Caio Treboniano Gallo Augusto per la seconda volta e Caio Vibio Volusiano Cesare.

Divulgata la morte dei due Decii, le armate della Mesia e della Tracia poco stettero a proclamar Imperadore Caio Treboniano Gallo lor generale, a cui forse indebitamente fu attribuito da Zosimo [Zosimus, lib. 1, cap. 23.] il tradimento fatto ai due Decii. Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Breviar.] scrive, essere stato il traditore un Bruto. Di che paese fosse il suddetto Treboniano Gallo, nol sappiamo, se non che, al dir di Vittore, sembra nato nell'isola delle Gerbe sulle coste dell'Africa. Perchè egli avendo preso, secondo lo stile degli altri nuovi Augusti, il consolato in quest'anno [Reland., in Fast. Consul.], si trova in un'iscrizione e in alcuni fasti console per la seconda volta, da ciò, si argomenta esser egli stato console sustituito in alcuno degli anni addietro. Il grado di generale dell'armi, che dicemmo sostenuto da lui, gli facilitò quello di imperadore. Aveva egli un figliuolo, appellato Caio Vibio Gallo Volusiano, cui diede immediatamente il titolo di Cesare. Ma affinchè non nascesse o già nato si smorzasse il sospetto ch'egli avesse tenuta mano all'obbrobriosa morte dei Decii, si mostrò amantissimo della lor memoria, parlandone sempre con lode e riverenza; volle ancora o pure acconsentì che amendue fossero, secondo la stolta persuasione del gentilesimo, deificati. Vi restava un altro figliuolo di Decio seniore, cioè Caio Valente Hostiliano Messio Quinto Decio, già dichiarato Cesare dal padre. Gallo, non tanto per farsi sempre più credere ben affetto alla memoria di esso Decio, quanto per timore che questo di lui figliuolo, spalleggiato dai soldati, potesse prorompere in qualche sedizione, spontaneamente il dichiarò Augusto e collega suo nell'imperio, aspettando più proprio tempo per liberarsi da lui. Disegnò ancora sè stesso console col figliuolo Volusiano per l'anno presente. Di tutto questo, accaduto nell'anno addietro, spedì egli l'avviso a Roma, e il senato niuna difficoltà mostrò ad approvarlo.

Noi troviamo circa questi tempi varii altri imperadori o tiranni, senza poterne ben chiaramente distinguere l'innalzamento e i luoghi, dove fecero la loro breve comparsa e caddero. Di un Giulio Valente, che usurpò la porpora imperiale, parla Aurelio Vittore, con dir appena partito da Roma Decio, che costui occupò il trono, e fu in breve punita la sua temerità colla morte. Ma Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 19.], che merita qui maggior fede, asserisce che costui per pochi giorni fece la figura d'imperadore, non in Roma o in Italia, ma nell'Illirico, e quivi fu ucciso. E forse il movimento suo accadde dappoichè i due Decii avevano cessato di vivere. Vedesi tuttavia una medaglia [Mediobarbus, in Numism. Imperator.], felicemente, se pur è vero, disotterrata, in cui vien fatta menzione di Marco Aufidio Perpenna Liciniano imperadore Augusto, confuso da Vittore ora con Valente ed ora con Hostiliano. Il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] è di parere che costui, vivente Decio, formasse la sua cospirazione, e, preso il nome d'Augusto nelle Gallie, quivi da esso Decio restasse soffocato, scrivendo Eutropio [Eutrop., in Epitome.] ch'esso Decio, prima di portar l'armi contra dei Goti, estinse una guerra civile insorta nelle Gallie. È plausibile la di lui conghiettura, ma non esente da dubbii. Torniamo ora a Treboniano Gallo, riconosciuto imperadore anche dal senato romano. Le prime sue occupazioni furono quelle di stabilir pace coi Goti, comperandola nondimeno con vergognose condizioni [Zosimus, lib. 1, cap. 24.]; perchè non solamente permise loro di tornarsene alle loro contrade di là dal Danubio con tutto il bottino fatto sulle terre romane, e senza prendersi cura di riscattare, o far rilasciare gran copia di Romani, anche nobili, fatti prigioni nella presa di Filippopoli; ma eziandio si obbligò di pagar da lì innanzi un certo tributo annuale a quei Barbari, affinchè non inquietassero lo imperio romano. Non fu però Gallo il primo ad avvilir la maestà romana con simili patti. L'esempio gliene avea dato Domiziano, e probabilmente altri debili Augusti aveano fatto lo stesso. Dopo di che, come s'egli avesse con tali prodezze meritato il trionfo, se ne venne probabilmente nella primavera di quest'anno a Roma, tutto spirante gloria ed assai contento di sè stesso. Forse perchè i sacerdoti pagani o il senato zelante della conservazione de' suoi falsi dii, fecero nuove istanze anche a Gallo, certo è che la persecuzion de' cristiani, alquanto rallentata, e fors'anche cessata negli ultimi mesi dell'anno precedente e nei primi del corrente, si rinnovellò; e per tutte le provincie si attese ad infierire contro i cristiani che ricusavano di sagrificare agli abborriti numi della gentilità. Son qui da vedere le nobilissime lettere e gli opuscoli di san Cipriano [SS. Cyprian. et Cornel., in Epistolis.] e di san Cornelio papa, il qual ultimo, per cagione di tal persecuzione, fu mandato in esilio, e poi coronato col martirio. Al governo della Chiesa romana fu sustituito Lucio papa, il quale dovette anche egli da lì a qualche tempo sofferire l'esilio. Ma Iddio non cessò di flagellar con nuovi gastighi questi principi nemici del popolo suo eletto, cominciando con una delle più terribili e lunghe pestilenze che mai passeggiassero sulla terra. Si andò essa stendendo a poco a poco per tutte le provincie del romano imperio [Eutrop. Eusebius. Sanctus Cyprianus, et alii.], facendo dappertutto una fiera strage. Se crediamo ad Augusto Vittore [Aurelius Victor, in Brev.], Hostiliano Augusto, già figliuolo di Decio imperadore, colto da questa infezione, terminò i suoi giorni. Ma Zosimo [Zosimus, lib. 1, cap. 25.] pretende che Gallo imperadore, sospettando che questo collega, da chi amava la memoria del di lui padre Decio, fosse un dì portato troppo innanzi con pericolo della propria dignità, il facesse a tradimento levare dal mondo, fingendo verisimilmente che fosse morto di peste. Dopo la cui morte egli dichiarò Augusto il suo figliuolo Gallo Volusiano, il quale nelle iscrizioni [Thesaurus Novus Inscript., pag. 253.] è chiamato Caio Vibio Affinio Gallo Veldumiano Volusiano.


CCLIII

Anno diCristo CCLIII. Indizione I.
Lucio papa 2.
Treboniano Gallo imp. 3.
Gallo Volusiano imp. 1.
Valeriano imperadore 1.
Gallieno imperadore 1.

Consoli

Caio Vibio Volusiano Gallo Augusto per la seconda volta, e Massimo.

Il secondo console vien chiamato da alcuni Marco Valerio Massimo. Perchè non ne ho veduto finora le prove, io m' attengo a chi solamente l'appella Massimo [Aurelius Victor, Syncellus et alii.]. Sembra che il Governo di Gallo Augusto fosse assai dolce, e ch'egli, usando maniere popolari e placide, si studiasse di farsi amare da ognuno, fuorchè da' cristiani. Ma l'essersi tanto egli che il figliuolo dati al lusso e alle delizie [Zosimus, lib. 1, cap. 16.], li faceva disprezzar dalla gente; e la loro negligenza e poca applicazione al governo incoraggi di molto i Barbari, per assalire e malmenare le provincia del romano imperio. Finalmente l'ira di Dio stava addosso ad un principe che mossa avea anch'esso guerra ai cristiani, i quali pure erano i migliori de' sudditi suoi. Durando dunque l'orrido flagello della peste, s'aggiunse ai mali la irruzion degli Sciti, cioè de' Goti, Carpi, Borani, o sieno Burgondi, e d' altre nazioni tartare, nella Mesia, Tracia, Macedonia e Grecia sino al mare Adriatico. Inesplicabili furono i saccheggi da lor fatti, le città non fortificate, ed alcune ancora delle forti si videro soccombere al loro furore; ed intanto Gallo in Roma si dava bel tempo. Comandava in questi tempi l'armi romane nella Pannonia Marco Giulio Emiliano. Aurelio Vittore [Aurel. Victor, in Epitome.] gli dà il nome di Emilio Emiliano. Questi, secondo che racconta Zosimo, animati i suoi soldati, diede addosso agli a Sciti, e gli riuscì di sconfiggerli e d'incalzarli fin dentro ai loro paesi. Questa vittoria cagion fu che l'esercito suo il proclamò imperadore. Giordano [Jordan., de Rebus Geticis, cap. 19. Eutropius, in Breviar. Aurelius Victor, ibid.] solamente scrive che Emiliano, considerati i gravissimi danni recati allora dai Barbari alle terre romane, e la trascuratezza di Gallo e di Volusiano Augusti, fece conoscere alle sue milizie la necessità di aver un imperadore di petto da opporre all'insolenza de' Goti: dal che venne (per suggestione certo di lui) che quell'armata si accordò a crearlo imperadore. Ch'egli ripulsasse, o avesse già ripulsati i Barbari, o pure ch'egli facesse qualche tregua con loro, si potrebbe argomentar dal sapere che egli s'incamminò a gran giornate verso l'Italia, senza far caso d'essi. Ma forse ciò avvenne perchè, secondo Zosimo [Zosimus, lib. 1, cap. 16.], que' Barbari, rivolte le loro scorrerie verso l'Asia, arrivarono ad Efeso, e desertarono poi tutta la Cappadocia. Allora fu che si svegliò Gallo, e raunate quelle forze che potè nell'angustia del tempo, marciò contra di Emiliano, non solamente entrato nell'Italia, ma anche giunto nell'Umbria. Furono a fronte le due armate a Terni, secondo l'asserzione di Vittore [Aurelius Victor, in Epit.] e di Eutropio [Eutrop., in Brev.], o pure al foro di Flaminio, città da gran tempo distrutta, e posta allora ai confini di Foligno, come si ha da Eusebio [Euseb., in Chronic. Syncellus, Chronogr.]. Ma le soldatesche di Gallo, snervate dalle delizie di Roma, non poteano competere con quelle di Emiliano, il quale ebbe anche l'avvertenza di subornarle con far correre secretamente fra loro la promessa di un gran regalo. Il perchè i due imperadori Treboniano Gallo e Volusiano Gallo furono dai lor proprii soldati privati di vita.

Credesi che Gallo fosse allora in età di quarantasette anni, e gran disputa è intorno alla durata del suo imperio. Fu di avviso il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] che verso il mese di Maggio Gallo fosse ucciso. Ambedue si videro poi nell'anno seguente aggregati al numero degli dii da Valeriano Augusto, ch'era loro amico fedele, ma non aveva già l'autorità di fare dei veri dii. Rimasto vincitore Emiliano, e rinforzato anche dall'armata di Gallo, che si unì alla sua, altro non gli restava per essere assodato sul trono imperiale che l'approvazion del senato. Questa la ottenne senza difficoltà, perchè niuno osava di negarla; ed egli [Zonaras, in Annalib.] promise di scacciare i Barbari dalla Mesia, e di far guerra ai Persiani, che mettevano a sacco la Mesopotamia. Si sa [Aurelius Victor, in Epitome.] che Emiliano era Moro di nazione, e nato di bassa famiglia; ma il suo valore gli avea spianata la strada ai posti più sublimi. Se si dee credere ad una moneta di lui rapportata dall'Angelloni [Angellonius, Hist. August.], egli fu due volte console. Potrebbe essere che in uno degli anni addietro fosse stato console sostituito, e che dopo la morte di Volusiano Augusto, console nell'anno presente, avesse preso il consolato. Ma nulla di ciò apparendo in tante altre medaglie che restano di esso Emiliano [Mediobarb., in Numismat. Imper.], si può dubitar della legittimità di questa. Ebbero poco effetto le promesse del novello imperadore, perchè poco stette a scoppiar contra di lui un fulmine, che si andava fabbricando nella Rezia e nel Norico. In quelle provincie Publio Licinio Valeriano era dietro a far gran massa di gente da tutte le parti con disegno di venire in soccorso di Gallo e di Volusiano: quand'ecco giugnergli l'avviso di essere questi stati uccisi, e che regnava il nemico loro Emiliano. O sia che Valeriano sdegnasse di sottomettersi all'usurpator dell'imperio, o che i soldati suoi ne concepissero anch'essi dell'abborrimento, andò a terminar la faccenda nell'essere Valeriano acclamato Imperadore [Aurelius Victor, et alii.] dal medesimo esercito suo, benchè Zosimo [Zosimus, l. 1, cap. 28.] sembri avere creduto che solamente dopo la morte di Emiliano, egli per consentimento di tutti, fosse alzato al trono. Allora dunque che egli si trovò ben in forze calò in Italia, e prese il cammino alla volta di Roma. Già correva il terzo mese che Emiliano signoreggiava, ma in maniera tale, che se Zonara [Zonaras, in Annalibus.] dice il vero, fino gli stessi soldati suoi il riputavano indegno di regnare. Perciò uscito anch'egli in campagna per andare ad affrontarsi con Valeriano, allorchè fu nelle vicinanze di Spoleti (verisimilmente verso il mese di agosto) fu quivi da' suoi proprii soldati svenato. La morte sua confermò Valeriano senza spargimento di sangue nel pieno possesso della dignità imperiale. Che Valeriano, riconosciuto da tutti imperadore, desse dipoi in quest'anno il titolo di Augusto a Publio Licinio Gallieno suo figliuol primogenito, e il creasse collega nell'imperio, lo scorgeremo dagli atti dell'anno seguente. Credesi che Origene, celebre ma combattuto scrittore della Chiesa di Dio, terminasse [Pagius, in Crit. Baron.] anch'egli i suoi giorni nell'anno presente.