Il Relando [Reland., in Fastis Consul.], il Bianchini [Blanchin., ad Anastas. Biblioth.] e il padre Stampa [Stampa, in Fastis.] chiamano il secondo console Caio Marcella Quintiliano per la seconda volta, fidandosi di una iscrizione pubblicata dal Gudio. Dispiacemi sempre di dovere ripetere che le merci gudiane son dubbiose, nè possono prestar sicuro fondamento alla erudizione. Una iscrizione stampata dal marchese Maffei [Maffejus, Antiquit. Gall.], e da me riferita nella mia Raccolta [Thesaurus Novus Inscript., pag. 356, n. 2.], benchè corrosa, vo io credendo che ci abbia conservato il vero nome di esso console. Tutti i fasti e varie leggi ci danno Marcello console in quest'anno. S'egli avesse portato il cognome di Quintiliano, non Marcello, ma Quintiliano lo avrebbono appellato gli antichi. Miriamo ora l'Augusto Alessandro nella vita civile. Mirabil cosa fu il vedere com'egli odiasse il fasto, e quasi dimentico del sublime suo grado, amasse di uguagliarsi a' suoi cittadini. Spesso andava ai pubblici bagni a lavarsi dove concorreva anche il resto del popolo; e nel suo palazzo si facea servire unicamente dai suoi servi. A chiunque dimandava udienza, e a chi de' nobili di buona fama veniva per salutarlo, era sempre la porta aperta; nè voleva egli che s'inginocchiassero davanti a lui, come dianzi esigeva il vanissimo Elagabalo, ma che gli facessero quello stesso saluto che si usava co' senatori, chiamandolo col proprio nome, e senza nè pur chinare il capo. Il fare altrimenti veniva da lui interpretato per adulazione, e metteva in burla chi faceva troppi complimenti o eccedeva in ossequio. Talvolta ancora licenziò in collera taluno di questi falsi adoratori. Per la stessa ragione non potea soffrire, e teneva per una pazzia, coll'esempio di Pescennio Negro, l'ascoltar poeti ed oratori che facessero il di lui panegirico. Volentieri bensì porgea le orecchie a coloro che contavano i fatti degli uomini illustri [Lampridius, in Alexandro.], e sopra tutti di Alessandro il Macedone, de' buoni imperadori e de' famosi Romani. Vietò il dare a lui il titolo di Signore, ed ordinò che si scrivesse alla sua persona come si faceva ai particolari, colla giunta del solo nome d'Imperadore, cioè, come già si stilava ne' tempi di Cicerone. Fece pubblicare che non entrasse a salutarlo chi sapeva di non essere innocente. Specialmente ciò era detto per gli ministri e nobili ladri. La maniera di trattar co' suoi amici era di molta familiarità e franchezza, pregandoli sempre di sedere presso di sè: il che indispensabilmente praticava coi senatori. Quanta fosse le sua moderazione, principalmente si riconosceva nelle udienze, perchè si mostrava cortese ed affabile verso di ognuno. Niuno partiva da lui malcontento, nè passava mai giorno senza che egli facesse qualche atto di bontà. Ed ammalandosi chi era amato da lui, ancorchè di basso ordine, amorevolmente andava a visitarlo. Perchè poi Mammea la madre e Memmia sua moglie gli dicevano che quella tanta cortesia esponeva allo sprezzo la sublime sua dignità: Può essere, rispondeva, ma certo la rende più sicura e di maggior durata. Alcuni de' suoi più cari obbligava a venire a pranzo con lui; e di chi non veniva, dimandava conto con bella grazia. Tanto alla tavola che alle udienze si trovava sempre di buon umore, e non mai in collera; e diceva le sue burle, ma senza punture. Esigeva che gli amici gli dicessero liberamente il lor sentimento; e dicendolo, gli ascoltava con attenzione, correggendo poscia proprii i difetti. Colla stessa libertà diceva anch'egli dov'essi mancavano; e ciò non mai con fasto ed asprezza.

Il suo vestire era semplice e modesto, senza oro e senza perle, imitando in ciò la moderazion di Severo, ed abborrendo la vanità di Elagabalo, che voleva guernite di perle infino le scarpe. Soleano essere gli abiti suoi di color bianco, e non di seta, che costava allora assaissimo. Dicea che le gemme convenivano solo alle donne; e che le stesse donne, senza eccettuarne l'imperadrice, doveano essere contente di poche. Avendo un ambasciador d'Oriente donate due perle di mirabil grossezza e bellezza all'Augusta sua moglie, cercò di venderle; e perchè non si trovò compratore, ne formò due orecchini alla statua di Venere, con dire che l'imperadrice darebbe troppo cattivo esempio portando addosso cose di tanto prezzo. Con questo esempio arrivò egli a correggere il lusso degli uomini, siccome anche l'Augusta consorte quello delle donne. Fece inoltre Alessandro ristorar molte fabbriche di Traiano, ma con rimettere dappertutto il nome di esso primo autore. Quanto affetto poi egli sempre ebbe ai buoni, altrettanto odio, o, per dir meglio, abborrimento, portava ai cattivi. Un certo Settimio, che scrisse la vita di questo impareggiabile Augusto, attestava che egli specialmente si sentiva tutto commovere, e s'infiammava in volto, incontrandosi in giudici che fossero in concetto di ladri. Accadde che un Settimio Arabino, senatore famoso per sì fatto vizio, e liberato sotto Elagabalo, comparve un dì con gli altri a salutarlo. O dii immortali! gridò allora Alessandro, Arabino non solamente vive, ma vien anche in senato! Spera forse costui da me un buon trattamento? Mi dee ben egli tenere per un pazzo e scimunito. Non vi era parente o amico ch'egli potesse tollerare, se si lasciavano trasportare ad azioni disonorate, e massimamente se per interesse vendevano la giustizia, riguardando egli costoro come i più perniciosi nimici del pubblico. Però li faceva processare e punire: o se pur s'induceva a far loro la grazia, la godevano con patto che si ritirassero; perchè, siccome egli diceva, a lui più cara era la repubblica che qualsivoglia privata persona. Così ad un suo segretario, perchè portò al consiglio il sommario falso di un processo, egli fece tagliare i nervi delle dita, acciocchè più non potesse scrivere, e relegollo in un'isola. Venne in mente ad un nobile, altre volte processato per le sue mani poco nette, di farsi raccomandar caldamente da alcuni re o principi stranieri che erano alla corte, per ottenere una carica militare. Tali furono le loro istanze, che l'Augusto Alessandro non seppe negar la grazia. Ma da lì innanzi tenne così ben gli occhi addosso a costui, che fra poco si scoprì una sua ruberia. Fece egli esaminar lo affare in presenza di que' medesimi principi, tuttavia dimoranti in Roma, e il reo fu convinto e confesso. Dimandò allora a que' principi che gastigo si desse nel loro paese a sì fatte persone: La croce, risposero essi; ed in effetto, per sentenza de' suoi medesimi protettori, fu colui condannato alla croce, senza che alcuno si potesse lagnare del rigor di Alessandro. E non è già che questo buon imperadore non fosse inclinato alla clemenza. Certamente niun senatore a' tempi suoi, benchè delinquente, perdè la vita; ed egli incaricava i giudici di procedere il più di rado che si potesse contra dei rei alla pena della morte e al confisco dei beni. Ma, premendogli il pubblico bene, voleva che la giustizia avesse il luogo nei casi bisognosi di esempio. E perchè Erodiano [Herodian., lib. 6.] scrive che il suo imperio fu senza sangue, Lampridio [Lampridius, in Alexandro.] ragionevolmente lo interpreta de' soli senatori; e tanto più attestando il medesimo Erodiano, che a niuno sotto di lui fu levata la vita, senza essere stato prima conosciuto giuridicamente dai tribunali il suo delitto, ed emanata la condanna.


CCXXVII

Anno diCristo CCXXVII. Indizione V.
Urbano papa 6.
Alessandro imperadore 6.

Consoli

Albino e Massimo.

Di gravi dispute sono state fra gli eruditi intorno al prenome e nome di questi consoli. Inclinò il cardinal Noris [Reland., Fast. Cons.] a credere il primo Marco o Numerio Nummio Albino, ma con conghiettura priva di forza. Il Relando [Idem, ibid.] e il padre Stampa [Stampa, in Fastis.], recata in mezzo una iscrizione del Gudio, appellarono questi consoli Lucio Albino e Massimo Emilio Emiliano. Ma possiamo noi fidarci dei marmi gudiani? Impropria cosa è che in quella iscrizione abbia il prenome Albino, e non lo abbia l'altro console. Più improprio è che il secondo console sia chiamato Massimo Emilio Emiliano. Non è nome di famiglia Massimo. E se l'ultimo suo cognome fosse stato Emiliano, le leggi e i fasti lo avrebbono notato con esso, e non già con quello di Massimo. Tre leggi, che hanno Albino ed Emiliano, non son da contrapporre a tante altre, che portano Albino et Maximo. Si potrebbe solamente sospettare che quell'Emiliano fosse sustituito a Massimo. Sempre nei decreti del senato si riteneva uno stile, nè si mutava, se non si cambiava console. Continuiamo ora a vedere come si regolasse verso del pubblico il buon imperadore Alessandro. Merita ben più la vita sua che quella del Macedone di esser letta dai principi, per imparar ciò che talvolta non sanno [Lampridius, in Alexandro.]. Procurava egli a tutto suo potere la felicità de' popoli, non solo coll'astenersi dall'imporre nuovi aggravii, ma con istudiarsi di sminuire i già imposti. In fatti ridusse ad un terzo quel che si pagava sotto Elagabalo per le gabelle, di maniera che dieci in vece di trenta si cominciò a pagare. Pensava anche di fare di più, ma non glielo permisero le necessità del pubblico. Non si sa ch'egli istituisse altro dazio che sopra i banchieri, orefici, pellicciai e quei delle altre arti. Questo nondimeno dovea essere leggiera cosa, perchè Lampridio lo chiama vectigal pulcherrimum. E questo non per farlo colar nella sua borsa, ma perchè il ricavato servisse al mantenimento delle terme, cioè dei pubblici bagni, che erano allora in gran credito ed uso; il che vuoi dire che tal dazio tornava in comodo solamente del pubblico stesso. Volle si aggiugnesse olio ad esse terme, acciocchè anche di notte se ne potesse valere il popolo: il che dianzi non si faceva; e fu poi abolito da Tacito imperadore, perchè se ne abusava la gente cattiva. Levò anche affatto interamente qualche dazio, solito a pagarsi in Roma. Nè già favoriva egli il fisco in pregiudizio del popolo e della giustizia; anzi odiava tutti i ministri del fisco e delle dogane, e li chiamava un male necessario. Uso suo fu di cambiarli spesso, sperando forse che i nuovi sulle prime opererebbono con più discretezza e meno ingiustizia. In beneficio de' poveri sminuì le usure; e se i senatori prestavano per cavarne frutto, ne' primi anni del suo governo, voleva che loro non si pagasse usura, ma solamente un regalo, ad arbitrio di chi prendeva in prestanza il danaro. Poscia ridusse al sei per cento le usure di essi senatori, e senza altro regalo; laddove gli altri per lo più esigevano il dodici. Dava egli stesso danari a prestanza a' poveri, e senza volerne frutto; anzi si contentava che coi frutti ch'essi ricavavano degli stabili comperati col di lui danaro, gli fosse restituito il capitale. Teneva egli esatto registro di tutto. E se gli veniva a notizia che talun de' suoi conoscenti in bisogno di pecunia gli avesse o nulla o poco chiesto in prestito, il faceva chiamare per dimandargli conto di sì poca speranza e confidenza in lui.

Del resto non era egli di coloro che non credono l'economia e il risparmio una virtù da principe. Anche in essi è virtù, se ciò non fanno per risparmiare ai suoi popoli gli aggravii, e per impiegare in benefizio e sollievo del pubblico stesso il loro risparmio. Regolavasi appunto così l'Augusto Alessandro, il quale era assai persuaso che il principe dee far da economo del danaro che si cava dai sudori de' sudditi, e non già da padrone per impiegarlo ne' suoi capricci e divertimenti. Perciò egli risecò tutte le spese e i salariati inutili della corte, ritenendo solamente la servitù necessaria con decenti e non isfoggiate paghe. Solea dire che la gloria e grandezza di un imperio consiste non già nella magnificenza, ma nelle buone forze, cioè, a mio credere, nell'aver ricchi sudditi e valorose milizie. Quanto ai soldati ne parleremo più a basso. Per conto de' sudditi, favorì Alessandro non poco la mercatura, concedendo esenzioni a tutti i trafficanti. Attese all'accrescimento e all'abbondanza dell'annona, mandata in malora dall'impuro Elagabalo, e la rimise in piedi colla sua borsa. Il donativo dell'olio, che Severo Augusto ogni anno faceva al popolo, e che il suddetto Elagabalo avea molto assottigliato, fu da lui rimesso nel primiero suo essere. Era anche il popolo romano a parte una volta del governo e delle rendite della repubblica. Dappoichè si alzarono gl'imperadori, siccome di sopra accennammo, gran tempo durò il dare alla plebe di tanto in tanto qualche congiario, ed ogni anno tante misure di grano per testa, e vi si aggiunse anche il dono dell'olio e della carne. All'incontro condonò Alessandro alle provincie e ai mercatanti quella contribuzione che aveva a titolo di regalo, ma era forzata, solita a pagarsi all'entrare del nuovo principe, chiamata l'Oro Coronario. Per altro non lasciò Lampridio [Lampridius, in Alexandro.] di osservare che questo principe non ometteva diligenza alcuna per ammassar pecunia, e per custodirla ancora; ma non ne cercò mai egli per le vie illecite, nè con aggravio indebito d'altrui. Mai non diede per danari le giudicature, solendo dire: Chi compera bisogna che venda. Io mai non soffrirò questi mercatanti di cariche, e se li promettessi, non potrei poi ragionevolmente gastigarli. Mi vergognerei di punire un uomo che ha comperato, s'egli poi vende. Ma non donava oro nè argento a commedianti, carrozzieri e ad altri che davano divertimento al pubblico, ancorchè si dilettasse non poco degli spettacoli. Diceva che costoro andavano trattati come i famigli, cioè con paghe tenui. E tuttochè egli avesse un gran rispetto per la sua falsa religione, pure non offeriva ai templi pagani più di quattro o cinque libbre d'argento, e mai nulla d'oro, con ripetere un verso di Persio, indicante, che gli dii non aveano bisogno d'oro, nè servir esso per fare star bene gli dii, ma sì bene i loro ministri. Dissi con Lampridio che questo Augusto sapea ben custodire il danaro. Ciò non vuoi dire ch'egli, a guisa degli avari, il covasse. Solamente significa ch'egli non sel lasciava uscir delle mani per ispese di vanità, di gola o di lussuria. Che per altro egli largamente spendeva, e tutto in opere lodevoli, cioè in fabbriche ed altre imprese di utile, o di ornamento alla città di Roma, o per far guadagnare gli operai e il basso popolo.

Istituì scuole di rettorica, grammatica, medicina, aruspicina, matematica, architettura e di macchine, con salarii fissi ai maestri, e vitto ai discepoli figliuoli di poveri, purchè liberi. Stese anche la sua liberalità agli oratori nelle provincia. A molte città deformate dai tremuoti rilasciò parte del danaro delle gabelle, acciocchè rimettessero in piedi gli edifizii pubblici e privati. A chi trovava de' tesori li lasciava godere. Solamente s'erano di molto valore, ne faceva dar qualche parte ai suoi uffiziali. Fece fabbricar dei pubblici granai per cadaun rione di Roma, acciocchè chi n'era senza potesse quivi rinserrare i suoi grani. Diede compimento alle terme magnifiche, cioè ai bagni di Caracalla, e ne fabbricò ancora delle suntuose, che portarono il suo nome. Aggiunse inoltre varii altri bagni a que' rioni di Roma che n'erano privi. Altri edifizii fece in quella città e a Baia, con risarcire i ponti fabbricati da Traiano, e con ristorar anche molte antiche memorie di Roma, e adornar quella città di assaissimi colossi, o sia di statue sopra l'usata misura, specialmente per li più rinomati imperadori, colle loro iscrizioni e con colonne di bronzo, dove erano descritte le loro imprese. Fabbricò eziandio molte case bellissime, e le donò a quegli amici suoi ch'erano in concetto di maggior probità. Non invidiava, non uccellava le ricchezze altrui, come usarono i cattivi principi; all'incontro stendeva la mano in aiuto de' poveri; e massimamente le rugiade della sua beneficenza si spandevano sopra i nobili caduti in povertà non per loro colpa, e in povertà non finta, con donare ad essi delle terre, de' servi, degli animali e degli utensili contadineschi; diede anche tre congiarii al popolo, e fece tre donativi alle milizie. Il danaro che ricavava dal dazio delle meretrici, dei ruffiani e di altre peggiori pesti, siccome pecunia infame, non volle che passasse nell'erario suo o pure del pubblico, ma che s'impiegasse nel mantenimento del teatro, del circo e dell'anfiteatro. Sua intenzione era parimente di proibire un detestabil vizio, che dalla sporca Gentilità si permetteva al pari di quel delle pubbliche donne; ma vi trovò tali difficoltà, che gli convenne desistere, e Dio riserbava alla santa Religione di Cristo una tal vittoria. Contuttociò fece confiscar i beni alle donne infami [Lampridius, in Alexandro.], delle quali trovò un infinito numero in Roma pagana piena di lordure, e mandò in esilio tutta la gran ciurma de' nefandi garzoni, parte de' quali nel viaggio, naufragando, perì.