V'ha una o due iscrizioni, nelle quali Claudio è chiamato Console per la seconda volta. Non mi son io arrischiato ad intitolarlo tale, perchè più sono i monumenti, ne' quali egli si vede puramente appellalo console. Questo Paterno, se a lui si applica un'iscrizione da me pubblicata [Thesaurus Novus Inscript., pag. 366, n. 1.], dovette essere chiamato Nonio Paterno. Era in quest'anno prefetto di Roma [Bucherius, de Cycl.] Flavio Antiochiano. Giacchè andava ben la faccenda sotto un imperadore sì screditato, come era Gallieno, aveano preso gusto alle ruberie e ai saccheggi delle provincie romane i Goti negli anni addietro; in questo invitarono al medesimo giuoco altre nazioni barbare, cioè Ostrogoti, Gepidi, Virtinghi, Eruli, Peusini, Trutungi ed altri di quei settentrionali feroci popoli. Nell'anno presente adunque si videro comparir di nuovo costoro, compresi da molti antichi sotto il nome di Goti o Gotti, a desolar l'imperio romano. Può dubitarsi di un errore nel testo di Zosimo [Zosimus, lib. 1, cap. 42.], allorchè scrive che formarono una flotta di seimila navi. Quando anche non fossero che barche, il numero par troppo grande. Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Claudio.] non riferisce se non due mille navi di que' Barbari. E di più non ne conta Ammiano Marcellino [Ammianus Marcellinus, Hist., lib. 31, c. 5.] là dove fa menzione di questi fatti. Ma sì Zosimo che Pollione fanno ascendere il numero di coloro a trecento venti mila persone combattenti, senza contare i servi e le donne. La prima scarica del loro furore fu contro la città di Tomi, vicina alle bocche del Danubio, da dove passarono a Marcianopoli, città della Mesia. Da ammendue respinti dopo varii combattimenti si rimisero nei loro legni, e dal mar Nero entrarono nello stretto di Bisanzio, dove la corrente rapida delle acque, che urtava quelle navi le une contra delle altre, ne fece perir non poche insieme colla gente. E non mancarono quei di Bisanzio di far loro quanta guerra poterono. Dopo avere [Zosimus, lib. 1, cap. 42. Trebellius Pollio, in Claudio. Ammianus Marcellinus, Zonaras, in Annalibus.] inutilmente tentata la città di Cizico, vennero nell'Arcipelago, e posero l'assedio a Salonichi, o sia Tessalonica, e a Cassandria. Aveano macchine proprie per prendere città, e già pareano vicini ad impadronirsi di ammendue, quando venne lor nuova, che Claudio Augusto s'appressava colle sue forze. Certo è che Claudio dimorante in Roma, allorchè intese questo gran diluvio di Barbari, prese la risoluzione di andar in persona ad incontrarli; e tuttochè si disputasse da alcuni se fosse meglio il far guerra a Tetrico, occupator della Gallia e della Spagna, cioè delle migliori forze dello imperio, che ai Goti e agli altri Tartari rispose: La guerra di Tetrico è mia propria, ma quella de' Goti riguarda il pubblico: e però volle anteporre il pubblico al privato bisogno. Zonara [Zonaras, in Annalib.] in vece di Tetrico mette Postumo, che era già, secondo i nostri conti, morto. Or mentre egli attendeva a fare un possente armamento per quella impresa, spedì innanzi Quintillo suo fratello e con esso lui Aureliano, al quale, per la maggior sperienza negli affari della guerra, diede il principal comando delle milizie nella Tracia e nell'Illirico.
L'arrivo di questi due generali con un poderoso corpo di gente quel fu che persuase ai Goti di abbandonar l'assedio di Salonichi, e di gittarsi alla Pelagonia e Peonia, dove la cavalleria dei Dalmatini si segnalò con tagliare a pezzi tremila di coloro. Di là passarono i Barbari nell'alta Mesia, dove comparve ancora l'Augusto Claudio colla sua armata [Trebellius Pollio, in Claudio.]; si venne ad una giornata campale, che fu un pezzo dubbiosa. Piegarono in fine i Romani, e fuggirono o fecero vista di fuggire; ma ritornati all'improvviso per vie disastrose addosso ai Barbari, ne stesero morti sul campo cinquantamila, riportando una nobilissima vittoria d'essi. Quei che si salvarono colla fuga voltarono verso la Macedonia, ma assaliti dipoi in un sito dalla cavalleria romana ed oppressi dalla fame, buona parte lasciarono ivi le lor ossa; e il resto veggendosi tagliata la strada, si ridussero al monte Emo, dove fra mille stenti cercarono di passare il verno. Ancor questi li vedremo sterminati nell'anno seguente. Se è vero ciò che racconta Zonara [Zonaras, in Annalibus.], convien che una parte della lor flotta e gente, staccata dal grosso dell'armata, andasse a dare il guasto alla Tessalia ed Acaia. Vi fecero gran danno, ma solamente alle campagne, perchè le città erano ben munite e in guardia, e seppero ben difendersi. Tuttavia riuscì ai Barbari di prendere quella di Atene, dove raunati tutti i libri di quelle famose scuole erano per farne un falò, se un d'essi, più accorto degli altri, non gli avesse trattenuti, dicendo che perdendosi gli Ateniesi intorno a quelle bagattelle, non avrebbono badato al mestier della guerra, e più facile era il vincer essi che altri popoli. Questa disavventura di Atene verisimilmente non altra è che la raccontata di sopra all'anno 267. Aggiungono gli storici, che i Barbari suddetti tornando a navigare giunsero alle isole di Creta e di Rodi, e fino in Cipri, ma senza far impresa alcuna considerabile; anzi, assaliti dalla peste, rimase estinto un buon numero di loro. Altre novità ebbe in questi tempi l'Oriente. Zenobia regina dei Palmireni, dominante nella Siria, scosso ogni rispetto ed ogni suggezione al romano imperio, rivolse i pensieri ad aggrandire il suo dominio colla conquista dell'Egitto [Zosimus, lib. 1, cap. 44.], mantenendo ivi a questo fine corrispondenza con Timagene, nobile di quel paese. Spedì colà Zabda suo generale con una armata di settantamila persone tra Palmireni e Soriani, il quale, data battaglia a cinquantamila Egiziani venutigli all'incontro, gli sbaragliò: vittoria che si tirò dietro l'ubbidienza di tutto quel ricco paese. Zabda, lasciato in Alessandria un presidio di cinque mila armati, se ne tornò in Soria. Trovavasi in quelle parti Probo o sia Probato con una flotta per dar la caccia ai corsari. Questi, udite le mutazioni dell'Egitto, verso là indirizzò le prore, ed ammassate quelle soldatesche che potè, sì dell'Egitto che della Libia, scacciò la guarnigion Palmirena da Alessandria, e fece tornar lo Egitto sotto il comando de' Romani. Ma non rallentò Zenobia gli sforzi suoi [Trebellius Pollio, in Claudio.]. Rispedì colà con nuovo esercito Zabda e Timagene, che furono sì bravamente ricevuti e combattuti da Probo e dai popoli di Egitto, che ne andarono sconfitti; ed era terminata la scena, se Probo non avesse occupato un sito presso Babilonia di Egitto, per tagliare il passo a duemila Palmireni. Ma Timagene ch'era con loro, siccome più pratico del paese, essendosi impadronito della montagna, con tal forza piombò sopra gli Egiziani, che li mise in rotta. Probo par questo di sua mano si diede la morte, e l'Egitto tornò in potere di Zenobia [Joannes Malala, in Chronogr.]. Claudio Augusto, perchè impegnato nella guerra dei Goti, non poteva attendere a questi affari, siccome nè pure alle Gallie occupate da Tetrico [Eumenes, in Panegyr. Constant.], il quale in questi tempi tenne per sette mesi assediata la città di Autun che non voleva ubbidirlo, e colla forza in fine la sottomise. Al defunto papa Dionisio succedette sul principio di quest'anno Felice nella sedia di san Pietro [Blanchinius, ad Anastasium.].
CCLXX
| Anno di | Cristo CCLXX. Indizione III. |
| Felice papa 2. | |
| Claudio II imperadore 3. | |
| Quintillo imperadore 1. | |
| Aureliano imperadore 1. |
Consoli
Antioco per la seconda volta e Orfito.
Il dirsi da me Antioco console per la seconda volta, è fondato sopra un'iscrizione da me data alla luce [Thesaurus Novus Inscript., pag. 366.], e sopra i Fasti di Teone e di Eraclio, chiamati fiorentini, ne' quali i consoli di quest'anno son chiamati Antioco per la seconda volta ed Orfito [Cuspinianus, Bucherius.]. Fu nell'anno presente prefetto di Roma Flavio Antiochiano: il che bastò al Mezzabarba [Mediobarb., in Numismat. Imper.] e al padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.], per dar questo nome al console suddetto. Ma non ho io osato per questo di mutar il nome a noi somministrato dai Fasti. Il resto de' Goti [Trebellius Pollio, in Claudio. Zosimus, lib. 1, cap. 45.] che avea passato il verno fra molti patimenti nel monte Emo, e per la peste andava sempre più calando, venuta la primavera tentò di aprirsi un cammino per tornarsene al suo paese; ma essendo bloccati que' Barbari da varii corpi dell'armata romana, bisognò farsi largo colle spade. Alla fanteria romana toccò l'urto loro, urto così gagliardo, che le fece voltar le spalle, e ne restarono sul campo duemila. Peggio anche andava, se non sopraggiungeva la cavalleria spedita da Claudio Augusto, che mise fine alla strage de' suoi. Furono poi cotanto incalzati i Goti dall'esercito romano, e ridotti anche a mal partito dalla peste, che, deposte l'armi, dimandarono di rendersi. Molti di essi furono arrolati nelle legioni; ad altri fu dato del terreno da coltivare; alcuni pochi restarono in armi sin dopo la morte di Claudio, di maniera che di tanta gente pochissimi furono coloro che potessero riveder le proprie contrade. Rapporta Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Claudio.] una lettera di Claudio Augusto, scritta a Brocco comandante delle armi nell'Illirico, in cui dice di aver annichilati trecento ventimila Goti, affondate duemila navi di essi, che i fiumi e i lidi erano coperti di scudi, spade e picciole lance; grande il numero de' carriaggi e delle donne prese. Per così memorabil vittoria a Claudio imperadore fu conferito il titolo di Gotico o sia Gottico [Julianus, Oratione I.], che comparisce in varie monete di lui [Goltzius et Mediobarb., in Numism. Imp.]. Dal medesimo Pollione [Trebellius Pollio, in Trigint. Tyrann., cap. 25.] abbiamo aver Claudio così ristretti gl'Isauri, da noi veduti ribellati sotto Gallieno, che già pensava d'averli colla corda al collo ai suoi piedi, e di metterli poi nella Cilicia, per togliere loro la comodità di nuove ribellioni col vantaggio dell'aspre lor montagne. Ma coloro continuarono nella rivolta, non si sa se per ostinazione di essi, ovvero per la morte sopraggiunta a Claudio. Nè pur sappiamo se a quest'anno o se all'antecedente appartenga la ribellione ed esaltazione di Censorino al trono imperiale. Costui, se crediamo a Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Censorino et Tito.] il quale è solo a parlarne, due volte era stato console, due volte prefetto del pretorio, tre prefetto di Roma ed anche proconsole, consolare, legato pretorio, ec. Vecchio era e zoppo per una ferita a lui toccata nella guerra di Valeriano contra de' Persiani. Prese egli la porpora imperiale; non apparisce in qual anno; è ignoto in qual luogo, se non che quello storico nota esser egli stato ucciso dai soldati medesimi che lo aveano fatto imperadore, dopo sette giorni d'imperio, alla guisa appunto de' funghi, e che fu seppellito presso Bologna con un epitaffio, in cui si riferivano tutti i suoi onori, conchiudendo che egli era stato felice in tutto fuorchè nell'essere imperadore. Però tener si può, a mio credere, per battuta alla macchia una moneta riferita dal Mezzabarba [Mediob., in Numismat. Imperator.], dove egli è chiamato Appio Claudio Censorino, e coll'anno terzo dell'imperio. I parenti di costui duravano ai tempi di Costantino il Grande, e per odio verso Roma andarono ad abitar [Trebellius Pollio, in Censorino et Tito.] nella Tracia e nella Bitinia. Purchè s'abbia a prestar fede a Giovanni Malala [Joannes Malala, Chronogr.], che fra non poche verità a noi conservate ha mischiato molte favole, in questi tempi la regina Zenobia occupò l'Arabia, stata fin qui ubbidiente ai Romani, con uccidere il loro governatore Trasso (forse Crasso, perchè questo non par cognome romano), mentre l'imperador Claudio dimorava in Sirmio, città della Pannonia.
Quivi appunto si trovava questo Augusto, quando egli terminò colla vita il suo corto, ma glorioso imperio [Euseb., in Chron. Joannes Malala, Chronogr. Zonaras, in Annalibus.]. I Goti, da lui sì felicemente vinti, fecero le lor vendette, coll'attaccar la peste all'armata romana; e un malore sì micidiale passò alla persona del medesimo [Trebellius Pollio, in Claudio.] Claudio imperadore, e il rapì dal mondo. S'è disputato intorno al mese in cui egli morì [Petavius et Noris. Pagius et alii.]. Dal Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] vien creduto morto nell'aprile di questo anno, e più verisimile a me sembra la di lui opinione. Il Noris e il Pagi, perchè si trova una legge [L. 2, tit. 23, C. de divers. rescript.] col nome di Claudio, data nel dì 26 di ottobre dell'anno presente, la qual potrebbe esser fallata, come sono tant'altre, han tenuto ch'egli circa il fine di quel mese cessasse di vivere. Certo è almeno presso gli eruditi che in quest'anno succedette la morte sua, compianta da tutti, e massimamente dal senato romano [Eutrop. Aurel. Vict. Trebellius Pollio. Zosimus.], il quale gli decretò uno scudo, o sia un busto, e una statua d'oro, che furono messi per suo onore nella curia del Campidoglio, e, secondo la folle superstizion de' pagani, se ne fece un dio. In quest'anno ancora diede fine al suo vivere Plotino [Porphyrius, in Vita Plotini.], famoso filosofo platonico, le cui opere son giunte fino a' dì nostri. Chiaramente scrive Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Claud.], che dopo la morte di Claudio fu creato imperadore Marco Aurelio Claudio Quintillo (che così il troviamo appellato nelle medaglie [Mediobarb., in Numismat. Imperat.]), fratello del medesimo defunto Claudio, dimorante in Aquileia, e non già vivente Claudio, come ha creduto taluno. Questo Quintillo, che Eutropio [Eutrop., in Breviar.] dice approvato dal senato, era ben conosciuto per uomo dabbene e molto affabile, ma, secondo Zonara [Zonaras, in Annalibus.], peccava di semplicità, nè avea spalle per sì gran fardello; e però non si sa ch'egli facesse azione od impresa alcuna degna d'osservazione. Per sua disavventura avvenne che Aureliano, il più accreditato uffiziale che si trovasse nell'armata acquartierata in Sirmio, fu proclamato quasi nello stesso tempo Imperadore con universal consentimento di que' soldati [Zosimus, lib. 1, cap. 47. Zonaras, in Annalibus.]. Portata questa nuova in Italia, grande strepito fece, considerando ognuno le qualità eminenti di questo eletto, superiori senza paragone a quelle di Quintillo, e la forza dell'armata che accompagnava l'elezione stessa. Da questa novità procedette la morte del medesimo Quintillo nella suddetta città d'Aquileia. Vi ha [Joannes Malala, Chronogr.] chi il dice rapito da una malattia. Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Gallieno.] con altri [Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.] apertamente cel rappresenta ucciso da' soldati, e Zosimo [Zosimus, lib. 1, cap. 47.] tiene, che conoscendosi evidente la di lui caduta, i suoi stessi parenti il consigliarono a cedere con darsi la morte; al qual partito si appigliò con farsi tagliar le vene. Diciassette soli giorni di imperio a lui son dati dal suddetto Pollione, da Eutropio, Eusebio [Eusebius, in Chronic.] e Zonara [Zonaras, in Annalib.]; venti da Vopisco [Vopiscus, in Aurel.]. Zosimo scrive ch'egli regnò pochi mesi; e tante medaglie [Mediobarb., in Numismat. Imperat.] restanti di lui pare che persuadano non essere stato sì breve il suo regno. Intanto è fuor di dubbio che Aureliano restò solo sul trono, ed approvato con gran plauso dal senato romano. Noi il vedremo uno de' più gloriosi ed insieme aspri imperadori; e di uomo tale avea ben bisogno allora la romana repubblica, lacerata da' suoi stessi figliuoli, e più ancora malmenata dalle potenze straniere. Nè tardò già Aureliano a mettere in esercizio il suo valore con belle imprese, le quali se fossero succedute tutte nell'anno presente, come pensò il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.], non al fine di ottobre, ma all'aprile di quest'anno, si dovrebbe riferire la morte di Claudio, e l'assunzione all'imperio dello stesso Aureliano. Ma il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] ne attribuisce una parte all'anno seguente; e veramente ci troviam qui sprovveduti di lumi per assegnare il preciso tempo di que' fatti: fatti nondimeno certi, de' quali mi riserbo ad esporre unitamente la serie nell'anno che viene.