Dopo le disavventure del padre, che non fu più contato per imperadore, restò solo al governo del romano imperio il di lui figliuolo Publio Licinio Gallieno. In alcune iscrizioni da me rapportate [Thes. Novus Inscript., pag. 254.] egli è ancora chiamato Publio Licinio Egnazio Gallieno. Il Reinesio [Reinesius, Inscription.], avendo trovato questo Egnazio, si avvisò ch'egli fosse un fratello del medesimo Gallieno Augusto, e l'opinione sua si trova seguitata dal Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.]. Ma egli altri non fu che lo stesso imperadore Gallieno. Da Cornelia Salonina Augusta ebbe Gallieno due figliuoli, cioè Publio Licinio Cornelio Salonino Valeriano, a cui abbiam già veduto che non si tardò a concedere il titolo di Cesare. Trovansi molte medaglie [Mediobarb., in Numismat. Imperat.] col nome suo. L'altro fu Quinto Giulio Salonino Gallieno, che in alcune rare medaglie s'incontra onorato anche esso col titolo di Cesare. Vopisco [Vopiscus, in Aurelian.] nella Vita di Aureliano riferisce una lettera scritta ad Antonino Gallo console, senza che noi sappiamo in qual anno cada il consolato di costui. Dice d'essere stato ripreso da esso console in una lettera familiare, per aver mandato ad educare Gallieno suo figliuolo presso di Postumo, piuttosto che presso di Aureliano. S'è disputato chi sia questo Gallieno mandato nella Gallia, ed appoggiato alla direzione di Postumo, governatore di que' paesi. Il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] parve sospettare in un luogo, benchè poscia sia di diverso parere in un altro, che questi fosse lo stesso primogenito suo, cioè Gallieno ora imperadore; ma questo Gallieno è detto puer da Valeriano, età che non conviene all'Augusto Gallieno, che in que' tempi avea già de' figliuoli. Parve al conte Mezzabarba [Mediobarbus, in Numismat. Imper.] che fosse mandato colà Quinto Giulio Salonino Gallieno, da noi già detto secondogenito dell'imperador Gallieno, quando Valeriano il chiama suo figliuolo, e non già nipote. Finalmente stimò il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] che questi fosse Licinio Salonino Valeriano primogenito di Gallieno. Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Salonino.] il chiama Salonino Gallieno. Lascerò io che altri decida cotal controversia, per cui non si possono recare se non conghietture, e passerò innanzi.
Non mancavano all'imperador Gallieno delle buone doti. Per conto delle ingegno, molti si lasciava addietro. Avea studiata l'eloquenza e la poesia; faceva anche dei versi tollerabili; mostrava genio alla filosofia platonica, e tale stima ebbe di Plotino, eccellente maestro di quella scuola, vivente allora, che gli era venuto il capriccio [Porphyrius, in Vita Plotini.] di rifabbricare una città nella Campania, per ivi fondare una repubblica di platonici; ma ne fu distornato da' suoi cortigiani. Pareva avere del coraggio e della prontezza [Trebellius Pollio, in duobus Gallienis.]; ma solamente ciò si verificava quando era in collera, o si sentiva irritato dallo sprezzo altrui. La sua magnificenza e liberalità, se vogliam credere a Zonara [Zonaras, in Annalibus.], era qual si conveniva ad un imperadore, amando egli di far del bene a tutti, e di non rifiutar grazie a chiunque ne chiedeva. Aggiugne ch'egli inclinava alla clemenza, non avendo fatto morire chi contra di lui s'era rivoltato. Anche Ammiano Marcellino sembra concorde con lui su questo punto. Tuttavia un ritratto ben diverso di lui fece Trebellio Pollione, e la sua crudeltà starà poco a darci negli occhi. Del pari vedremo che andò col progresso del tempo svanendo quella parte di buono che in lui si trovava, con lasciarsi egli prender la mano dall'eccessivo amor dei divertimenti e dei piaceri illeciti, e col divenir neghittoso e sprezzato: cose tutte che si tirarono dietro de' gravissimi sconcerti, e furono quasi la rovina della repubblica romana. Non si dee già tacere che questo principe debolissimo, riconosciuta per ingiustissima la fiera persecuzione mossa dal padre contra de' cristiani [Euseb., Hist. Eccles., lib. 7, c. 13. Baronius, Annal. Eccles. ad hunc ann. Pagius, Crit. Baron. ad hunc ann.], restituì sul principio del suo governo la pace alla Chiesa, vietando il recar ulteriori molestie ai professori della legge di Cristo. Ma non cessò per questo l'ira di Dio, che volea puniti i Romani gentili, per aver attizzata la crudeltà di Valeriano contra dei suoi servi; e però si affollò ogni sorta di disgrazie sopra l'imperio romano, regnante Gallieno. La peste più che mai vigorosa seguitò a mietere le vite degli uomini; i tremuoti rovesciarono le città; da ogni parte i Barbari continuarono a spogliare e lacerare le contrade romane. Il maggiore de' guai nondimeno fu, che nel cuore del romano imperio insorsero di mano in mano varii usurpatori e tiranni, l'insolenza de' quali non si potè reprimere senza lo spargimento d'infinito sangue.
Per la prigionia di Valeriano restarono in una somma confusione gli affari dell'Oriente [Zosimus, lib. 1, cap. 37.]; e corsa questa voce per tutto l'imperio e fra i Barbari, si spalancarono le porte alle sedizioni, alle rapine e ad ogni più funesta novità, quasi che fosse rimasta vedova abbandonata la repubblica romana, e si riputasse uomo da nulla il di lui figliuolo Gallieno Augusto. Trovavasi questi allora all'armata del Reno, per opporsi ai tentativi de' sempre inquieti Germani. Racconta Zosimo che gli Sciti, cioè i Tartari, abitanti di là dal Danubio, unite insieme varie loro nazioni, divisero in due corpi l'immensa lor moltitudine. Coll'uno entrarono furiosi nell'Illirico, saccheggiando e devastando le città e campagne; e coll'altro vennero fino in Italia, ardendo di voglia di dare il sacco alla stessa città di Roma, ne' cui tesori speravano di saziare la loro avidità. In fatti giunsero fino in quelle vicinanze. Il senato allora, per rimediare a sì gran pericolo, raunò quanti soldati potè, diede l'armi ai più gagliardi della plebe, in maniera tale, che mise in piedi un esercito più copioso che quello de' Barbari: il che bastò per far retrocedere quegli assassini. Se ne tornarono essi al paese loro, ma con lasciar la desolazione dovunque passarono. Incredibili mali altresì recarono gli altri all'Illirico, dove nello stesso tempo si provò il loro flagello e quel della peste. Forse la peste medesima fu quella che cacciò di là quelle barbariche locuste. Io non so dire se possa essere succeduto in questi tempi ciò che vien narrato da Zonara [Zonaras, in Annalibus.]: cioè che riuscì a Gallieno con soli dieci mila soldati suoi di sconfiggere presso a Milano trecentomila Barbari: bravura di cui non intendo io di essere mallevadore. Veramente Zosimo attesta ch'egli dalla Gallia calò in Italia per iscacciarne gli Sciti; ma Zonara scrive, essere stati Alamanni que' Barbari, a' quali diede la rotta. Gli antichi scrittori facilmente confondono i nomi delle nazioni barbariche. Eusebio [Euseb., in Chronic.] ed Orosio [Orosius, lib. 7, cap. 22.] in fatti scrivono che circa questi tempi gli Alamanni, dopo aver saccheggiate le Gallie, vennero a dare il malanno all'Italia. Anche i Sarmati, se pur non sono parte anch'essi degli Sciti mentovati da Zosimo, portarono l'armi loro contro l'Illirico nell'anno presente. Avea in quelle parti il comando dell'armi romane Regilliano [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 9.], uomo di gran valore. Da una lettera a lui scritta da Claudio, che fu poi imperadore, si raccoglie aver egli data una gran rotta ai Sarmati presso Scupi, città della Mesia superiore, oggidì Uscubi nella Servia. Abbiamo da Trebellio [Idem, cap. 8.], che essendo consoli Fosco (cioè Tosco) e Basso nell'anno 258, e sapendo le legioni della Mesia quanto fosse immerso Gallieno nelle crapole e nella lussuria, e che v'era bisogno d'un coraggioso generale contra de' Sarmati già incamminati alla lor volta, proclamarono Imperadore Ingenuo governator della Pannonia. Ma o il testo di Trebellio si dee credere guasto, o pur egli s'ingannò in riferire la ribellione d'Ingenuo prima delle sventure di Valeriano Augusto; e dobbiamo attenerci qui ad Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.], il quale chiaramente scrive avere la cattività di Valeriano data ansa all'ambizion d'Ingenuo per ribellarsi. Lo stesso vien confermato da Zonara [Zonaras, in Annalibus.]; e però all'anno presente dee appartenere quel fatto. Ne fu portata la nuova a Gallieno Augusto, che a gran giornate passò colà con un esercito, dov'erano molti Mori. Aureolo capitano della sua cavalleria diede una rotta ad Ingenuo, per la quale disperato si uccise. Può nondimeno dubitarsi se in persona vi andasse Gallieno. Abbiamo [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrann., c. 8.] una sua lettera scritta a Celere Veriano suo generale in quelle parti, dove con furore inudito gli ordina di procedere contra d'Ingenuo e de' suoi seguaci senza misericordia alcuna, con uccidere e tagliare a pezzi chiunque de' soldati o di que' popoli avea avuta mano in quella sollevazione; e che quanto più farebbe di vendetta, tanto più gusto a lui darebbe. V'ha chi dice che Ingenuo, presa la città di Mursa, o di Sirmio, dove egli risedeva, col pugnale si levasse la vita, per non venire in man del crudo Gallieno. Che o nell'anno precedente o pur nel presente si rivoltassero Postumo nella Gallia, Macriano in Oriente, Valente nell'Acaia, Regilliano nella Mesia, Aureolo nell'Illirico, è stato parere di varii moderni storici. Mancano a noi lumi per distinguere bene i fili e tempi della storia, per quel che riguarda i tiranni allora insorti nel romano imperio; nè ho io voglia di presentar ai lettori le dispute dei letterati intorno a questi punti. Però chieggo licenza di parlar di essi tiranni negli anni seguenti, perchè non o facile l'assegnar i veri tempi de' fatti d'allora.
CCLXII
| Anno di | Cristo CCLXII. Indizione X. |
| Dionisio papa 4. | |
| Gallieno imperadore 10. |
Consoli
Publio Licinio Gallieno Augusto per la quinta volta e Faustino.
Un di coloro che, alzata bandiera contra di Gallieno Augusto, si fecero proclamar Imperadori, fu Marco Fulvio Macriano [Mediobarbus, in Numism. Imperat. Trebell. Pollio, in Trigint. Tyrann., cap. 8.], da noi più volte nominato di sopra, personaggio nato bassamente, ma che, salendo per varii gradi militari, acquistò il credito di essere il più valoroso e prudente generale che si avesse allora l'imperio romano. Arrivò costui sì avanti, che Valeriano Augusto, siccome già accennai, non avea persona più confidente di lui, e da lui appunto fu mosso a perseguitare i cristiani [Euseb., Histor. Eccles., lib. 7, cap. 10.]. Perchè avea imparata la magia dai maghi egiziani, ha sospettato taluno ch'egli fosse di quella stessa nazione. A lui diede Valeriano il comando dell'armata, allorchè infelicemente prese a far guerra a' Persiani, e per opinione di alcuni tradito fu da lui. Tradì egli ancora il di lui figliuolo Gallieno. Imperocchè dopo la prigionia di Valeriano, giacchè nulla era stimato Gallieno, i soldati della Soria cominciarono, secondochè scrive Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 11.], a trattar di voler un principe atto a sostenere l'imperio. Furono a consiglio su questo Macriano e Servio Anicio Balista, ch'era stato prefetto del pretorio sotto Valeriano, ed esercitava allora la carica anch'egli di generale. Fu d'avviso Balista che niun fosse più atto di Macriano al comando dell'armi e al governo dell'imperio romano. Se ne scusò Macriano con dire di esser vecchio e zoppo; ma perchè avea due suoi figliuoli giovani, già tribuni, e di singolar bravura, cioè Quinto Fulvio Macriano e Gneo Fulvio Quieto, fu conchiuso che il braccio di questi due figliuoli supplirebbe all'età del padre; e però Macriano venne acclamato Imperadore Augusto, ed egli appresso promosse alla medesima dignità i due suoi figli. Di tutti e tre resta memoria nelle antiche medaglie [Goltzius et Mediobarbus, in Numismat. Imperat.]. Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Gallieno.] vuole che Macriano usurpasse l'imperio, essendo consoli Gallieno e Volusiano, cioè nell'anno precedente 261. Al padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron.] parve questo un errore o dello storico o del testo, perchè, secondo lui, nell'anno 259 accade la disgrazia di Valeriano, nè tanto potè restar l'armata di Soria senza capo. Ma siccome abbiam detto che non regge l'opinione del Pagi intorno all'anno della cattività di Valeriano, così nè pur sussiste il negar qui fede a Trebellio. Già si è detto che Valeriano cadde in man dei Persiani nell'anno 260. Che poi non succedesse sì tosto l'usurpazione da Macriano fatta dell'imperio, si può ricavar da Zonara [Zonaras, in Annalibus.]. Scrive questo autore che dopo la sventura di Valeriano i Persiani senza paura d'alcuno portarono l'armi vincitrici per la Soria, per la Cilicia e Cappadocia: il che vien confermato da Eusebio Cesariense [Eusebius, in Chronic.]. Presero la nobilissima città d'Antiochia capitale della Soria; poi Tarso insigne città della Cilicia. Quindi misero l'assedio a Cesarea di Cappadocia, la qual si crede che contenesse allora quattrocento mila anime. Gran difesa fu fatta da que' cittadini, essendo lor capitano Demostene, uomo di gran cuore, e forse l'avrebbono scappata, se un certo medico fatto prigione, per non poter reggere ai tormenti, non avesse rivelato ai nemici un sito, per cui entrati una notte, fecero una strage immensa di quei cittadini. Demostene lor capitano, essendovi ordine di prenderlo vivo, salito a cavallo, ed imbrandito lo stocco, si cacciò per mezzo ai Persiani, ed atterratine non pochi, ebbe la fortuna di salvarsi. Gran quantità di prigioni fu fatta da' Barbari nella presa di quella città, e tutti appena provveduti di tanto cibo che bastasse a tenerli in vita, e senza poter bere acqua se non una volta al giorno, come si fa colle bestie. Finalmente i Romani fuggiti elessero per lor capitano un Callisto (il Tillemont [Tillemont, Mémoires de Empereurs.] sospetta che Zonara voglia dire Balista), il quale, trovando sbandati i Persiani, diede loro assai busse in varii incontri, e prese anche le concubine del re Sapore con delle grandi ricchezze. Per queste percosse si affrettò Sapore a ricondursi ne' suoi paesi, seco menando l'infelice Valeriano. Ora cotali imprese richieggono del tempo, nè si vede che Macriano se ne impacciasse punto; e però fondatamente si può credere ch'esso Macriano solamente nell'anno 261, siccome attesta Zonara, fosse acclamato Imperadore. Credesi che egli regnasse in Egitto; ma, se ciò è vero, non dovette ivi piantare la sua signoria senza spargimento di sangue, facendo menzione san Dionisio vescovo alessandrino presso Eusebio [Euseb., Histor. Eccles., lib. 7, cap. 22.] d'un'atroce guerra civile che circa questi tempi afflisse la città d'Alessandria, susseguita poi da una terribil peste. Che il dominio di Macriano si stendesse quasi per tutta l'Asia, abbiamo motivo di crederlo senza difficoltà; ed ivi egli comandò per più d'un anno.
Pensava probabilmente Macriano di incamminarsi alla volta di Roma, e di passare lo stretto di Bisanzio colla sua armata [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 18.]; ma perchè ben prevedeva che Publio Valerio Valente, creato proconsole dell'Acaia da Gallieno, uomo d'alto affare e suo particolar nimico, gli avrebbe fatta opposizion nel passaggio, mandò un personaggio di gran credito, cioè Lucio Calpurnio Pisone Frugi [Mediobarb., in Numismat. Imperat.], per ammazzarlo. Se ne accorse Valente, e non sapendo come meglio sottrarsi ai pericoli, si fece proclamar Augusto [Aurelius Victor, in Epitome.], e regnò qualche tempo nell'Acaia e Macedonia. Non andò più innanzi Pisone, ma ritiratosi nella Tessaglia, giacchè vedea tanti che usurpavano l'imperio, ne volle anch'egli la sua parte, con prendere il titolo d'Imperadore e di Tessalico in quella contrada. Ma spedita una man di soldati da Valente, levò di vita Pisone, e Valente stesso fu anch'egli da lì a poco ucciso da' suoi soldati. V'ha delle inverisimiglianze in questi racconti; ma più ancora inverisimile a me sembra il dirsi da Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 20.], che saputosi in Roma la morte di questi due personaggi nel dì 25 di giugno, il senato decretò gli onori divini a Pisone, con dire che non si potea trovar uomo migliore e più costante di lui. Come mai questo, se è vero ch'egli usurpasse l'imperio contra di Gallieno padrone di Roma? Nello stesso decreto disse il console di confidare che Gallieno, Valeriano e Salonino sieno nostri imperadori: intorno alle quali parole han disputato più letterati, per determinare chi fossero Valeriano e Salonino, e se tutti godessero allora il titolo d'imperadori: il che è difficile da stabilire per varii motivi. Ora Macriano, messa insieme un'armata di quarantacinque mila combattenti, e lasciato Quieto Augusto suo secondo figliuolo, assistito da Balista, al governo della Soria, marciò verso l'Europa, e passò il mare a Bisanzio. Ma fosse nell'Illirico, o pure nelle estremità della Tracia, gli venne a fronte Marco Acilio Aureolo con altro più poderoso esercito, per dargli battaglia, e segui ancora qualche menar di spade [Zonaras, in Annalib.]. Trattandosi di altri Romani, non voleva Aureolo lasciar la briglia a' suoi, sperando che quei di Macriano verrebbono dalla sua parte, perchè avea fatta la chiamata, e forse guadagnato alcuno dei contrarii uffiziali. Ma quei non si movevano. Per avventura venne ad imbrogliarsi e a chinar la bandiera uno degli alfieri di Macriano; non vi volle di più perchè gli altri alfieri, credendo ciò fatto non per azzardo, ma per ordine de' capitani, abbassarono anch'essi le insegne, e andarono in numero di trenta mila ad unirsi con Aureolo [Trebellius Pollio, in Trigint. Tyrannis, cap. 11.], acclamando l'imperador Gallieno. Accortosi dipoi Macriano che anche gli altri restati con lui titubavano, li pregò di non voler dare sè stesso e il figlio Quinto Fulvio Macriano in mano di Aureolo. Il compiacquero essi con ammazzar lui e il figliuolo; e, ciò fatto, passarono anch'essi all'armata di Aureolo. Trebellio Pollione dà la gloria di questo fatto a Domiziano, valoroso capitano d'esso Aureolo, facendosi credere che Aureolo non v'intervenisse in persona. Da san Dionisio Alessandrino [Euseb., Hist. Eccles., lib. 7, cap. 23.] si ricava che la caduta di Macriano, per cui restò l'imperadore Gallieno libero da un nemico che gli facea gran ribrezzo, accadde nell'anno nono dell'imperio d'esso Gallieno, e però nel presente. Si vuol qui aggiungere che restò tuttavia padrone di quasi tutte le provincie orientali Gneo Fulvio Quieto, dichiarato, come già dissi, Augusto da Macriano suo padre. Stavagli a' fianchi Balista, personaggio di gran senno e di sperimentato valore. Ma giunta la nuova che il di lui padre e fratello erano stati vinti e tolti dal mondo, cominciarono le città dell'Oriente l'una dopo l'altra a ritirarsi dall'ubbidienza di Quieto. Zonara [Zonaras, in Annalibus.] pretende che Odenato da Palmira, di cui parleremo fra poco, quegli fosse che, assediato Quieto nella città di Emesa, l'uccidesse. Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 17.] sembra piuttosto attribuire la di lui morte ai soldati che Aureolo avea spedito per prenderlo vivo. Quanto a Balista, o egli se ne fuggì, o per mezzo di qualche accordo ebbe la facoltà di ritirarsi. Anch'egli, scrivono che prendesse dipoi il titolo d'Imperadore Augusto in qualche parte dell'Oriente, e si mantenesse sino all'anno 264. In fatti v'ha qualche medaglia [Mediobarb., in Numismat. Imper.] che cel rappresenta Augusto. Ma io torno a desiderare che le medaglie di tanti tiranni vivuti in questi tempi sieno tutte legittime e vere, perchè non son mancati di coloro che, per farsi ben pagare dai dilettanti di sì fatte anticaglie, han saputo formar di pianta monete simili alle antiche col mutar le loro iscrizioni. Trebellio Pollione confessa ingenuamente di non sapere se Balista prendesse sì o no la porpora; ed esservi scrittori che asseriscono essersi egli ritirato ad una vita privata. Quel che è certo, egli fu dipoi ucciso, chi dice per ordine di Odenato, e chi dai soldati di Aureolo, con riferire la di lui morte all'anno 264: circostanze tutte dubbiose, e che non si possono chiarire. Noi sappiamo ancora che dopo la morte d'Ingenuo tiranno Quinto Nonio Regilliano nell'Illirico [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 9.] si sollevò e prese il titolo d'Imperadore Augusto. Costui, siccome di sopra accennai, fece di molte prodezze contra dei Sarmati, e ricuperò l'Illirico, che per la dappocaggine di Gallieno era quasi tutto perduto. Ciò dovette avvenire prima di usurpar l'imperio; ma in qual tempo egli l'usurpasse, nol possiamo determinare; e noi vedremo fra poco che anche Aureolo prese il titolo d'Augusto nel medesimo Illirico. Per quel che scrive Trebellio, fu un accidente che costui fosse promosso all'imperial dignità dai soldati, i quali, scherzando sul nome di Regilliano, trovarono che Dio gli avea dato questo nome, acciocchè divenisse re, e per questo l'acclamarono Augusto. Ma quei medesimi soldati poi per timore della crudeltà di Gallieno, già provata nella ribellion d'Ingenuo, e per le premure di quei popoli che non voleano quel peso addosso, diedero ad esso Regilliano la morte.