Cajo Asinio Pollione e Lucio Antistio Vetere o sia Vecchio.
Benchè gli autori de' fasti consolari comunemente dieno ad Antistio Vetere il prenome di Cajo, pure Lucio vien da me nominato sul fondamento d'una iscrizione della mia Raccolta [Thesaurus Novus Inscript., pag. 301, n. 4.], posta Q. IVNIO BLASEO, L. ANTISTIO VETERE; dalla quale eziandio si può raccogliere che nelle calende di luglio ad Asinio Pollione fu sostituito Quinto Giunio Bleso, già da noi veduto governatore dell'Africa. Probabilmente Asinio Pollione, fratello fu del poco fa defunto Asinio Salonino. Mancò di vita sui primi mesi dell'anno presente, dopo lunga malattia Druso Cesare [Tacitus, lib. 4, c. 8.], unico figliuolo di Tiberio Augusto, giovane destinato a succedergli nell'imperio. Voce pubblica fu che un lento veleno, fattogli dare da Elio Sejano, il conducesse a morte. Tacito e Dione [Dio, lib. 58.] danno questo fatto per certo. Druso, giovane facilmente portato alla collera, non potendo digerir l'eccesso del favore di cui godea Sejano presso il padre, un dì venne alle mani con lui, e gli diede uno schiaffo, come vuol Tacito, parendo poco verisimile che il percussore fosse lo stesso Sejano, come s'ha da Dione. Questo affronto, ma più la segreta sete di Sejano di arrivare all'imperio, a cui troppo ostava l'esser vivente Druso, gli fece studiar le vie di levarlo dal mondo. Cominciò la tela, con adescar Giulia Livilla, sorella del fu Germanico Cesare e moglie d'esso Druso, traendola alle sue disoneste voglie. Dopo di che non gli riuscì difficile colle promesse del matrimonio e dell'imperio a farla precipitare in una congiura contro la vita del marito. Scelto Liddo, uno degli eunuchi suoi più cari, un tal veleno gli diede che potesse parer naturale la di lui malattia. Non si conobbe allora l'iniquo manipolator di questo fatto; ma da lì ad otto anni nella caduta di Sejano, ciò venne alla luce per confessione di Apicata sua moglie. Con tal costanza nondimeno portò Tiberio la perdita del figliuolo, che i maligni giunsero fino a sospettare lui stesso complice o autore del veleno, quasichè Druso avesse prima pensato di avvelenare il padre. Neppur Tacito, benchè inclinasse ad annerir tutte le azioni di Tiberio, osò prestar fede a così inverisimil diceria. Del resto non erano tali i costumi e le inclinazioni di Druso, che i Romani internamente si affliggessero della di lui morte. Lasciò egli tre figliuoli di tenera età, ma che l'un dietro all'altro furono rapiti dalla morte, di modo che la succession dell'imperio cominciò a destinarsi ai figliuoli di Germanico. In abbondanza furono fatti onori alla memoria di Druso; ma Tiberio non ammise chi gareggiava per passar seco atti di condoglianza, affinchè non gli si rinnovassero le piaghe del dolore. E perchè da lì a non molto tempo gli ambasciadori d'Ilio, o sia di Troja, venuti a Roma [Sueton., in Tiber., cap. 52.], gli spiegarono il lor dispiacere a cagion della perdita del figliuolo, per deriderli rispose: «Che anch'egli si condoleva con loro per la morte d'Ettore,» ucciso mille e dugento anni prima.
Buone qualità avea Tiberio mostrato in addietro, e competente governo avea fatto [Dio, lib. 57.]. Già dicemmo che tolto di vita Germanico, cominciò egli a declinar al male. Peggiorò anche dopo la morte di Druso. Nondimeno a renderlo più cattivo contribuì non poco l'ambizioso e perverso Sejano, le cui mire tendevano tutte a regnar solo col tempo. Perchè gliene avrebbono impedito l'acquisto i figliuoli di Germanico, nipoti per adozione di Tiberio, e raccomandati in quest'anno dallo stesso Tiberio al senato, nè poteva Sejano sbrigarsi di loro col veleno per la buona cura che avea di essi, e della propria pudicizia Agrippina lor madre: si diede a fomentar ed accrescere l'odio di Tiberio contro d'essi, e il mal animo di Livia Augusta contro d'Agrippina. Chiunque ancora de' nobili sembrava a lui capace d'interrompere i voli della sua fortuna, cominciò egli sotto vari pretesti, e massimamente di aver essi sparlato di Tiberio, a perseguitarli con accuse che in questi tempi ad alcuni, e col progresso del tempo a moltissimi costarono la vita [Tacitus, lib. 4, cap. 14.]. Succedeva talvolta che gl'istrioni, o vogliam dire i commedianti, eccedevano nell'oscenità, e tagliavano i panni addosso a determinate donne romane, o pure porgevano occasioni a risse. Tiberio li cacciò di Roma, e vietò l'arte loro in Italia. Alle persone di merito dopo morte erano state alzate alcune statue da esso Tiberio. Videsi nel presente anno questa deformità, cioè, ch'egli mise la statua di bronzo di Sejano nel pubblico teatro. L'esempio del principe servì ad altri, per esporne molte altre simili. E conoscendo già ognuno che costui era la ruota maestra della fortuna e degli affari, risonavano dappertutto le sue lodi ed anche nello stesso senato; piena sempre di nobili l'anticamera di lui; i consoli stessi frequenti visite gli faceano; nulla in fine si otteneva, se non passava per le mani di lui. Una bestialità di Tiberio vien raccontata sotto quest'anno. Un insigne portico di Roma minacciava rovina, essendosi molto inchinate le colonne che lo sostenevano [Dio, lib. 57.]. Seppe un bravo architetto con argani ed altri ingegni ritornarlo al suo primiero sito. Maravigliatosene molto Tiberio, il fece bensì pagare, ma il cacciò anche fuori di Roma. Tornato un dì costui per supplicarlo di grazia, credendo di farsi del merito, gittò un vaso di vetro in terra; poi raccoltolo fece vedere che possedeva il secreto di racconciarlo. Gli fece Tiberio levar la vita, senza sapersi il vero motivo di così pazza e crudele sentenza. Scrive Plinio [Plinius, lib. 36, cap. 26.] lo stesso più chiaramente, dicendo che quel vetro era molle e pieghevole, come lo stagno, con aggiugnere nulladimeno, essere stata questa una voce di molti, ma poco creduta dai saggi.
XXIV
| Anno di | Cristo XXIV. Indizione XII. |
| Tiberio imperadore 11. |
Consoli
Servio Cornelio Cetego e Lucio Viselio Varrone.
Ancorchè Tiberio non chiedesse al senato la confermazione della sua suprema autorità [Dio, lib. 57.], finito il decennio di essa, come usò Augusto, perchè egli non l'avea dianzi ricevuta per un determinato tempo: pure si solennizzarono i decennali del suo imperio con varii giuochi pubblici e feste. E perciocchè [Tacitus, lib. 4, cap. 16.] i pontefici e sacerdoti aveano fatto dei voti per la conservazione della vita di Tiberio, unendo anche con lui Nerone e Druso, cioè i due maggiori figliuoli del defunto Germanico, se l'ebbe a male il geloso Tiberio. Volle sapere, se così avessero fatto per preghiere o per minacce d'Agrippina lor madre; ed inteso che no, li rimandò, non senza qualche riprensione. Poscia nel senato si lasciò meglio intendere, con dire che non si avea con prematuri onori da eccitare od accrescere la superbia de' giovani per lo più sconsigliati. Sejano anch'egli non lasciava di fargli paura, ripetendo essere già divisa Roma in fazioni; una d'esse portare il nome di Agrippina; e doversi perciò prevenire maggiori disordini. Dato fu quest'anno fine alla guerra, già mossa da Tacfarinate in Africa. Era proconsole di quelle provincie Publio Dolabella, e tuttochè fosse stata richiamata in Italia la legione nona che era in quelle parti, pure raccolti quanti soldati romani potè, all'improvviso assalì i Numidi, mentre sotto il comando di esso Tacfarinate stavano raccolti sotto un castello mezzo smantellato. Fatta fu strage di loro, e fra gli uccisi vi restò il medesimo Tacfarinate, per la cui morte ritornò la quiete fra que' popoli. Fu in quella azione aiutato Dolabella da Tolomeo figliuolo di Giuba, re della Mauritania. Erano dovuti al vincitore proconsole gli onori trionfali, ed egli ne fece istanza; ma non gli ottenne, perchè a Sejano non piacque di vederlo uguagliato nella lode a Bleso suo zio, predecessore di Dolabella nel governo che pure avea ricevuto quel premio, con aver operato tanto meno. A Tolomeo re fu inviato da Tiberio in dono uno scettro d'avorio, e una veste ricamata in segno del gradimento dello aiuto prestato. Perseguitò Tiberio in quest'anno alcuni de' nobili, non d'altro delitto rei che d'aver mostrato il loro amore a Germanico e a' suoi figliuoli; e ad alcuni per questo gran misfatto, tolta fu la vita, crescendo ogni dì più la crudeltà del principe, e per conseguente il comune odio contro di lui. Abbondavano allora le spie; orecchio si dava a tutti gli accusatori, e niuno era sicuro. Nelle contrade di Brindisi un Tito Cortisio, soldato pretoriano ne' tempi addietro, mosse a sedizione i servi o, vogliam dire, gli schiavi di quelle parti; e vi fu paura d'una guerra servile. Ma per la sollecitudine di Tiberio e di Curzio Lupo questore, che con un corpo di armati volò contro di loro, restò in breve estinto il nascente incendio. Hanno osservato gli eruditi [Noris, Cenotaph. Pisan., Dissert. 2, cap. 16. Blanch., in Anastas. Schelestratus et alii.] che nell'anno presente avendo Valerio Grato dato fine al suo governo della Giudea, Tiberio spedì colà per procuratore e governatore Ponzio Pilato, di cui è fatta menzione nel Vangelo.