Il primo console, cioè Valeriano, comunemente vien creduto il fratello di Gallieno Augusto, con opinione ch'egli nell'anno 259 fosse stato console sostituito. Tempo è ormai di parlare di Odenato, il cui nome si rendè ben celebre per le imprese da lui fatte in servigio dell'imperio romano in Oriente. Egli [Agathias, lib. 4 Histor.] era nato in Palmira, città nobile della Fenicia, non lungi dall'Eufrate, delle cui rovine ed antichità han rapportato molte notizie in questi ultimi tempi i viaggiatori inglesi. Ch'egli fosse solamente cittadino e decurione in quella città, lo scrive Eusebio [Euseb., in Chronic.]. Ciò vien anche confermato da Zosimo [Zosimus, lib. 1, cap. 38.], il quale nondimeno aggiunge aver egli avuto delle milizie proprie: il che sembra indicare ch'egli fosse uno dei principi dei Saraceni abitanti verso l'Eufrate e collegati dei Romani, siccome ancora fu di parere Procopio [Procopius, de Bello Pers., lib. 11.]. Fece Dio nascere in questi tempi un uomo tale per umiliar l'orgoglio di Sapore re della Persia, che dopo la gran vergogna inferita ai Romani, col fare suo schiavo il loro imperador Valeriano, pareva in istato di assorbir tutte le provincie romane dell'Oriente. Avea Odenato [Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., c. 14.] in sua gioventù fatto il noviziato della guerra nella caccia delle fiere, prendendo lioni, pardi, orsi ed altri animali selvatici, ed indurando il corpo ai venti e alle pioggie. Veduto ch'egli ebbe divenuto formidabile a tutto l'Oriente il re Sapore per le vittorie guadagnate sopra i Romani, abbiamo da Pietro Patrizio [Petrus Patricius, de Legationibus, t. I Histor. Byzantin.], che per comperarsi la buona grazia di quel regnante, gli inviò molti cammelli carichi di preziosi regali, con lettera di tutta sommessione e rispetto. All'alterigia di Sapore (male ordinario dei gran tiranni dell'Oriente) parve un'insolenza l'atto di Odenato, che, essendo persona privata, avesse osato di scrivergli senza presentarsi egli in persona al soglio suo. Il perchè stracciò quella lettera, fece gittar nel fiume que' presenti, e disse ai messi ch'egli saprebbe ben insegnar le creanze al loro signore, e come un par suo dovea trattare con chi era suo padrone, e che sterminerebbe lui colla sua famiglia e patria. Contuttociò, s'egli bramava un gastigo men rigoroso, venisse a prostrarsi ai suoi piedi colle mani legate. Fu allora che Odenato, non sapendo digerir tanta boria, nè tollerar le mal meritate minaccie del barbaro regnante, si gittò affatto nel partito de' Romani. Zonara [Zonaras, in Annalibus.] scrive, esser egli stato quello che nella Mesopotamia assediò in Emesa Quieto figliuolo di Macriano tiranno, ed il fece uccidere. Da lui parimente [Trebellius Pollio, in Gallienis.] tolta fu la vita a Batista, usurpatore anche esso dell'imperio in Oriente. Appresso mosse una fiera guerra al re di Persia; ricuperò Nisibi e Carre e tutta la Mesopotamia. S'era egli dato il vanto di voler anche cavar dalle mani de' Persiani il prigionier Valeriano; e perciocchè mostrava in tutto dipendenza da Gallieno Augusto, ed ubbidienza agli ordini che venivano da lui, fu creato governatore e generale dell'Oriente da esso imperadore. Avvennero questi fatti negli anni addietro.
Che Odenato anche prima di questo anno entrato nelle terre de' Persiani, grande strage facesse di loro, ed arrivasse fino a Ctesifonte, capitale allora di quella monarchia, si può raccogliere da Zosimo [Zosimus, lib. 1, cap. 29.] e da Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 14.]. Ma verso questi tempi egli di nuovo, più potente e risoluto che mai, tornò addosso ai Persiani, e mise l'assedio a Ctesifonte. Molti combattimenti e saccheggi di tutto quel paese, e macello incredibile della nemica genie fu ivi fatto. Ma perchè tutti i satrapi della Persia si unirono per la comune difesa, non potè far crollare ai suoi voleri quella metropoli. Portate intanto a Gallieno le nuove, qualmente Odenato, dopo aver liberata dai Persiani la Mesopotamia, era giunto sotto Ctesifonte, avea messo in fuga il re Sapore, presi molti di questi satrapi, e fatta strage di que' Barbari: per consiglio di Valeriano suo fratello e di Lucilio suo parente, che abbiam veduto consoli ordinarii nell'anno presente, a motivo di maggiormente attaccare Odenato agl'interessi del romano imperio, gli diede il titolo di Augusto, dichiarandolo suo collega, ed ordinando che si battessero monete in onore di lui, delle quali alcune ancora ne restano [Goltzius, et Mediob., in Numism. Imperat.]. A molti dovette parere strana una tal risoluzione, perchè restava giustificatamente in mano ad Odenato, principe straniero, tutto lo Oriente; e pure, se dice il vero Trebellio Pollione, il senato e tutto il popolo romano sommamente lodarono questo fatto, probabilmente sperando che andasse a terra l'inetto Gallieno, e che questo valoroso Fenicio avesse poi da rimettere in buon sesto il troppo sfasciato imperio romano. E ciò basti per ora di Odenato. Benchè non si sappia il tempo preciso in cui anche Trebelliano non volle esser da meno di tanti altri usurpatori dell'imperio [Trebellius Pollio, in Gallieno, et in Trig. Tyrann., cap. 14.], pure ne parleremo qui. Solamente noi sappiamo che costui, nominato Caio Annio Trebelliano in qualche medaglia [Goltzius, et Mediob., Numism. Imper.] (se pur son legittime le medaglie di lui), trovando nella Isauria quel popolo malcontento di Gallieno, e bramoso di un condottiere, prese il titolo d'imperadore, e nella rocca d'Isauria si fabbricò un palazzo. Fra que' luoghi stretti del monte Tauro si mantenne egli per qualche tempo; ma speditogli contro da Gallieno Causisoleo Egiziano, fratello di quel Teodoto che avea preso Emiliano tiranno dell'Egitto, ebbe maniera di tirarlo a campagna aperta, di dargli battaglia, di sconfiggerlo e di levargli la vita. Ma quei popoli per paura di gastighi continuarono nella lor ribellione e libertà, nè si poterono per gran tempo, e forse mai più, rimettere all'ubbidienza della repubblica romana. Nè pure all'Africa mancarono i suoi disastri [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis.]. Quivi per cura di Vibio Passieno proconsole, e di Fabio Pomponiano general dell'armi ai confini nella Libia, fu creato imperadore un Tito Cornelio Celso semplice tribuno, e vestito colla porpora imperiale da una Galliena cugina del medesimo Gallieno Augusto. Ma non passarono sette dì che costui fu ucciso, il suo corpo dato ai cani, ed impiccata l'effigie sua per opera del popolo di Sicca, il quale s'era mantenuto fedele a Gallieno. Abbiamo un'iscrizione [Panv., in Fast. Cons. Maffeius, Veron. Illustr.] comprovante ch'esso Gallieno fece in quest'anno rifabbricar le mura di Verona; perlochè quella città prese il titolo di Galleniana. Il lavoro fu cominciato a dì 5 d'aprile, e terminato nel dì 4 di dicembre. Dovea servire quella città d'antemurale agl'insulti de' Germani. A' tempi del gran Pompeo era essa divenuta colonia de' Romani [Incertus, in Panegyrico Constant., cap. 8.]; ma, scaduta per le guerre, trovò miracolosamente un ristoratore in questo sì disattento e scioperato Augusto.
CCLXVI
| Anno di | Cristo CCLXVI. Indizione XIV. |
| Dionisio papa 8. | |
| Gallieno imperadore 14. |
Consoli
Publio Licinio Gallieno Augusto per la settima volta e Sabinillo.
Per gli nuovi tiranni che ogni dì saltavano fuori, conquassato era l'imperio romano; ma poco parea che se ne affliggesse la testa leggiera di Gallieno imperadore [Trebellius Pollio, in Gallieno.]. Quando gli giugneva la nuova che l'Egitto era perduto: E che? diceva egli, non potremo noi vivere senza il lino d'Egitto? Veniva un altro a dirgli le orribili scorrerie fatte dagli Sciti nell'Asia, e i tremuoti che aveano in quelle parti diroccate le città, rispondeva: Non potremo noi far senza le loro spume di nitro per lavarci? Udita la perdita delle Gallie, se ne rise, dicendo: Sto a vedere che la repubblica sia sbrigata, se non verran più le tele di Arras. Così questo imperadore con aria da filosofo, ma con vera dappocaggine e stoltizia di principe. E intanto le applicazioni sue più serie erano dietro alla cucina e alle tavole per mangiar bene e ber meglio, e a soddisfar le sfrenate voglie della libidine sua, e a far comparse di lusso disusato, senza prendersi pensiero del pubblico governo, e senza mettersi affanno di tante ribellioni e disastri che fioccavano da tutte le bande sul romano imperio. Abbiamo da Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.] ch'egli, oltre alla moglie Salonina Augusta, teneva varie concubine, fra le quali la principale fu Pipa, figliuola del re de' Marcomanni, per ottenere la quale cedette ad esso re una parte della Pannonia superiore. E questa sua trascuraggine appunto era quella che animava or questo or quello ad alzar bandiera contra di lui, e ad usurpare il nome d'imperadore. Trovò egli nondimeno un ingegnoso spediente per mettere freno all'esaltazione di nuovi Augusti [Idem, ibidem.], e fu quello di proibir da lì innanzi che i senatori avessero impieghi nella milizia, e si trovassero nelle armate, perchè diffidava di chiunque era in credito, e poteva aspirare all'imperio, o muover altri a liberarsi da lui. Uso fu degli Augusti di condur sempre seco ne' viaggi e nelle guerre un numero scelto di senatori, che formavano il loro consiglio, e mantenevano ne' popoli e nelle soldatesche il rispetto dovuto al senato, e comandavano bene spesso le armate. Tutto il contrario fece Gallieno. E di qui poi venne, che avvezzatisi i senatori a godersi in pace i loro posti e beni, e a risparmiar le fatiche, i pericoli e le sedizioni della milizia, più non cercarono di far cessare quella legge di Gallieno: perlochè sempre più venne calando la loro stima ed autorità, e crebbe l'insolenza di chi comandava e maneggiava l'armi.
Intorno a questi tempi pare che succedesse nelle Gallie il fine di Postumo, stato per più anni tiranno, o sia imperadore in quelle parti, dove ancora avea preso il quarto consolato. Scrivono [Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., cap. 2.] ch'egli mantenne sempre que' popoli in istato felice, mercè del suo senno e valore, ed era anche universalmente amato e rispettato. Tuttavia si sollevò contra di lui Lucio Eliano, che prese il titolo d'Imperadore in Magonza. Eutropio [Eutrop., in Breviar.] scrive, che avendo Postumo presa quella città, per non aver voluto abbandonarne il sacco ai soldati, costoro l'uccisero insieme col giovane Postumo suo figliuolo. Ho io con Aurelio Vittore appellato Eliano l'emulo che si rivoltò contro di lui; ma questi infallibilmente non è se non quel personaggio che da Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Trig. Tyran., cap. 4.] vien chiamato Lolliano, e tale ancora si trova il suo nome presso d'Eutropio. Postumo, secondo il suddetto Pollione, per maneggi segreti d'esso Lolliano, perdè la vita; ed è certo che questi sopravvisse a Postumo. Dicono ch'egli fu accettato per Imperadore da una parte delle Gallie; e che fece di gran bene alle città di quelle contrade, e che rifabbricò varii luoghi di là del Reno. Ma che? Vittorino, figliuolo di Vittoria, già preso per collega dell'imperio da Postumo, gli fece guerra; e peggiore gliela fecero i soldati, perchè annoiati dalle troppe fatiche, alle quali continuamente gli obbligava, gli tolsero la vita. Trovansi medaglie [Mediobarb., in Numismat. Imperat.], dove egli è chiamato Lucio Eliano ed Aulo Pomponio Eliano; altre se ne rapportano col nome di Spurio Servilio Lolliano. O l'une o l'altre sono mere imposture, quando ancora non sieno tutte. Sicchè Marco Aurelio Vittorino restò solo possessor delle Gallie. Ma costui [Trebellius Pollio, in Trig. Tyran., cap. 5.] con tutte le belle doti d'uomo grave, clemente, economo, ed esattor della disciplina militare, portava nell'ossa un vizio che denigrava tutte le sue virtù, cioè una sfrenata libidine, per cui niun rispetto portava ai talami de' suoi soldati. Ne riportò anche il castigo [Aurelius Victor, in Epitome.]. Trovandosi egli in Colonia, un cancelliere dell'esercito, irritato contra di lui per violenza usata a sua moglie, essendosi congiurato con altri, lo uccise. Il fanciullo Vittorino di lui figliuolo fu allora chiamato Cesare da Vittoria o sia Vittorina, avola sua paterna; ma nella stessa maniera che il padre, fu anch'egli ammazzato dai medesimi soldati. Così Trebellio Pollione, il quale, se son vere le medaglie riferite dal Goltzio e dal Mezzabarba [Goltzius et Mediob., in Numism. Imperat.], mal informato si scuopre di quegli affari. In esse medaglie veggiamo appellato questo fanciullo Caio Piavio Vittorino, e non già col suo titolo di Cesare, ma bensì d'Imperadore Augusto. Se fosse vero il racconto di Pollione, non vi restò tempo da battere monete in onore di questo piccolo Augusto. Il punto sta che siamo ben sicuri d'essere quelle monete fattura indubitata dell'antichità. Certamente è lecito il dubitarne. Dopo i due Vittorini, l'imperio delle Gallie fu da quelle milizie conferito ad un Mario, già stato fabbro ferraio. Eutropio [Eutrop., in Breviar.] mette l'esaltazione di costui fra Lolliano e Vittorino; Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 7.] dopo Vittorino. Era costui salito in alto ne' posti militari per l'estrema sua forza, di cui alcune prove rapporta Pollione. Ma un soldato, già di lui garzone nella bottega del suo mestiero, vedendosi sprezzato da lui o prima o dopo l'usurpato imperio, due o tre giorni dopo la di lui promozione, col ferro lo stese morto a terra, dicendo nel medesimo tempo: Questa è la spada che tu di tua mano fabbricasti. Allora Vittoria madre del vecchio Vittorino, che volea pur conservar l'acquistata sua autorità nelle Gallie, a forza di denaro indusse i soldati a proclamar Imperadore, forse nell'anno seguente, Tetrico suo parente, senatore romano, e governatore nell'Aquitania, provincia delle Gallie. Questi nelle medaglie [Goltzius, in Numism. Imperat.] si trova nominato Publio Piveso, o, secondo un'iscrizione, Pesuvio Tetrico, con apparenza che alcuna di esse memorie patisca eccezione. Dicono ch'egli era anche stato console, e che portatagli questa lieta nuova a Bordeos, quivi prese la porpora. Suo figliuolo Caio Pacuvio Piveso Tetrico, ancorchè allora fanciullo, fu creato Cesare dalla suddetta Vittoria, la quale appresso (non si sa in qual anno) terminò i suoi giorni, aiutata, per quanto ne corse la voce, dal medesimo Tetrico, al quale piaceva di comandare e non d'essere comandato da lei. Continuò dipoi Tetrico la sua signoria non solamente nelle Gallie, ma anche nelle Spagne, fino ai tempi di Aureliano Augusto, siccome allora diremo. Fu di parere il Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] che Postumo regnasse nelle Gallie sino all'anno secondo di Claudio imperadore. Non mancano ragioni ad altri per crederlo ucciso sotto Gallieno. La lite non è per anche decisa; nè certo si può ben chiarire il tempo di tante rivoluzioni succedute in quelle contrade.