Cominciarono a sconcertarsi, se non nell'anno antecedente, certo nel presente, gli affari di Filippo imperadore, non già per colpa di lui, perchè era buon uomo, nè facea male ad alcuno, e però fu creduto da alcuni che fosse cristiano; ma per le gravi imposte, motivo sempre di doglianze ai popoli, e perchè i governatori ed uffiziali da lui posti nelle provincie, o non sapeano governare, o troppo voleano governare; perlochè erano odiati dai soldati e dai popoli. Essendo governatore della Soria Prisco fratello di Filippo Augusto, e rendutosi egli oramai insoffribile, si fece in quelle parti una sedizione [Zosimus, lib. 1, cap. 20.], e fu proclamato Imperadore un certo Papiano, di cui perì tosto la memoria, perchè fu ucciso. Fa menzione Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Breviar.] sotto l'imperio di Decio successor di Filippo di un Jotapiano che aspirò all'imperio in quelle parti, per essere, diceva egli, parente di Alessandro. Verisimilmente costui è il medesimo che presso Zosimo porta il nome di Papiano, e come un fungo fece la comparsa d'imperadore sotto Filippo. Ne' medesimi tempi nella Mesia e Pannonia, governate allora da Severiano suocero di Filippo, succedette un'altra sedizione, per cui alquanti di quei popoli e soldati acclamarono Imperadore un certo Marino centurione, o qualche cosa di più in quelle armate, che si crede chiamato in alcune medaglie (se di sicura antichità, non so) Publio Carvilio Marino [Goltzius et Mediobarb., in Numism. Imp.]. Portate queste nuove a Roma, alterossi forte l'Augusto Filippo, sì pel timore che l'incendio crescesse, e sì perchè amava la quiete per sè stesso, e la lasciava godere agli altri. Andossene al senato per pregarlo di aiuto in sì gravi congiunture, e disse ancora, se dispiaceva il suo governo, di esser pronto a deporre l'augusto suo ministero. Parevano legate le lingue di cadaun senatore, ma in fine Decio, un di essi, per nobiltà di sangue e per molte belle doti personaggio assai riguardevole, si alzò e disse che non v'era motivo di tremare per quelle novità, perchè fatte da persone mancanti di nobiltà, di seguito e di mezzi per sostenersi; e che perciò avesse un po' di pazienza, perchè non tarderebbono a svanire quei fantasmi d'imperadori. Così fu: anche a Marino s'intese fra poco tolta la vita. Ma non cessando in Filippo la paura di altri simili sconcerti, perchè sapea quanto mal animo nudrissero i soldati verso dei loro uffiziali, gli cadde in mente di spedir nella Mesia e Pannonia per governatore un uomo di vaglia, e mise gli occhi addosso al suddetto Decio. Questi si scusò per quanto potè; ma cotanto Filippo il pregò, e quasi lo sforzò, che, benchè contra sua voglia, accettò quell'impiego, ed andò [Zosimus, lib. 1, cap. 21.]. All'arrivo suo rimasero ben confuse e turbate quelle milizie, giudicando non per altro essere stato mandato Decio colà che per dare un esemplar gastigo a chi avea avuta mano nella ribellione. Furono a consiglio, e tanto per esentarsi dal di lui rigore, quanto per precautarsi all'avvenire, determinarono di crear Imperadore il medesimo Decio, in cui riconoscevano tutte le doti convenevoli per sì eccelsa dignità. Se senza saputa di lui, Dio lo sa. Presentatisi dunque all'improvviso a Decio, con alte voci lo acclamarono Imperadore, e gli misero addosso la porpora. Non mancò egli di fare ogni possibil resistenza a questa novità, parlando, per quanto si crede, di cuore, a fine di scuotere quella nobilissima sì, ma pericolosa soma; nulladimeno per le minaccie de' soldati, che misero mano alle spade, gli convenne quetarsi.

Per attestato di Zonara [Zonaras, in Annalib.], scrisse Decio delle lettere segrete a Filippo, adducendo in sua scusa la violenza a lui fatta, ed assicurandolo che verrebbe a Roma, e deporrebbe la porpora. Ma Filippo Augusto punto non si fidò di queste parole, credute da lui trappole, perchè persuaso che Decio avesse tramata d'accordo la ribellione ed esaltazione sua [Aurelius Victor, in Breviario.]. Raunata perciò una poderosa armata, ancorchè la sua età e la poca sanità potessero dissuadergli l'andare, pure, lasciato il figliuolo Augusto al governo di Roma, s'inviò in persona contra di Decio, il quale colle sue soldatesche s'era già messo in viaggio alla volta dell'Italia. Restarono in Roma tanti pretoriani che bastassero alla difesa del figlio [Eutrop., in Epitome Histor. Roman.], Incontraronsi le due nemiche armate nelle campagne di Verona; superiore era di numero e di forze quella di Filippo; ciò non ostante, il valore e la buona condotta di Decio fecero piegar la vittoria in suo favore. Zosimo e Zonara scrivono che nel calore di quella battaglia restò ucciso Filippo; Eutropio, Aurelio Vittore ed Eusebio [Eusebius, in Chronic.] il fanno trucidato in Verona, mettendo forse la città per denotare il territorio. Fu inviata la di lui testa a Roma, dove i soldati non tardarono ad uccider anche il giovinetto Filippo Augusto, il quale, per testimonianza di Aurelio Vittore, si trovava allora in età di dodici anni, di naturale sì severo e malinconico, che dopo i primi suoi cinque anni per qualunque spettacolo o facezia non fu mai veduto ridere; e perchè ne' giuochi secolari avea osservato il padre imperadore sbardellatamente ridere, con volto corruccioso il guatò. Spropositato racconto è quello della Cronica Alessandrina [Chronicon Paschale, tom. II Histor. Byzantin.], dove si narra che il giovine Filippo, rappresentato vivente anche sotto Gallo e Volusiano, con felicità fece molte guerre, finchè combattendo contra ai Gepidi cade da cavallo, e si ruppe una costa: laonde portato a Roma, quivi terminò i i suoi dì in età di quarantacinque anni. Ma io ho osservato altrove [Antiquit. Italicar.] che abbiam quella cronica di mano di Andrea Darmario greco impostore. Forse in vece di Filippo, si dee scrivere Decio juniore, benchè nè pur ciò si accordi colla vera storia. Si accorda bensì colla verità quanto è ivi scritto intorno all'avere Filippo seniore istituite alcune compagnie di giovani scelti per le guardie del corpo. Nella iscrizione da me pubblicata [Thesaur. Novus Inscript., pag. 362.], di cui feci menzione di sopra, si vede che erano dieci coorti appellate filippiane. L'anno, in cui restò abbreviata la vita a questi due imperadori, è senza fallo il presente: il mese e il giorno sono incerti. Si può stare all'opinione del padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] che mette la lor morte circa il mese di luglio, giacchè abbiamo una legge di Filippo, data nel dì 19 di giugno sotto questi consoli, e un'altra di Decio suo successore, data nel dì 19 di ottobre parimente nel presente anno. Parlerò di esso Decio nell'anno seguente. Nè si dee tacere che, regnando i due Filippi Augusti [Euseb., Hist. Eccles., lib. 6, cap. 41.], si suscitò in Alessandria, probabilmente nell'anno precedente, una persecuzione contra de' cristiani, mossa non già per ordine o editto alcuno di essi imperadori, ma per la malignità di que' cittadini pagani, facili ai tumulti, e che miravano sempre di mal occhio i seguaci di Gesù Cristo. Ne fa menzione san Dionisio, vescovo celebre di quella gran città, che fioriva in questi tempi, siccome ancora fiorì Origene, scrittore di gran nome, ma non egualmente glorioso nella Chiesa di Dio. In quest'anno ancora, ovvero nel precedente, fu creato vescovo di Cartagine l'insigne martire e scrittore sacro san Cipriano.


CCL

Anno diCristo CCL. Indizione XIII.
Cornelio papa 1.
Decio imperadore 2.

Consoli

Caio Messio Quinto Traiano Decio Augusto per la seconda volta e Massimo Grato.

Essendo perite le vite dei due Filippi, dei Decii, e di Gallo e di Volusiano, già scritte da Trebellio Pollione, la storia di questi tempi resta troppo smunta ed involta in molte tenebre, di maniera che si stenta a distinguere le persone e i fatti d'allora. Decio, che dopo la caduta dei due Filippi restò solo imperadore, si trova ne' marmi e nelle monete appellato Caio Messio Quinto Traiano Decio. Zosimo [Zosimus, lib. 1, cap. 21.], storico pagano e nemico dichiarato de' cristiani, cel rappresenta personaggio di molta nobiltà ed ornato di tutte le virtù. Tale principalmente dovette sembrare a lui, perchè trovò in questo Augusto un fiero persecutore della religion di Cristo. Era egli nato nel borgo di Bubalia o Budalia del territorio di Sirmio nella Pannonia inferiore, il qual luogo ci difficulta di credere tanta nobiltà, quanta gliene dà Zosimo. Secondo Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Breviario.], potea egli allora essere in età di circa quarantasette anni. Anche Eutropio [Eutrop., in Epitome.], pagano al pari di Zosimo, cel descrive per uomo ornato di tutte le virtù, mansueto, placido, che vivea senza fasto, che nell'armi era bravissimo. Quali onorevoli impieghi avesse egli prima esercitati, nol dice la storia. Certo è ch'egli era dell'ordine senatorio. Benchè poi non si sappia con evidenza, pure si tien comunemente che moglie di Decio fosse Erennia Etruscilla Augusta, di cui resta memoria nelle medaglie [Mediobarb., in Numismat. Imper.]; e il nome di un figliuolo di Decio serve a confermarlo; imperciocchè il primogenito suo portava il nome di Quinto Erennio Etrusco Messio Decio, e questi fu dal padre Augusto nell'anno precedente fregiato col titolo di Cesare. Un altro suo figliuolo, per nome Caio Valente Hostiliano Messio Quinto Decio, conseguì anch'esso il nome e la dignità cesarea. Che Decio avesse due altri figliuoli appellati Etrusco e Traiano, l'hanno creduto alcuni, ma senza pruove valevoli a riportarne il comune assenso. Ora Decio imperadore, secondo lo stile de' nuovi imperadori, prese il consolato nelle prime calende di gennaio dell'imperio suo. Perchè egli si truova in alcune antiche memorie chiamato CONSUL II, perciò si crede che in alcuno dei precedenti anni egli fosse stato console sostituito. Se alcuna riguardevol impresa, se verun utile regolamento facesse questo novello Augusto ne' primi tempi del suo governo, non v'ha storia, non v'ha iscrizione od altra memoria che ce l'insegni. Quel solo detestabil fatto spettante all'anno presente, di cui s'hanno parecchi insigni contemporanei testimoni nella storia ecclesiastica, fu la fiera persecuzione da lui mossa contro del Cristianesimo, per la quale stranamente restò sconvolta la Chiesa di Dio, ed innumerabili Cristiani lasciarono gloriosamente la vita nei tormenti e sotto le scuri.

Correvano già trentotto anni dopo la morte di Severo imperadore, che i Cristiani universalmente godevano pace, ancorchè non mancassero de' mali ministri e governatori, che or qua or là infierissero contra di chi professava la legge di Cristo. Alcuni degli stessi imperadori erano stati favorevoli a questa santa religione, con essersi per ciò diffusa e mirabilmente moltiplicata per la terra la semente evangelica, e il numero de' fedeli divenuta innumerabile; quando l'imperador Decio, quel descritto sì placido da Aurelio Vittore, prese a perseguitar apertamente chiunque nemico si scopriva degl'idoli ed adorava il vero Creatore e Salvatore del mondo, con editti crudeli che furono sparsi per tutto l'imperio romano e più barbaramente eseguiti dove maggior copia di fedeli si trovava. Altro io non dirò di questo gran flagello della Chiesa di Dio, per cui nelle antiche storie e memorie dei Cristiani Decio si acquistò il nome d'uno de' più cattivi principi di Roma. Son da vedere intorno a ciò l'opere di san Cipriano allora vivente, Eusebio Cesariense, Lattanzio, Orosio, gli Annali del Baronio, gli Atti de' Bollandisti e le Memorie del Tillemont. Quel solo che a me conviene di ricordar qui, si è essere stato uno de' primi a far pruova della crudeltà di Decio san Fabiano papa, il quale nell'anno presente, con ricevere la corona del martirio, passò a miglior vita. Suo successore nella sedia di san Pietro, ma dopo molte difficultà, fu Cornelio, uno dei più insigni pontefici della Chiesa di Dio. Intanto Decio sen venne a Roma, dove altro non si sa ch'egli facesse, se non un bagno, di cui parla Eutropio [Eutrop., Epitome Hist. Rom.]. Ma s'egli mosse guerra al popolo cristiano, Dio permise che nè pur egli godesse, pel poco tempo che visse e regnò, pace nell'imperio. Sotto di lui cominciò a rinvigorirsi la potenza dei barbari, e a rendersi familiari nel romano imperio la sedizione e rivoluzion degli stati. Giordano storico [Jordan., De Rebus Geticis, cap. 19.], corrottamente appellato Giornande, benchè scrittore a cui non mancavano favole, pure si può credere che ci abbia conservata qualche verità in un racconto spettante a questi tempi. Scrive egli adunque che Cniva re dei Goti, avendo diviso l'armata sua in due corpi, spinse il minore contro la Mesia romana; ed egli coll'altro consistente in settantamila combattenti, andò per assediare Eustesio, chiamato Novi, città della Mesia alle rive del Danubio. Ne fu respinto da Gallo comandante dell'armi romane. Passò a Nicopoli, città fabbricata da Traiano presso quel fiume; e sopravvenendo Decio imperadore, anche di là fu costretto a ritirarsi. Forse nell'anno precedente, trovandosi Decio Augusto in quelle parti, succedette questa irruzion de' Goti: o pure, se fu nel presente, parrebbe che Giordano col nome di Decio imperadore significar volesse Decio Cesare di lui figliuolo, il quale verisimilmente fu lasciato o mandato dal padre per opporsi ai tentativi di que' barbari. Passò Cniva il monte Emo, con disegno di assediar Filippopoli, città della Tracia, che alcuni credono fabbricata da Filippo imperadore, ma che più anticamente portò questo nome. Per soccorrere questa città, anche Decio passò l'Emo, e venne a postarsi a Berea. Cniva all'improvviso gli piombò addosso, e gli diede tale spelazzata, che Decio fuggendo si ricoverò in Italia, restando al comando di quell'armi Gallo, il quale si studiò di riparar le perdite fatte dai Romani. In alcune medaglie, rapportate dal Mezzabarba [Mediobarbus, in Numismat. Imp.] sotto questo anno, si truova DACIA CAPTA, DACIA FELIX; ma senza che si sappia qual guerra sia questa, e nè pure se al presente anno o al precedente appartengano queste medaglie.