A Tacito primo console in quest'anno, perchè vien comunemente creduto lo stesso che vedremo poi imperadore, gl'illustratori de' Fasti danno il nome di Marco Claudio. Benchè vi possa restar qualche dubbio, pure io mi son lasciato condurre dalla corrente. L'assedio di Palmira, siccome dicemmo, fu impreso da Aureliano con gran calore; ma non erano men riguardevoli i preparamenti per la difesa [Vopiscus, in Aurel. Zosimus, lib. 1, c. 54.]. Stava ben provveduta quella città di freccie, pietre, macchine e d'altri strumenti da guerra e da lanciar fuoco sopra i nemici, siccome ancora di viveri, quando all'incontro uomini e bestie dell'armata romana niuna sussistenza trovavano in quella spelata campagna, piena solo di sabbia. Oltre a ciò, aspettava Zenobia soccorso da' Persiani, Armeni e Saraceni, di maniera che si ridevano gli assediati delle sgherrate degli assedianti. Ma Aureliano supplì al bisogno dell'armata per conto delle provvisioni, facendone venire al campo da tutte le vicinanze; nè lasciava indietro forza e diligenza alcuna per vincere quella sì ben guernita città. Maggiormente crebbe l'izza e la picca sua, perchè avendo sui principii scritto a Zenobia, comandandole imperiosamente di rendersi, con esibirle comodo mantenimento, dove il senato l'avesse messa, e con promettere salvo ogni diritto de' Palmireni, Zenobia gli diede una insolente risposta, con intitolarsi regina d'Oriente, anteporre il suo nome a quello dell'imperadore, e mostrar fiducia di fargli calar l'orgoglio coi soccorsi ch'ella aspettava [Zosimus, lib. 1, cap. 55.]. Vennero in fatti gli aiuti a lei promessi da' Persiani; ma Aureliano tagliò loro la strada, e gli sbandò. Vennero anche le schiere de' Saraceni e degli Armeni; ma egli, parte col terrore, parte coi danari le indusse a militar nell'esercito suo. Contuttociò un'ostinata difesa fecero gli assediati, con beffar eziandio ed ingiuriar i Romani. Un di coloro, vedendo un dì l'imperadore, il caricò di villanie. Allora un arciere persiano si esibì di rispondergli, e gli tirò così aggiustatamente uno strale, che colpitolo il fece rotolar morto giù dalle mura. Intanto veggendo Zenobia che a Palmira s'assottigliava la vettovaglia, stimò meglio di ritirarsi sulle terre de' Persiani; ma fuggendo sopra dei dromedarii, fu presa per via dai cavalieri che le spedì dietro Aureliano, e prigioniera fu a lui condotta. Grande strepito ed istanza fecero i soldati perchè egli castigasse colla morte la superbia di costei; ma Aureliano non volle la vergogna di aver uccisa una donna, e donna tale. La città dipoi ridotta all'agonia, dimandò ed ottenne qualche capitolazione. V'entrò Aureliano, e perdonò al popolo, ma non già ai principali, creduti consiglieri di Zenobia, a' quali, come a seduttori ed autori di tanti mali, levò la vita. Fra questi fu compreso [Vopiscus, in Aurelian. Zosimus, l. 1, c. 56.] Longino, celebre filosofo e sofista, e maestro o segretario della medesima, convinto di aver egli dettata l'albagiosa ed insolente risposta che Zenobia avea data alla lettera di Aureliano. Soffrì Longino con tal fortezza la morte, ch'egli stesso consolava gli amici venuti a deplorar la di lui sciagura. Perdonò anche Aureliano, per quanto si crede, a Vaballato, uno de' figliuoli di Zenobia; e truovasi una medaglia [Tristan., et Mediobarb., in Numism. Imp.], in cui si legge il suo nome col titolo di Augusto, e nell'altra parte quello di Aureliano Augusto. Quando sia vera (del che si può dubitare), sarà stata battuta in uno dei precedenti anni, e prima della soprascritta tragedia. Di Herenniano e Timolao, due altri figliuoli di Zenobia, non si sa ben qual fosse la sorte loro. Zosimo parla d'un solo figliuolo di Zenobia, condotto in prigionia colla madre. Vopisco, all'incontro, scrive che Zenobia sopravvisse molto tempo cum liberis nelle vicinanze di Roma. Questo si può intendere anche di figlie, che certo essa ne avea; ma Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Trig. Tyrann., c. 23.] c'insegna che Zenobia co' suoi due figliuoli minori Herenniano e Timolao fu condotta in trionfo a Roma. Fu poi di parere esso Zosimo che Zenobia nell'esser condotta in Europa, o per malattia, o per non voler prender cibo, morisse per istrada, vinta dal dolore della mutata fortuna; o per non soffrire la vergogna d'essere condotta in trionfo. Merita ben qui fede Vopisco, il quale più vicino a questi tempi ci assicura ch'ella giunse a Roma, e visse molto dipoi, come dirò all'anno seguente. Anche Giovanni Malala [Joannes Malala, Chronogr.] attesta che l'infelice principessa comparve nel trionfo romano di Aureliano, fallando solamente nell'aggiugnere che le fu dipoi tagliato il capo. Zonara [Zonaras, in Annalib.] rapporta su questo varie opinioni. Possiamo ben poi credere a Zosimo [Zosimus, lib. 1, cap. 56.], allorchè racconta avere Aureliano spogliata Palmira di tutte le sue ricchezze, senza rispettar nè pure i templi: il che fatto, si rimise in cammino, e tornò ad Emesa [Vopiscus, in Aurelian.], dove forse il trovarono le ambascerie de' Saraceni, Blemmii, Assomiti, Battriani, Seri (creduti i Cinesi), Iberi, Albani, Armeni ed Indiani, che gli portarono dei suntuosi regali. Trattò con superbia e fierezza i Persiani, gli Armeni e i Saraceni, perchè aveano prestato aiuto a Zenobia.

Rimesso dunque in pace l'Oriente Aureliano passò lo stretto di Bisanzio per tornarsene a Roma, menando seco Zenobia e i di lei figliuoli [Zosimus, lib. 1, cap. 60. Vopiscus, ibid.]. Informato che i popoli carpi aveano fatta un'incursione nella Tracia, andò a trovarli e li disfece: e perciò il senato romano, che gli avea già accordato i titoli di Gotico, Sarmatico, Armeniaco, Partico ed Adiabenico, il nominò ancora Carpico. Se ne rise Aureliano, e scrisse loro che si aspettava ormai d'esser anche intitolato Carpiscolo, nome significante una sorta di scarpe, e da cui poscia è a noi venuto il medesimo nome di scarpa. Ma eccoti arrivargli avviso che i Palmireni s'erano ribellati, con aver tagliato a pezzi Sandarione, e secento arcieri lasciati ivi di presidio. Con tal sollecitudine tornò egli indietro, che all'improvviso arrivò ad Antiochia, e spaventò quel popolo, intento allora a' giuochi equestri. Aveano tentato i Palmireni d'indurre Marcellino, governatore della Mesopotamia e di tutto l'Oriente, a prendere il titolo di Augusto. Gli andò egli tenendo a bada, ed informando intanto di tutto Aureliano; ma coloro, non vedendo risoluzione di lui, dichiararono poi imperadore un certo appellato Achilleo da Vopisco, Antioco da Zosimo. Giunse Aureliano a Palmira quando men sel pensavano, e presa quella città senza colpo di spada, fece mettere a fil di spada tutto quel popolo, uomini, donne, fanciulli e vecchi, con furore d'inudita crudeltà, benchè poi, tornato in sè stesso, scrivesse a Ceionio Basso di perdonare a quei che restavano in vita. Zosimo pretende che egli per isprezzo non facesse morire quel ridicolo imperadore creato dai Palmireni. Ordinò egli ancora che si ristabilisse come prima il tempio del Sole messo a sacco dai soldati, deputando a tal effetto buona somma d'oro e d'argento. Del resto fece spianare quella città, le cui rovine, visitate a' tempi nostri dagli eruditi inglesi, ritengono ancora molti vestigii dell'antica lor maestà. Già dicemmo che Zenobia nelle sue prosperità avea usurpato al romano imperio l'Egitto. Ora Aureliano, mentre nell'anno addietro faceva a lei la guerra in Oriente, spedì Probo [Vopiscus, in Probo.], il qual fu poi imperadore, con delle soldatesche, per ricuperar quella ricca ed importantissima provincia. Nel primo combattimento sbaragliò Probo i nemici: nel secondo ebbe la peggio: ma, ripigliate le forze, tanto si adoperò, che mise quella nobil contrada sotto il comando de' Romani, ed aiutò poi Aureliano a ripigliar l'Oriente nel resto della guerra coi Palmireni. Pareva dopo ciò che l'Egitto avesse da goder pace, quando un Marco Firmo, o Firmio, nativo di Seleucia [Vopiscus, in Firmo.], amico di Zenobia non ancor vinta, prese il titolo d'Augusto e d'imperadore, come, secondo Vopisco, appariva dalle medaglie battute di lui, alcuna delle quali si crede che resti tuttavia [Goltzius, et Spanhemius, in Numism. Imp.]. Possedeva costui molte ricchezze, e massimamente nell'Egitto, dove, fra l'altre cose, tanta carta, chiamata papiro, si fabbricava ne' suoi beni, ch'egli si vantava di poter mantenere col solo papiro e colla, adoperata in formar la carta, un esercito. Teneva corrispondenza costui coi Blemmii e Saraceni, e mandava alle Indie navi a trafficare. Impadronitosi dunque costui di Alessandria e dell'Egitto, aiutò, per quanto potè, Zenobia; ma caduta essa, cadde anche egli. Aureliano non già in persona, a mio credere, andò, ma spedì colà parte della armata, che sconfisse Firmo, e dopo varii tormenti lo uccise, con sottomettere in poco tempo quel ricco paese, e mandare a Roma gran copia di grani, la spedizion dei quali costui avea interrotta. Aureliano [Vopiscus, in Firmo.], in ragguagliare il popolo romano di queste vittorie, scrisse fra le altre cose di saper egli ch'esso popolo non andava d'accordo col senato, non era amico dell'ordine equestre, ed avea poco buon cuore verso dei pretoriani. Sbrigato finalmente da questi affari l'infaticabil Aureliano Augusto, indirizzò i suoi passi verso l'Europa con animo e voglia di atterrar anche Tetrico, che solo restava tra gli usurpatori del romano imperio. Come egli arrivato colà ricuperasse in poco tempo quelle provincie, alla sfuggita lo raccontano i vecchi storici [Vopiscus, in Aureliano. Trebellius Pollio, in Tetrico. Euseb., in Chron.]. Altro non si sa, se non che seguì una battaglia a Scialons sopra la Marna, in cui Tetrico stesso tradì lo esercito suo, perchè si diede volontariamente ad Aureliano: laonde i suoi soldati riportarono una gran percossa da quei di Aureliano. Sono altri di parere che Tetrico fosse da' suoi soldati tradito e consegnato ad Aureliano, al quale si sottomisero poscia anch'essi. Tuttavia grande apparenza c'è che seguisse, o prima o poco dopo dell'arrivo di Aureliano in quelle contrade, qualche segreta capitolazione ed accordo fra Aureliano e lui, al vedere l'indulgenza, con cui esso Aureliano, principe poco avvezzo alla clemenza, trattò il medesimo Tetrico. E la ragione di abbandonare i suoi per gittarsi in braccio ad Aureliano, l'abbiamo dagli antichi storici. Cioè fu la continua disubbidienza dei soldati suoi che ad ogni poco si sollevavano: dal che fu forzato Tetrico ad invitare e pregar Aureliano che il liberasse da tanti mali. Venuto egli alla divozion di Aureliano, tutte poi del pari le di lui milizie il riconobbero per imperadore, e passarono nell'armata romana; con che le Gallie, e, per conseguente, la Spagna e Bretagna, si videro restituiti sotto la signoria del medesimo Augusto. Può o dee anche oggidì essere motivo di stupore il corso di tante imprese e vittorie fatte da un solo Augusto, e in poco più di tre anni, con aver egli liberato da tanti barbari nemici il romano imperio, atterrati i tiranni e riunite al suo corpo tante membra, da esso per più anni disgiunte. Eusebio [Euseb., in Chronic.] nella Cronica mette sotto quest'anno il trionfo romano di Aureliano; ma si dee credere uno sbaglio, siccome vien giudicato ancora il riferirsi da lui nell'anno primo e secondo d'esso imperadore la caduta di Tetrico, la quale vien posta da Vopisco dopo la guerra palmirena. Non si sa nè anche intendere, come in un solo anno potesse Aureliano far tante azioni e viaggi, quanti ne abbiam veduto in questo anno, menando seco eserciti, cioè ruote pesanti, che non volano, senz'aggiungervi ancora il suo ritorno dalle Gallie o Roma. Però coi più degli storici rapporterò io all'anno seguente il suddetto trionfo.


CCLXXIV

Anno diCristo CCLXXIV. Indiz. VII.
Felice papa 6.
Aureliano imperadore 5.

Consoli

Lucio Domizio Aureliano Augusto per la seconda volta e Caio Giulio Capitolino.

Dopo aver dato buon sesto agli affari delle Gallie, sen venne a Roma l'Augusto Aureliano per celebrare il trionfo suo. Riuscì questo dei più grandiosi e memorabili che mai si fossero veduti in quell'augusta città. Vopisco [Vopiscus, in Aurelian.] bene dà un poco d'idea, con dire che vi erano tre carrozze regali, le quali tiravano a sè gli sguardi di ognuno. La prima avea servito ad Odenato Augusto, già marito di Zenobia, coperta d'argento, oro e pietre preziose. La seconda di somigliante ricco lavoro l'avea avuta Aureliano in dono dal figliuolo o nipote del morto re Sapore, dominante allora in Persia. La terza era stata di Zenobia, che con essa sperava di comparir vittoriosa in Roma: ed in essa entrò ella appunto, ma vinta e trionfata. Eravi anche la carretta del re de' Goti, tirata da quattro cervi, entro la quale Aureliano fu condotto al Campidoglio, dove sagrificò a Giove que' medesimi cervi, secondo il voto già fatto da lui. Precedevano in quella immensa processione venti elefanti, ducento fiere ammansate della Libia e Palestina, che Aureliano appresso donò a varii particolari, per non aggravar di tale spesa il fisco; e dei cammellopardi e delle alci ed altre simili bestie forestiere. Succedevano ottocento paia di gladiatori e i prigionieri di diverse nazioni barbare, cioè Blemmii, Assomiti, Arabi, Eudemoni, Indiani, Battriani, Iberi, Saraceni, Persiani, Goti, Alani, Rossolani, Sarmati, Franchi, Svevi, Vandali e Germani, colle mani legate; fra' quali ancora si contarono molti de' principali Palmireni sopravanzati alla strage, e parecchi Egiziani a cagion della loro ribellione. Ma quello che maggiormente tirò a sè gli occhi di tutti, fu la comparsa fra i vinti di Tetrico vestito alla maniera dei Galli, col figliuolo Tetrico, al quale egli avea conferito il titolo di senatore [Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., c. 29.]. Veniva anche Zenobia con pompa maggiore, tutta ornata, anzi caricata di gemme, dopo aver fatta gran resistenza ad ammettere il peso ed uso di quelle gioie in sì disgustosa congiuntura. Con catena d'oro avea legati i piedi e le mani, ed una ancora ne avea dal collo pendente, sostenuta da un Persiano che le andava avanti. Con questo mirabile apparato, colle corone d'oro di tutte le città, colle carrette piene di ricco bottino, con tutte le insegne e coll'accompagnamento del senato, esercito e popolo, pervenne molte ore dipoi Aureliano al Campidoglio, e tardi al palazzo; rattristandosi nondimeno molti al vedere condotti in trionfo dei senatori romani, il che non era in uso, e mormorando altri [Vopiscus, in Aurel.], perchè si menasse in trionfo una donna, come s'ella fosse qualche gran capitano. Intorno al qual lamento Aureliano dipoi con sua lettera cercò di soddisfare il senato e popolo romano, col mettere Zenobia del pari co' più illustri rettori di popoli. Furono poscia impiegati i seguenti giorni in pubblici sollazzi di giuochi scenici e circensi, in combattimenti di gladiatori, caccie di fiere, battaglie in acqua, e in assegnamento perpetuo di pane e carne porcina, che ogni dì si distribuiva a cadauno del popolo romano.

Abbiamo da Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, ibid.] che Aureliano non solamente perdonò a Zenobia, ma le assegnò ancora un decente appannaggio pel mantenimento di lei e de' suoi figliuoli, e un luogo a Tivoli presso al palazzo di Adriano, dove ella soggiornò dipoi a guisa d'una matrona romana. Eutropio [Eutrop., in Breviar.] scrive che a' suoi giorni restavano ancora dei discendenti da essa Zenobia, senza dire se per via di maschi, o pur delle sue figliuole. Il dirsi da Zonara [Zonaras, in Annalibus.] che Aureliano sposò lei, o pur una delle sue figlie, s'ha da contare per una favola. Ciera bensì di verità ha l'aggiunger egli, che le figlie di essa Zenobia furono da lui collocate in matrimonio con dei nobili romani. A quanto poco fa ho detto non si ristrinse la liberalità di Aureliano verso il popolo, perchè altri regali gli fece in abiti e danari [Vopiscus, in Aurel.]. E perciocchè infinita copia vi era di debitori del fisco, ordinò che nella piazza di Traiano si bruciassero tutte le lor cedole. Pubblicò ancora un perdon generale per tutti i rei di lesa maestà. S'acquistò egli specialmente lode nell'aver non solamente rimessa ogni pena a Tetrico, già imperadore, o sia tiranno delle Gallie [Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., c. 23.], ma dichiaratolo ancora Correttore di tutta l'Italia, cioè della Campania, del Sannio, della Lucania, de' Bruzii, della Puglia, Calabria, Etruria ed Umbria, del Piceno e Flaminia, e di tutto il paese Annonario, colmandolo di onori, e chiamandolo talvolta collega, commilitone ed anche imperadore: segni di qualche precedente accordo seguito fra loro. Gli diceva, burlando, ch'era più onore il governare una provincia d'Italia, che il regnar nelle Gallie. Anche al giovane Tetrico di lui figlio fu conceduto posto fra i senatori, con godere illesi i lor beni patrimoniali [Zosimus, lib. 1, cap. 61.]. Fece inoltre Aureliano portare alla zecca tutte le monete adulterate e calanti, e ne diede al popolo delle buone. Fu in questa occasione che i ministri della zecca [Vopiscus, in Aurelian. Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.], accusati di qualche frode nel loro uffizio, spinti da Felicissimo, schiavo o liberto dell'imperadore, mossero una sì fiera sedizione in Roma, che vi uccisero sette mila soldati di Aureliano: cosa difficile a credersi. Ma pagarono anch'essi il fio della lor crudeltà, col restar vinti ed esposti al furore, ch'era per lo più eccessivo, in Aureliano. Racconta Suida [Suidas, in Lexico.] che questo imperadore fece morir molti senatori per informazioni della loro infedeltà, ricavate da Zenobia. Era egli un grande adoratore e divoto del Sole [Zosimus, lib. 1, cap. 61. Vopiscus. Eusebius et alii.]: però in quest'anno fece fabbricare in Roma il tempio del Sole con singolar magnificenza, arricchendolo di immensi ornamenti d'oro, di perle e di altre cose preziose. Pesava il solo oro ivi posto quindici mila libbre. Quivi espose le statue del medesimo Sole e di Belo, con altri ornamenti asportati da Palmira. Anche il Campidoglio si vide riempiuto dei doni a lui fatti da varie nazioni; e tempio alcuno non vi fu in Roma che non partecipasse di qualche suo dono. Fortificò ancora l'autorità de' pontefici, ed assegnò rendite per la manutenzione de' templi e de' ministri. Azioni tutte che fan conoscere l'amore e zelo ch'egli nudriva per la sua falsa religione, cioè per l'idolatria: zelo che ancora circa questi tempi lo spinse, dopo essere stato finora clemente verso i Cristiani, a muovere contro di loro una fiera persecuzione [Eusebius, in Histor. et in Chronico. Lactantius, de Mortibus Persecutor. Orosius, Syncellus, et alii.]. Ma per poco tempo, perchè Dio non tardò a dargli quel fine e gastigo, a cui soggiacquero anche in questo mondo altri nemici e persecutori della religione e Chiesa sua santa. Alcune buone leggi fece Aureliano, ma altre più meditava di farne, e sopra tutto voleva provvedere al soverchio lusso introdotto in Roma [Vopiscus, in Aureliano.], con proibire il consumo dell'oro in tanti ricami, indorature ed altri vani usi, e con vietar l'uso della seta, perchè venendo questa allora solamente dall'India, ogni libbra di essa costava una libbra d'oro. Sarebbe da desiderare che anche a' dì nostri nascessero degli Aureliani, per rimediare al lusso di certe città d'Italia, e alla pazza mutazion delle mode. Per altro godeva Aureliano Augusto che i privati abbondassero in vasi d'oro e d'argento. Trovandosi ancora molte terre incolte nella Toscana e Liguria, suo disegno fu di mandar colà a coltivarle le famiglie dei Barbari prigioni. Ma questi ed altri disegni, troncato il filo della sua vita, abortirono tutti. Credesi [Blanchinius, ad Anastasium.] che in quest'anno Felice papa fosse chiamato da Dio al premio delle sue fatiche, e che o per l'imminente o già insorta persecuzione non si eleggesse il suo successore se non nell'anno seguente.