Consoli
Massenzio Augusto per la seconda volta, e Romolo Cesare per la seconda.
I consoli da me proposti sono quei che Massenzio tiranno elesse in Roma, e venivano riconosciuti per l'Italia. Ma per le altre provincie del romano imperio, stante la discordia fra gli Augusti, non si sa che fossero eletti consoli; o se furono eletti, ne è ignoto il nome, dal che venne che la gente, per denotar l'anno presente, si valeva della formola post consulatum Maximiani X et Galerii VII. Contuttociò vi ha chi pretende che Licinio Augusto prendesse il consolato anche egli. Abbiam veduto Romolo Cesare, figliuolo di Massenzio, esercitare il secondo consolato nell'anno presente; ma forse in questo medesimo egli mancò di vita, credendo alcuni che nelle acque del Tevere egli si affogasse, ma senza notizia del come; anzi con dubbio tuttavia se tale veramente fosse la morte di lui, perchè il passo di un panegirista [Incertus, in Panegyr. Constantini, cap. 18.] di Costantino non lascia scorgere se ivi si parli di Massenzio stesso o pure del figlio. Anzi perchè vedremo veramente annegato Massenzio in quel fiume, di lui e non del figliuolo pare che s'abbia da intendere quel passo. La prefettura di Roma fu in quest'anno appoggiata ad Aurelio Ermogene. Il tempo, in cui Massimiano Erculio pose fine alle cabale sue colla morte, resta tuttavia incerto. Idacio [Idacius, in Fastis.] ne parla all'anno seguente. Eusebio [Eusebius, in Chron.] all'anno terzo di Massenzio suo figlio. E perciocchè esso anno terzo si stendeva alla maggior parte del presente, sembra a me assai verisimile che in questo succedesse il fine della sua tragedia, di cui buon testimonio è Lattanzio [Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 30.] scrittore di questi tempi, oltre all'Anonimo Valesiano [Anonymus Valesianus.], Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 11.] ed Eutropio [Eutrop., in Breviar.]. Noi lasciammo questo maligno personaggio nelle Gallie, dove, deposta la porpora, non ostante la sua sperimentata perfidia, ricevea un trattamento onorevolissimo da Costantino suo genero. Ma avvezzo al comando, nè sapendo accomodarsi alla vita privata, che non fece il mal uomo? Ora con preghiere ed ora con lusinghe andò tempestando la figliuola Fausta, per indurla a tradire l'Augusto marito, con promettergliene un altro più degno, e a lasciar aperta una notte la camera del letto maritale. Finse ella d'acconsentire, e rivelò tutto a Costantino; ed egli per chiarirsene mise nel suo letto per quella notte un vile eunuco. Massimiano sulla mezza notte armato comparve colà, e trovate poche guardie, ed anche lontane, con dir loro d'aver fatto un sogno che egli voleva rivelare al suo caro figliuolo imperadore, passò nella stanza e trucidò il misero eunuco. Ciò fatto, uscì fuori confessando il fatto, ed anche gloriandosene; ma eccoti sopravvenir Costantino con una man d'armati, il quale, fatto portare il cadavero dell'ucciso alla presenza d'ognuno, fece una scarica d'improperii sopra l'iniquissimo vecchio, senzachè egli sapesse proferir parola in sua discolpa: tanto si trovò sbalordito e confuso. Gli fu data licenza d'eleggersi la maniera della morte, e questo fu il laccio, con cui diede fine alla scellerata sua vita. Fallò Zosimo con dire che questo ignominioso fine gli arrivò in Tarso, quando è certo che fu in Provenza, cioè ad Arles, dove soleva dimorar colla sua corte Costantino, o pure a Marsiglia, dove l'autore della Cronaca Novaliciense [Chron. Novaliciense, Rer. Italicar., Part. II, tom. 2.] circa l'anno 1054 pretende che fosse disotterrato il corpo di Massimiano, il quale si trovò imbalsamato ed esistente in cassa di piombo entro un'altra di candido marmo. Questo poi per ordine di Rambaldo arcivescovo d'Arles fu gittato in alto mare. E tale fu il fine obbrobrioso di quel superbo ed ambizioso principe, stato in addietro sì fiero persecutore della religione di Cristo, e d'uno ancora di questi ultimi imperadori nemici del nome cristiano, che Dio punì con una morte la più vergognosa ed infame. Dall'aver Costantino data onorevole sepoltura al suocero (come anche attesta santo Ambrosio [Ambrosius, Epistol. 53.], con dire che il fece mettere in una cassa non di marmo bianco, ma di porfido), dedusse il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] che esso Augusto si attribuiva ad onore d'essere nipote di Massimiano, adducendo per questo un'inscrizione a lui posta, dove si trova intitolato così. Ma se Costantino il Grande non appetisse, anzi abborrisse questa lode, si può argomentare [Euseb., Histor. Eccles., lib. 8, cap. 13. Lactantius, de Mort. Persec., cap. 42.] dal saper noi ch'egli fece atterrare tutte le statue ed immagini appartenenti a Massimiano, e cancellar quante iscrizioni e memorie potè di lui; e per conseguente è più tosto da riferire quel marmo a Costantino juniore, figliuolo del Grande e di Fausta figlia di esso Massimiano.
CCCX
| Anno di | Cristo CCCX. Indizione XIII. |
| Eusebio papa 1. | |
| Melchiade papa 1. | |
| Galerio Massimiano imperadore 6. | |
| Massenzio imperadore 5. | |
| Costantino imperadore 4. | |
| Licinio imperadore 4. | |
| Massimino imperadore 4. |
Console
Massenzio imperatore solo.
Ne' fasti d'Idacio e nell'Anonimo del Bucherio, o sia del Cuspiniano, è nominato il solo Massenzio console in Roma. Fuori d'Italia si contava l'anno II dopo il consolato di Massimiano Erculio X e di Galerio Massimiano VII. Ne' Fasti di Teone enunziati si veggono sotto questo anno Andronico e Probo. Possiam sospettare che fossero sostituiti a Massenzio. Rufo Volusiano si trova nel presente anno prefetto di Roma. In questi tempi la giustizia di Dio, che già aveva abbattuto l'iniquo Massimiano Erculio, si fece sentire anche all'altro imperadore Galerio Massimiano, soggiornante [Lactantius, de Mortibus Persecut., cap. 31. Anonym. Valesianus.] in Sardica nella Dacia novella, cioè a colui che abbiam di sopra veduto principal promotore della persecuzion dei Cristiani. Era egli innamorato del suo paese nativo, ed abbiamo da Aurelio Vittore [Aurelius Victor, de Caesaribus.], ch'egli con far tagliare delle sterminate selve nella Pannonia, e mettere quelle terre a coltura, e con fare scolar l'acque del lago Pelsone nel Danubio, avea renduto un gran tratto di paese utilissimo alla repubblica. Ardeva egli di odio contra di Massenzio tiranno di Roma, nè ad altro pensava che a procedergli contro, ammassando a questo fine a tutto potere genti e denari. Col pretesto adunque d'aver egli a solennizzare i vicennali del suo regno cesareo, al che diceva che occorreano immense spese, dopo aver già rovinate le provincie a lui suddite a furia d'imposte, inorpellate col nome di prestanze, finì di smugnerle e di assassinarle con altre gravezze, alla riscossion delle quali deputò i suoi soldati, che meritavano piuttosto il nome di carnefici che di esattori: tanta era la lor crudeltà. Lattanzio ci fa qui un lagrimevol ritratto di quelle inumane esazioni, per le quali violentemente si toglievano alla gente tutti i frutti delle lor terre, senza lasciarle di che vivere. Ma chi è terribile sopra i re della terra, fece finalmente intendere a costui che v'era uno sopra di lui [Eusebius, Histor. Eccl., lib. 8, cap. 16. Lactantius, de Mort. Persec., cap. 33.], percuotendolo con piaga nelle parti segrete e vergognose, piaga orribile ed incurabile, per i cui dolori insoffribili cominciò egli a patire e a prorompere in grida ed urli spaventosi. Ciò probabilmente avvenne in Sardica, città della nuova Dacia. Si affaticavano i medici per curar questo fiero nemico, che già aveva cancrenate le carni, con tagliare e bruciare; e pareva che omai la piaga si cicatrizzasse, quando essa più che mai inferocì, menando tal fetore, che non solamente per tutto il palazzo, ma anche per tutta la città si diffuse, come iperbolicamente lasciò scritto Lattanzio. E, marcendo le carni, cominciò ad uscirne gran copia di vermi. In sì orrido stato sotto il flagello di Dio si trovava l'iniquo principe, del cui fine parleremo all'anno seguente. Sembra che al presente s'abbia da riferire quanto abbiamo da Nazario [Nazar., in Panegyr., cap. 18.] nel Panegirico di Costantino Augusto. Avevano formata una lega contra di lui i Brutteri, Camavi, Cherusci, Vangioni, Alamanni e Tubanti, popoli tutti della Germania; ed unita una formidabile armata si misero in campagna. Lento non fu Costantino a presentarsi colla sua incontro ad essi, ed ottenuto passaporto per gli suoi deputati a trattar con quelle barbare nazioni, travestito come un d'essi, passò nel campo nemico, accompagnato da due soli de' suoi, per ispiare le lor forze e disegni; il che felicemente seguì. All'aver prima saputo che Costantino era in persona all'armata, già aveano pensato coloro di separarsi, e di non voler battaglia; ma assicurati poi da Costantino non conosciuto, che l'imperadore era lontano dalle sue milizie, arrischiarono in fine il combattimento, in cui sbaragliati ad altro non pensarono che a menar ben le gambe. Dopo questa insigne vittoria, accennata in poche parole anche da Eusebio [Euseb., in Vita Constantini, lib. 1, cap. 25.], passò Costantino nella Gran Bretagna, chiamato colà dalle turbolenze mosse da alcuni di que' popoli, non si sa se ribelli o pur nemici. La soggiogò in poco tempo, forse con poca fatica, e senza venire a battaglia, perchè i di lui panegiristi non ne fanno parola. San Marcello papa, cacciato in esilio da Massenzio tiranno di Roma, terminò sul principio di quest'anno la sua vita, onorato col titolo di martire, ed ebbe per successore Eusebio nella sedia di san Pietro [Pagius, Crit. Baron.], il quale dopo soli quattro mesi e mezzo di pontificato fu chiamato da Dio a miglior vita. A lui succedette nella cattedra pontificale Melchiade papa.