], e condotto fra i viva del popolo al palazzo cesareo. Di là passò egli al senato, dove con allegrissimi concordi voti fu confermato a lui l'imperio, e conferita la podestà tribunizia e proconsolare col nome di padre della patria. Tutto ciò fatto ad un tempo stesso, parte perchè il titolo di Cesare già a lui dato gli avea acquistato il diritto a questi onori, e parte perchè la conosciuta sua morigeratezza gli avea preventivamente conciliato l'amore d'ognuno. L'essere egli stato perseguitato da Elagabalo avea servito a renderlo più caro tanto ai soldati che ai senatori, tutti oramai troppo stomacati della sozza e pazza vita di quell'Augusto animale. Leggonsi in Lampridio le nobili acclamazioni fatte dal senato ad Alessandro, unite alle detestazioni dell'infame suo predecessore. Volevano quei padri ch'egli assumesse il nome di Antonino assai conveniente al suo buon naturale; ma egli con bella grazia si mostrò non ancor degno di portare un sì venerabil nome. Molto più ricusò il titolo di Grande, esibitogli dal senato, per unirlo a quel di Alessandro, con dire di meritarlo molto meno, perchè nulla di grande avea operato fin qui: la qual moderazione di animo gli acquistò più credito che se lo avesse accettato. Il nome di Marco Aurelio non si sa bene se lo assumesse perchè fu adottato da Elagabalo che usava quel nome, o pure perchè fu creduto figliuolo di Caracalla, appellato anch'esso Marco Aurelio. Quanto al nome di Severo, verisimilmente lo prese egli per essere (falso o vero che fosse) nipote di Severo Augusto, e non già, come vuole il suddetto Lampridio, pel suo vigore e costanza nell'esigere la militar disciplina dai soldati. Di questa sua fermezza e rigore egli diede i segni, non già sui principii del suo governo, ma nel progresso del tempo; e noi abbiam le monete [Mediobarbus, in Numismat. Imper. I.] anche nell'anno precedente, nelle quali è chiamato Marco Aurelio Alessandro Imperadore. Che età avesse egli allorchè fu assunto al trono, non si può decidere. Erodiano [Herodian., lib. 5.] gli dà circa tredici anni. Dione [Dio, lib. 79.], siccome già accennai, il fa maggiore di età di Elagabalo: il che se si accorda, egli avrebbe avuto più dieciotto anni. Quel che sappiam di certo, era egli molto giovinetto, e perciò tanto più dee comparire mirabil cosa ch'egli sì lodevolmente cominciasse, e più gloriosamente proseguisse il governo del romano imperio. Certo l'età sua e la poca sperienza del mondo non erano sul principio bastevoli a sostener con onore un tal peso; e il senato avea già fatto un decreto che niuna donna potesse da lì innanzi sedere in senato. Perciò la vecchia sua avola Giulia Mesa, e la madre sua Giulia Mammea, desiderose della vera gloria del nipote e figliuolo, o scelsero esse, o pur vollero [Herodianus, lib. 6.] che il senato eleggesse sedici senatori, i più riguardevoli per l'età, per la saviezza e dottrina, e per probità dei costumi, che si trovassero in Roma, i quali servissero di assessori e consiglieri al giovinetto principe. Così fu fatto [Lamprid., in Alexandro.]. Fra gli altri scelti si contano Ulpiano, Celso, Modestino, Paolo, Pomponio e Venuleio, insigni giurisconsulti; Fabio Sabino, Catone dei suoi tempi; Gordiano, che fu poi imperadore, Catilio Severo, Elio Sereniano, Quintilio Marcello ed altri, tutti personaggi di sperimentata integrità. Nè il savio giovine Augusto da lì innanzi solea dire o far cosa alcuna in pubblico senza la loro approvazione: maniera di governo quanto lontana dalla tirannica precedente, tanto più cara al senato, al popolo ed ai soldati. Dal consiglio di uomini tanto onorati e saggi fu creduto che procedesse la gloria del suo principe, e la felicità da lui procurata ai suoi popoli. La prima plausibil azione sua fu di restituire ai templi le statue e robe preziose tolte loro dal capriccioso predecessore, e di bandire da Roma il dio Elagabalo, o sia quella ridicola pietra, con rimandarla al suo paese di Emesa. Quindi nettò la corte da un prodigioso numero di persone inutili o ridicole, o la maggior parte infami, che aveano in addietro servito all'oscena ed abbominevol vita di Elagabalo. Tutti i di lui nani, buffoni, musici, commedianti, eunuchi ed altri di peggior condizione, si videro esposti alle fischiate del popolo, o donati agli amici, o venduti come schiavi o banditi. Si stese il medesimo espurgo al senato e a tutte le cariche e ministeri civili conferiti dal malvagio Elagabalo ad uomini vili, inabili ed anche infami. Tutti costoro tornarono alla lor primiera bassa fortuna, e furono a quella dignità e a quegli uffizii promosse persone dabbene, intendenti delle leggi e gelose del proprio onore. Si vide rifiorire anche la milizia, con darsi gl'impieghi più onorevoli a chi avea dato maggiori pruove del suo valore e della sua prudenza nelle passate congiunture. In questa maniera non andò molto che si vide risorgere ad un tranquillo e felicissimo stato Roma e l'imperio romano, tanto sconvolto e svergognato in addietro dal ribaldo e stolto Elagabalo.
CCXXIV
| Anno di | Cristo CCXXIV. Indizione II. |
| Urbano papa 3. | |
| Alessandro imperadore 3. |
Consoli
Giuliano per la seconda volta e Crispino.
Forse non è ben certo che Giuliano fosse console per la seconda volta, essendovi leggi, fasti ed un marmo [Thesaurus Novus Inscription., pag. 355, num. 3.] che non vi mettono questa giunta. Camminava con felicità il governo di Roma tra per l'inclinazione al bene e alle opere virtuose che seco portava il giovane imperador Alessandro, e per la saviezza e vigilanza de' suoi ministri e consiglieri, principalmente di Domizio Ulpiano, celebratissimo giurisconsulto, creato poscia da lui prefetto del pretorio. Non lasciavano Giulia Mesa sua avola e Giulia Mammea sua madre, amendue decorate del titolo di Auguste [Lampridius, in Alexandro.], di vegliare alla buona condotta e preservazion dai vizii di esso lor nipote e figliuolo, studiandosi sopra tutto di tener lontani gli adulatori, gran peste delle corti, e chiunque potea guastar il cuore del ben educato principe. E pur con tutta la loro attenzione s'introdussero presso di lui alcune persone di questa mala razza, le quali colle lor persuasioni e cabale cotanto gli screditarono, come un giogo intollerabile, la dipendenza sua da quei consiglieri, che lo indussero a non più ascoltarli. Ma durò poco questo suo sviamento, perchè, conosciuta la lor malizia, li cacciò, e feceli anche gastigar dal senato secondo il merito loro, con attaccarsi più di prima a coloro che poteano farlo regnare con giustizia ed onore. Ancorchè fosse di buon'ora ispirato ad Alessandro l'abborrimento alla disonestà, e servissero a lui di un vivo specchio della deformità di questo vizio gli eccessi di suo cugino Elagabalo; e tuttochè egli in fatti avesse sempre in orrore i delitti contra della castità, talmente che la storia non fa giammai menzione ch'egli trasgredisse le leggi prescritte in ciò dagli stessi Gentili: pure avrebbe potuto il bollore della gioventù tirarlo fuor di cammino. Per questo gli fu data in moglie una dama della primaria nobiltà di Roma, a cui prese affetto, e rendeva ogni conveniente onore, con favorire assaissimo nel medesimo tempo il suocero suo. Erodiano [Herod., lib. 5.] non ne lasciò a noi il nome, nè sappiamo il tempo in cui egli si ammogliò per la prima volta, e nè pur le seguenti. Ma che? Mammea sua madre, che dopo la morte di Giulia Mesa, mancata di vecchiaia, voleva essere l'arbitra del figliuolo, non soffrì lungo tempo che la nuora si fosse impossessata cotanto del cuore del figliuolo, e godesse al pari di lui il titolo di Augusta; e però cominciò a maltrattarla sì fattamente, e seco il di lei padre, che questi, benchè amato non poco da Alessandro, si ritirò un dì nel quartier dei soldati dicendo di render grazie all'imperadore dei benefizii a lui compartiti, ma senza voler più comparire alla corte; e qui sfogò la sua collera contro di Mammea, divolgando tutte le ingiurie a lui fatte e alla figliuola. Tal fu di poi la prepotenza di Mammea, che fece ammazzar lui, e relegare in Africa la infelice nuora. Se questo è vero, non è da credere che Mammea fosse cristiana, come han pensato alcuni [Orosius. Cedrenus. Vincentius Lirinensis. Casaubonus et alii.], perchè ella veramente ebbe del latte cristiano, ed ascoltò Origene, come attesta Eusebio [Eusebius, Histor. Eccles., lib. 6. cap. 16,]. Ma potrebbe essere che Erodiano non sapesse tutte le particolarità ed i motivi di quel fallo. Lampridio [Lampridius, in Alexandro.] certamente scrive, coll'autorità di Desippo istorico, che Marziano suocero di Alessandro gli tese delle insidie per ammazzarlo; ma che, scoperto il fatto, costui fu ucciso, e scacciata la moglie Augusta. Aggiunge altrove il medesimo Lampridio che un Ovinio Camillo, senatore di antica famiglia, tramò una ribellione, e se n'ebbero le pruove. Il buon imperadore, in vece di punirlo, il fece chiamar a palazzo, lodò il suo zelo pel pubblico bene, e poi nel senato il dichiarò partecipe dell'imperio, cioè gli diede il nome di Cesare e gli ornamenti imperiali. Avea detto prima lo storico stesso che al suddetto Marziano suocero fu dato il titolo di Cesare. Quel Camillo dipoi nella spedizione di Alessandro contro i Barbari rinunziò, e gli fu permesso di ritirarsi in villa, dove lungo tempo visse; ma in fine fu fatto uccidere dall'imperadore, perchè era uomo militare ed amato assai dai soldati. Truovasi del buio in questi fatti; ma vi è tanto barlume che basta a far dubitare che giusto motivo non mancasse a Mammea di atterrare il suocero del figliuolo, e la nuora ancora, caso che anch'essa fosse stata partecipe della fellonia del padre. Oltre di che, lo stesso Lampridio scrive che un tal avvenimento vien da alcuni riferito ai tempi di Traiano. Che Alessandro sposasse Memmia, figliuola di Sulpizio stato console, lo abbiamo dal suddetto Lampridio. Forse questa fu la seconda sua moglie. Trovasi anche nelle medaglie [Mediobarbus, in Numismat. Imperat.] una Sallustia Barbia Orbiana Augusta, ed hanno inclinato alcuni letterati [Spanhemius, de Praestantia et Usu Numismatum.] a crederla moglie del medesimo Alessandro imperadore. Ma trovandosi in quelle medaglie CONCORDIA AVGVSTORVM, parole significanti l'esistenza allora di più di un Augusto, a me non sembra verisimile la loro opinione.
et cap. 21.