Cajo Calvisio Sabino e Gneo Cornelio Lentolo Getulico.

Ebbero questi consoli nelle calende di luglio per successori nella dignità Quinto Marcio Barea e Tito Rustio Nummio Gallo. V'ha chi crede non doversi attribuire il nome di Cornelio a Lentolo Getulico. Ma certamente i Lentoli soleano essere della famiglia Cornelia, come si può vedere nei Trattati dell'Orsino e Patino, e di Antonio Agostino. S'erano messi in armi [Tacitus, lib. 6, cap. 46.] alcuni popoli della Tracia, perchè non voleano sofferir che si facesse dai Romani leva di soldati nei lor paesi; negavano anche ubbidienza a Remetalce re loro. A Poppeo Sabino fu data l'incombenza di marciar contro di loro con quelle forze che potè raccogliere; e questi sì fattamente gli strinse, che per la fame e più per la sete, parte rimasero uccisi, e il rimanente se n'andò disperso. Per tal vittoria accordati furono a Sabino gli onori trionfali. Crebbero in questo anno le amarezze fra Tiberio ed Agrippina, vedova di Germanico, perchè fu condannata Claudia Pulcra, o sia Bella, cugina di lei. Parlò alto Agrippina a Tiberio, il pregò ancora di darle marito; ma egli, che temeva competenza nel governo, la lasciò senza risposta. Fu poi gran lite in Roma fra gli ambasciadori delle città dell'Asia, gareggiando cadauna per aver l'onore di alzare un tempio ad Augusto. La decision del senato cadde in favore della città di Smirna. Ritirossi nell'anno presente Tiberio nella Campania, col pretesto di andare a dedicare un tempio a Giove in Capoa, e un altro in Nola ad Augusto, morto in quella città. Suo pensiero era di non ritornar più a Roma, e così fu in fatti. Si misero tutti allora a scandagliare i motivi di questa ritirata. Chi pensò ciò avvenuto per arte e suggestione di Sejano, che voleva restar solo alla testa degli affari in Roma, e seppe così ben dipingere gl'incomodi, a' quali era sottoposto il principe per tante visite, suppliche e giudizii, che l'indusse a cercar la quiete nella solitudine. Furono altri di parere, ch'egli se ne andasse, per non poter più sofferire l'ambizion di Livia sua madre, giacchè ella credeva a sè competente il far da padrona al pari di lui: cosa ch'egli non sapea digerire, ma neppure assolutamente vietare, considerando la signoria sua un dono di lei. Credettero finalmente altri, che si movesse Tiberio a tal risoluzione solamente per impulso proprio originato dall'infame sua libidine, in cui da gran tempo ero immerso, e continuava più che mai il sozzo vecchio, ma con istudiarsi di soddisfarla in segreto al che era più proprio un luogo ritirato. Si aggiungeva l'esser egli d'alta, ma gracile statura, col capo calvo e colla faccia sparsa d'ulcere, e coperta per lo più da empiastri. Hanno perciò creduto alcuni, che ciò fosse un frutto della sua sordida impudicizia, e che il morbo gallico somministrasse ancora in que' tempi un castigo, benchè raro, ai perduti dietro alle femmine prostitute. Vergognandosi egli di comparire in pubblico con sì deforme figura, parve ad alcuni di trovare in lui bastante motivo di fuggire dal consorzio degli uomini. In fatti anche dopo la morte della madre e di Sejano, si tenne egli lontano da Roma, benchè talvolta andasse burlando la gente credula, con ispargere voce del suo imminente ritorno. Pochi cortigiani volle seco Tiberio. Fra essi furono Sejano e Coccejo Nerva, personaggio pratico della giurisprudenza e probabilmente avolo di Nerva, che fu dipoi imperadore. Ad assaissimi lunari e ciarle senza fine dei Romani diede motivo la risoluzion presa da Tiberio, nè queste furono a lui ignote. Con levar la vita ad alcuni, forse anche innocenti, egli insegnò agli altri ad esaminare e censurar con più riguardo le azioni de' tiranni.


XXVII

Anno diCristo XXVII. Indizione XV.
Tiberio imperadore 14.

Consoli

Marco Licinio Crasso e Lucio Calpurnio Pisone.

Il primo di questi consoli in due iscrizioni riferite dal Reinesio [Reinesius, Inscription. Class. VII, n. 10, 18.], vien chiamato MARCVS CRASSVS FRVGI. Queste iscrizioni, senz'avvedermi ch'erano già pubblicate, le ho inserite ancor io nella mia raccolta; e sono ben più da attendere, che la rapportata dallo Sponio, per conoscere il vero cognome d'esso console. Andò in quest'anno Tiberio Augusto a fissar la sua abitazione nell'amena isola di Capri, otto miglia distante da Surrento, tre dalla terra ferma, sprovveduta di porto, e solo accessibile a piccole barche, dove ritirato, con suo comodo continuò a sfogare la infame sua lussuria. Non si sa quante guardie egli menasse seco. Molto strano era nondimeno, che un imperadore soggiornasse in sì piccolo sito per dieci anni senza aver paura de' corsari, o di chi gli volesse male. Fors'egli si assicurò sulla difficoltà di approdare colà per cagion degli scogli. Pochi giorni dopo il suo arrivo un pescatore per mezzo di essi scogli penetrò nell'isola [Sueton., in Tiber., cap. 60.], e gli presentò un bel mullo o triglia, pesce allora stimatissimo. Perchè s'ebbe non poco a male Tiberio, che costui per quella difficile via fosse entrato, fece fregargli e lacerargli il volto col medesimo pesce; e buon per lui che non gli accadde di peggio. Sejano intanto non tralasciava diligenza alcuna per accendere sempre più la diffidenza e l'odio di Tiberio contro di Agrippina, vedova di Germanico, e contro di Nerone primogenito d'essa, non quello che fu poi imperadore. Secondo le apparenze dovea questo giovane principe, siccome nipote per adozione di Tiberio, succedere a lui nell'imperio. Sejano, che v'aspirava anch'egli il tenea forte di vista; segretamente ancora inviava persone, che sotto specie d'amicizia il gonfiavano, esortandolo a mostrar più spirito; tale esser il desiderio del popolo romano; tale quel degli eserciti. All'incauto giovane scappavano talvolta parole, che meglio sarebbe stato il tenerle fra i denti. Tutto era riferito a Sejano, e tutto passava, forse anche con delle giunte, alle orecchie di Tiberio, con aggiungere sospetti a sospetti. Però nell'anno presente furono messi soldati alla guardia del palazzo d'Agrippina, affin di risapere chi v'andava e che vi si parlava: tutti segni funesti di maggiore strepito e della futura ruina. Accadde in quest'anno un caso quasi incredibile e sommamente lamentevole, che ha pochi pari nella storia [Tacitus, lib. 2 Annal., c. 62. Sueton., in Tiber., c. 40.]. In Fidene, città lontana da Roma cinque sole miglia, cadde in pensiero ad un uomo di bassa sfera, e neppur ricchissimo, per nome Atilio, di schiatta libertina, di fabbricare un anfiteatro di legno di gran mole, per dar al popolo lo spettacolo de' gladiatori. Siccome non v'era divertimento, di cui fossero sì ghiotti i Romani, come di questo; venuto quel dì, a folla vi corse da Roma la gente, uomini e donne d'ogni età. Ma quella macchina era mancante di buoni fondamenti, e peggio legata; però ecco sul più bello dell'azione precipitar tutto l'anfiteatro. Vi restarono soffocate o per la caduta sfracellate ventimila persone e trenta altre mila ferite in varie guise, con braccia e gambe rotte e simili altri mali, con urli e grida che andavano al cielo. Fu almeno considerabile la carità de' cittadini romani, che nelle loro case accolsero tutti que' miseri, somministrando loro vitto, medici e medicamenti, con isvegliarsi l'antico lodevol costume degli antichi, i quali così trattavano dopo le battaglie i soldati feriti. La pena data ad Atilio per la somma sua balordaggine, fu l'esilio; ed uscì un editto, che da lì innanzi non potesse dare il giuoco de' gladiatori, se non chi possedeva quattrocentomila sesterzi di valsente, e che fosse approvato l'anfiteatro da intendenti architetti. A questa disavventura tenne dietro in Roma un grave incendio, che consumò tutte le case poste nel monte Celio. Tiberio all'avviso di un tal danno spontaneamente si mosse alla liberalità, inviando gran soccorso di danaro a chi avea patito: il che gli fece assai onore, e ne fu anche ringraziato dal senato.