Consoli

Marco Valerio Messalla e Marco Aurelio Cotta.

Di grandi onori avea ricevuto in Roma la memoria di Germanico, per ordine di Tiberio e del senato [Tacitus, lib. 3, cap. 1.]; ed anche il popolo in varie guise ne avea attestato il suo dolore. Si rinnovò il lutto in quest'anno all'arrivo di Agrippina sua moglie. Dopo essersi per qualche giorno fermata in Corfù, sbarcò dipoi a Brindisi. Druso Cesare, che era tornato a Roma, co' maggiori figliuoli del defunto Germanico, andò ad incontrarla sino a Terracina. Innumerabil gente, massime de' militari, si portò sino a Brindisi. Caldi furono i sospiri, universale il pianto al comparire dell'urna funebre. Per tutta la via i magistrati e popoli fecero a gara per onorar le di lui ceneri. Gli stessi consoli col senato, e gran parte del popolo si portarono a riceverle con dirotte lagrime; e poi queste vennero riposte nel mausoleo d'Augusto [Ibidem, c. 9.]. Giunse dipoi Pisone con sua moglie a Roma, orgoglioso come in addietro; ma non tardarono a presentarsi al senato accusatori, imputando a lui e a Plancina sua moglie la morte di Germanico. Neppure a questo mal uomo mancavano dei difensori; e difficile era il provar le accuse, siccome avviene in somiglianti casi. Tiberio, che ben sapea le mormorazioni del popolo, quasi che fosse passata buona intelligenza tra lui e Pisone, per levar di vita Germanico, da uomo disinvolto si regolava in questa pendenza, mostrando sempre un vivo affanno per la perdita del figliuolo adottivo, e di voler buona giustizia; ma nello stesso tempo di non volere, che sopercheria si facesse all'accusato. Creduto fu che segretamente a Pisone fosse fatto animo e sicurezza di protezion da Sejano, e che per questo egli si astenesse dal produrre gli ordini a lui dati da Tiberio. Ma se non si provava il reato suddetto, si faceano ben constare altri reati di sedizione, d'ingiurie fatte e dette a Germanico: cosa che mise in fiera apprension Pisone, e tanto più perchè il popolazzo vicino la curia gridava contra di lui, minacciando di menar le mani, qualora egli la scappasse netta dal giudizio de' senatori. Perciò vinto dall'affanno, tenendosi tradito, da sè stesso si diede la morte, liberando in tal guisa Tiberio da un bel molesto pensiero. Plancina sua moglie, che era tutta di Livia Augusta, per le raccomandazioni di lei seguitò a vivere in pace. Al di lei figliuolo Marco Pisone fu conceduto un capitale di cento venticinquemila filippi; il rimanente confiscato, ed egli mandato in esilio. Risvegliossi intanto di nuovo in Africa la guerra, essendo risorto più di prima vigoroso Tacfarinate. Per aver egli messa in fuga una coorte di Romani, sì fatta collera montò a Lucio Apronio proconsole allora in quelle contrade, che infierì contra de' fuggitivi. Ciò fu cagione, che cinquecento soli de' suoi veterani sì valorosamente combatterono dipoi contro l'armata di Tacfarinate, che la misero in rotta. Giunto era all'età capace di matrimonio Nerone, figliuolo primogenito del defunto Germanico [Sueton., in Tiber., cap. 29.]. Tiberio a lui diede in moglie Giulia figliuola di Druso suo figlio: cosa che recò non poca allegrezza al popolo romano. Per lo contrario si mormorò non poco, perchè Tiberio avesse fatto contrarre gli sponsali ad una figliuola del suo favorito Elio Sejano con Druso figliuolo di Claudio, cioè di un fratello di Germanico, di Claudio, dico, il qual poi fu imperadore. A tutti parve avvilita con questo atto la nobiltà della famiglia principesca; perchè era bensì nato Sejano di padre aggregato all'ordine de' cavalieri, ma niuna proporzione si trovava fra lui e Druso, discendente non meno dalla casa d'Augusto, che da quella di Livia. Maggiormente ciò dispiacque per la apparenza che Sejano, comunemente odiato pel predominio suo nel cuor di Tiberio, potesse aspirare a voli più alti, cioè all'imperio. Ma non si effettuarono poi queste meditate nozze, perchè il giovinetto Druso mentre da lì a pochi giorni era in Campania, avendo gittato in aria per giuoco un pero [Sueton., in Claudio, cap 27.], e presolo a bocca aperta nel cadere, ne rimase soffocato, non sussistendo, come dice Svetonio, ch'egli morisse per frode di Sejano.


XXI

Anno diCristo XXI. Indizione IX.
Tiberio imperadore 8.

Consoli

Claudio Tiberio Nerone Augusto per la quarta volta e Druso Cesare suo figliuolo per la seconda.

Ci assicura Svetonio [Sueton., in Tib., cap. 26.], che Tiberio, il quale avea preso il consolato per far onor al figliuolo, da lì a tre mesi lo rinunziò, senza sapersi finora se alcuno subentrasse console in luogo suo. Niuno probabilmente, scrivendo Dione [Dio, lib. 57.], che Tiberio, finito il suo Consolato, ritornò a Roma nè egli vi ritornò, se non alla fine dell'anno. In fatti venuta la primavera dell'anno presente, trovandosi esso Tiberio, o pure fingendo d'essere con qualche incomodo di sanità, volle mutar aria, e se n'andò a Campania. Chi credette ciò fatto per lasciar al figliuolo tutto l'onore del consolato, ed altri, perchè gli cominciasse a rincrescere il soggiorno di Roma, essendogli specialmente molesta l'ambizione di Livia Augusta sua madre, che faceva di mani e di piedi per comandare anch'ella, e per dividere il governo con lui: cosa ch'egli non sapea sofferire. Parve perciò che fin d'allora egli meditasse di volontariamente esiliarsi da Roma, siccome vedremo che succedette dipoi. Turbata fu anche nell'anno presente l'Africa da Tacfarinate [Tacit., lib. 3, cap. 35.]; laonde si vide spedito colà Giunio Bleso, zio materno di Sejano, per regolar quegli affari. Tentò in questo anno Severo Cecina nel Senato di far rinnovar l'antica disciplina de' Romani, che non permetteva ai governatori delle provincie di condur seco le loro mogli. Ma Druso console e la maggior parte de' senatori furono di contrario sentimento. Pericoloso era troppo allora il lasciar le dame romane lungi dai mariti, e in loro balìa: tanta era la corruttela de' costumi. Fu anche proposto di rimediare all'abuso introdotto e troppo cresciuto, che chiunque de' malfattori e degli schiavi fuggitivi si ricoverava alle immagini o statue degl'imperadori, era in salvo. Da tanti asili proveniva la moltiplicità de' misfatti, e l'impunità de' delinquenti. Druso cominciò a far provare ad alcuni nobili rifuggiti colà il gastigo meritato dai lor delitti, e ciò con plauso universale. Nella Tracia si sollevarono alcuni di que' popoli, ed impresero anche l'assedio di Filippopoli. Convenne inviare colà a reprimerli Publio Vellejo, forse il medesimo che ci lasciò un pezzo di storia scritta con leggiadria, ed insieme con penna adulatrice. Poca fatica occorse a dissipar quella gentaglia. Neppure andò in quest'anno esente da ribellioni la Gallia. Giulio Floro in Treveri, Giulio Sacroviro negli Edui, furono i primari a commovere la sedizione in varie città, malcontente de' Romani, a cagion della gravezza de' tributi e dei debiti fatti per pagarli. Restò in breve talmente incalzato Floro da Visellio Varrone e da Cajo Silio legati, o, vogliam dire, tenenti generali de' Romani, che con darsi la morte diede anche fine alla guerra in quelle parti. Più da far s'ebbe a domar Sacroviro, che, occupata la città d'Autun, capitale degli Edui, menava in campo circa quarantamila persone armate. Nulladimeno una battaglia datagli da Silio, con fortunato successo, ridusse ancor lui ad abbreviarsi di sua mano la vita. Fu in quest'anno chiamato in giudizio Cajo Lutorio Prisco cavalier romano, e celebre poeta di questi tempi, il quale avea composto un lodatissimo poema in morte di Germanico, per cui fu superbamente regalato. Avvenne che anche Druso Cesare caduto infermo fece dubitar di sua vita; laonde egli preparò un altro poema sopra la morte di lui. Guarì Druso; ma Prisco, mosso dalla vanagloria, non volendo perdere il plauso dell'insigne sua fatica, lesse quel poema in una conversazione di dame romane. Questo bastò al senato per fargliene un delitto, e delitto che fu immediatamente punito colla morte di lui: a tanta viltà d'adulazione e di schiavitù oramai era giunto quell'augusto consesso [Dio, lib. 57. Tacitus, lib. 3, cap. 50.]. S'ebbe a male Tiberio, non già perchè l'avessero condannato a morte, ma perchè aveano eseguita la sentenza, senza ch'egli ne fosse informato. E però fu fatta una legge che da lì innanzi non si potesse pubblicar nè eseguire sentenza di morte data dal senato, se non dieci giorni dappoi, acciocchè se l'imperadore fosse assente dalla città, potesse averne notizia. Teodosio il Grande, augusto, prolungò poi questo termine sino a trenta giorni per li condannati dall'imperadore, e verisimilmente ancora per le sentenze del senato.