Flavio Delmazio e Zenofilo.

Quelle leggi e que' fasti, ne' quali in vece di Delmazio si legge Dalmazio, s'hanno da credere alterati dai copisti ignoranti ed avvezzi a chiamar Dalmazia quella che negli antichi secoli era appellata Delmazia, siccome apparisce da varie iscrizioni militari nella mia Raccolta [Thesaur. Novus Inscr., Class. XI.]. Nelle medaglie [Goltzius. Tristanus. Spanhemius et alii.] poi troviamo conservato il di lui vero nome Delmazio. Alcuni han creduto questo Delmazio fratello di Costantino, ma di altra madre. Oggidì opinion più ricevuta è ch'egli fosse figlio di un fratello di Costantino, nè andrà molto che il vedremo decorato col titolo di Cesare. Nel dì 7 d'aprile fu conferita la carica di prefetto di Roma a Publio Optaziano [Cuspinianus. Panvinius. Bucher.] creduto dal Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] quel medesimo Publio Optaziano Porfirio che compose in acrostici il panegirico di Costantino. Ma poco durò il suo impiego, perchè nel dì 10 di maggio gli succedette Ceionio Giuliano Camenio. Fra i tre figliuoli dell'Augusto Costantino, l'ultimo era Costante, nato circa l'anno 320. Al pari degli altri due fratelli fu anch'egli nel dì 25 di dicembre dell'anno presente creato Cesare [Idacius, in Fastis. Hieron., in Chronico.]. Nelle altre medaglie e nelle iscrizioni si trova chiamato Flavio Giulio Costante. Abbiamo da san Girolamo che terribilmente infierì nella Soria e Cicilia la carestia colla mortalità d'innumerabili persone. Di questa orrida fame, che afflisse tutto l'Oriente, parla anche Teofane [Theophanes, Chronogr.], dicendo che un moggio di grano costava allora un'incredibile prezzo; e che in Antiochia e Cipri le ville altro non faceano che saccheggi sulle vicine, e buon per chi avea superiorità di forze. Racconta ancora Eunapio che in non so qual anno si patì penuria di grano in Costantinopoli, perchè i venti contrarii impedivano ai legni mercantili l'abbordare a quel porto. Trovavasi allora in gran credito alla corte di Costantino Sopatro, filosofo platonico, ito colà per frenare l'impetuosità di Costantino in distruggere il paganesimo. Ma, venuto un dì in cui mancò il pane alla piazza, infuriata la plebe con alte grida cominciò ad esclamare contra di Sopatro, con dire ch'egli era un mago, ed incantava i venti, affinchè non arrivassero i vascelli del grano. Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 40.] pretende che questa fosse una cabala di Ablavio prefetto del pretorio, al quale non piaceva tanta familiarità di quel barbone coll'imperador Costantino. Nientedimeno si può credere che di gran conseguenza non fosse il favore goduto da costui; imperciocchè Costantino permise che l'infuriata plebe il mettesse a pezzi, forse, come vuole Suida, per far conoscere l'abborrimento suo al paganesimo. Si può anche riferire a questi tempi ciò che lasciò scritto Eusebio [Euseb., in Vita Constantin., lib. 4, c. 7.], cioè tanto essere salito in riputazione l'Augusto Costantino, che da tutte le parti della terra erano a lui spedite ambascerie. Ed egli stesso attesta d'aver più volte osservato alle porte del palazzo imperiale le varie generazioni di Barbari, fra' quali specialmente i Blemmii, gli Indiani, gli Etiopi, tutti venuti per inchinare un così glorioso e temuto monarca. Il vestir loro, la capigliatura, le barbe, tutte erano diverse. Terribile il loro aspetto, e la statura quasi gigantesca. Rosso il colore d'alcuni, candidissimo quello d'altri. Portavano tutti costoro dei regali a Costantino, chi corone d'oro, chi diademi gioiellati, cavalli, armi ed altre specie di donativi, per entrare in lega con lui, e stabilir seco buona amicizia. Più era poi quello che il generoso principe loro donava, rimandandoli perciò più ricchi di prima, e contenti a casa. Oltre a ciò, i più nobili fra que' Barbari soleva egli affezionarsegli, decorandoli con titoli ed ammettendoli alle dignità romane: dal che veniva che la maggior parte d'essi, non curando più ritornarsene alla patria, si fermava ai servigi del medesimo Augusto. E tale era la politica di Costantino, il cui cuore non si trovava inquietato dalla dannosa insaziabilità de' conquistatori, ma bensì nobilmente bramava di far godere un'invidiabil pace e tranquillità a tutti i sudditi del suo vasto imperio: lode non intesa dal maledico Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 32.], che quasi gli fa un reato, perchè desistè dalle guerre. E di questa sua premura di far godere la pace ai suoi popoli un bel segno diede, allorchè Sapore re della Persia (se crediamo a Libanio [Liban., Oration. 3.]), in occasione di inviargli una solenne ambasciata, gli dimandò una gran quantità di ferro, di cui niuna miniera si trovava in Persia, col pretesto di valersene per far guerra ai lontani. Tuttochè Costantino conoscesse che questo ferro potea un dì servire contro i Romani, pure, per non romperla con quel re, che parea disposto a far guerra, ne permise l'estrazione, assicurandosi coll'aiuto di Dio di vincere anche i Persiani armati, se l'occasion veniva. Della stessa ambasciata fa menzione Eusebio [Euseb., in Vita Const., lib. 4, cap. 8.], siccome ancora della suntuosità de' regali passati fra loro, e della pace di nuovo assodata fra i due imperii. Aggiugne che un motivo particolare ebbe il piissimo Costantino di mantener buona armonia con quel re, perchè la religione di Cristo avea stese le radici fino in Persia; ed egli, siccome protettor d'essa, non volea che i cristiani di quelle contrade restassero esposti alla vendicativa barbarie del re persiano. Anzi abbracciò egli questa congiuntura per iscrivere a quel regnante una lettera, a noi conservata da Eusebio e da Teodoreto [Theodoretus, Hist., lib. 1, cap. 24.], in cui, dopo aver esaltata la religion de' cristiani, come sola ragionevole e protetta da Dio, raccomanda a quel re i fedeli abitanti nel di lui regno. Il Gotofredo [Gothofred., Chron. Cod. Theodos.] e il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron., ad hunc annum.] mettono sotto quest'anno lo studio di Costantino, affinchè si distruggessero i templi e gl'idoli più famosi del gentilesimo, come si ricava da san Girolamo [Hieron., in Chronico.] e da altri antichi scrittori.


CCCXXXIV

Anno diCristo CCCXXXIV. Indizione VII.
Silvestro papa 21.
Costantino imperadore 28.

Consoli

Lucio Ranio Aconzio Optato e Anicio Paolino juniore.

Optato e Paolino sono i cognomi indubitati di questi due consoli. I loro nomi son presi da iscrizioni riferite dal Panvinio e Grutero, le quali non è ugualmente certo che appartengano a questi personaggi. Dal Catalogo del Cuspiniano e Bucherio [Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.] abbiamo che nel dì 27 d'aprile del presente anno la prefettura di Roma fu raccomandata ad Anicio Paolino: sicchè, se regge il suddetto supposto, egli fu nello stesso tempo ornato delle due più illustri dignità di Roma. Un'iscrizione del Panvinio [Panvinius, in Fast.] parla di tutte e due queste dignità, e il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Emp.] l'adduce per pruova che Paolino le esercitò nel medesimo tempo. Ma nelle iscrizioni si solevano annoverar tutte le dignità e gl'impieghi onorevoli dei personaggi, loro addossati in varii tempi; e però non è bastante quel marmo a togliere ogni dubbio che Paolino in quest'anno fosse console e prefetto di Roma. Le leggi del Codice Teodosiano [Gothofred., Chron. Cod. Theod.] ci fan vedere Costantino Augusto, nell'anno presente, ora in Costantinopoli, ora in Singidone della Mesia, ed ora in Naisso della Dacia. Diede egli nella prima d'esse città una legge [L. 2, de Offic. Judic. omn.] nel dì 26 di giugno in favor de' pupilli, delle vedove, e d'altre miserabili persone, concedendo loro il privilegio di non poter essere tratte fuori del loro foro e paese, quando abbiano liti, per farle litigare nel tribunale supremo del principe; e di poter esse all'incontro citare i loro avversarii a quel tribunale. Con varie altre leggi promosse il medesimo Augusto l'ornamento della città di Costantinopoli, col concedere dei privilegii agli architetti, e l'abbondanza de' viveri con proporne degli altri ai mercatanti. Noi vedemmo di sopra all'anno 332 che trovandosi i Sarmati in pericolo di soccombere alla potenza de' Goti, ottennero aiuto da Costantino, dalle cui armi entrate nella Sarmazia furono que' Barbari sonoramente battuti e sconfitti. Due parole abbiamo dall'Anonimo Valesiano [Anonymus Valesianus.], le quali sembrano significare, che per aver egli dipoi trovati i medesimi Sarmati di fede dubbiosa ed ingrati a' suoi benefizii, anche contra di loro ebbe guerra, e li vinse. Socrate [Socrat., lib. 1, cap. 18.] chiaramente attesta le vittorie da lui riportate, non solo de' Goti, ma anche de' Sarmati, senza che ne sappiamo di più, nè in qual anno ciò succedesse. Truovansi perciò medaglie [Mediobarb., Numism. Imper.] d'esso Augusto, dove egli è appellato VICTOR OMNIVM GENTIVM; e in altre si legge: DEBELLATORI GENTIVM BARBARARVM. Ora si vuol narrare uno stravagante fatto che appartiene all'anno presente, per attestato d'Idacio [Idacius, in Fastis.], Eusebio [Euseb., in Vit. Const., lib. 4, cap. 6.] ed altri [Hieron., in Chron.]. Ossia che i popoli suddetti della Sarmazia (oggidì Polonia) avessero guerra solamente nell'anno 332 coi Goti, poi debellati dalle armi di Costantino; o pure, come par più probabile, che si riaccendesse un'altra volta quel fuoco; certo è che, sentendosi eglino debili di forze contra di sì potenti avversarii, misero l'armi in mano ai loro servi, cioè ai loro schiavi, e data coll'aiuto d'essi una rotta ai nemici, rimasero liberi da quella vessazione e pericolo. Ma che? Uno di gran lunga peggiore se ne suscitò in casa loro. Uso fu de' Greci, Romani e Barbari stessi di non ammettere alla milizia se non persone libere, e di non dar l'armi giammai agli schiavi, per timore che costoro dipoi non insolentissero e scuotessero il giogo; e tanto più perchè il numero degli schiavi ordinariamente era sterminato negli antichi tempi presso d'ogni nazione. Se i Romani in qualche gravissimo bisogno di gente si vollero valer degli schiavi, lor diedero prima la libertà. Non dovettero i signori sarmati usar tutta la convenevol precauzione in tal congiuntura. Insuperbiti i loro servi, e conosciuta la propria forza, rivolsero in fatti da lì a non molto l'armi contra de' proprii padroni; e questi, non potendo resistere, furono astretti a prendere la fuga, ed a lasciar tutto in potere di chi dianzi loro ubbidiva. San Girolamo [Hieron., in Chronico.] ed Ammiano [Ammian., Histor., lib. 17 et 19.] danno il nome di Limiganti a quei servi, e a' lor padroni quello di Arcaraganti. Ebbero questi ultimi ricorso allo Augusto Costantino, il quale benignamente gli accolse ne' suoi Stati. Per attestato dell'Anonimo Valesiano [Anonymus Valesianus.], erano più di trecento mila persone tra grandi e piccioli dell'uno e dell'altro sesso. Costantino arrolò nella milizia i più robusti: il rimanente fu da lui compartito per varii paesi, cioè per la Tracia, Scitia (cioè la Tartaria minore), Macedonia ed Italia, con dar loro terreni da coltivare. Altri di que' Sarmati liberi, per testimonianza d'Ammiano, si ricoverarono nel paese dei Victobali; e solamente nell'anno 358 furono rimessi dai Romani in possesso del loro paese.