Restava solo in vita dei figliuoli di Germanico Cajo Caligola [Tacit., lib. 6, cap. 20.], giovinetto di costumi sommamente malvagi, ma provveduto di tanto senno da farsi amare da Tiberio. Sapea coprir con finta modestia l'animo suo inclinato alla crudeltà; non gli scappò mai una parola di dispiacere o lamento per l'esilio e per la morte dei fratelli e della madre; ed ottenne per grazia di poter accompagnare Tiberio a Capri, studiandosi quivi di comparir sempre con vesti simili a quelle di lui, e d'imitare per quanto poteva le di lui maniere di parlare; di modo che di lui, divenuto poscia imperadore, ebbe a dire Passieno oratore: «Non esservi stato mai nè miglior servo, nè peggior signore di lui.» Contrasse il medesimo Cajo, di consenso di Tiberio in quest'anno gli sponsali con Claudia o Claudilla figliuola di Marco Silano. Sotto il detestabil governo di Tiberio, gran voga intanto aveano in Roma gli spioni e gli accusatori, parte volontari, parte suscitati dal principe stesso. Bastava per lo più l'accusare, perchè ne seguisse il condannare. Fioccavano in senato i libelli contro delle persone, e moltissimi inviati dal medesimo Tiberio che col braccio del senato andava facendo vendette, e pascendo I' avarizia sua colla morte e col confisco dei beni de' condannati. A parecchi nobili toccò ancor nell'anno presente la disavventura stessa; e massimamente ai senatori, tanti de' quali a poco a poco andò egli levando dal mondo, che non si poteano più provvedere i governi delle provincie [Tacitus, ibid., cap. 49. Dio, eod. lib. 58.]. Fra l'altre più memorabili ingiustizie commesse in quest'anno degna è di menzione l'usata da Tiberio contro di Sesto Mario, da lungo tempo suo amico che, col favore principesco, giunto era ad essere il più ricco gentiluomo della Spagna. Avendo egli una figliuola di bellissimo aspetto, per timore che Tiberio non gliela facesse rapire, come solito era con altri, la trafugò in luogo dove fosse sicura. Avvertitone dalle sue spie Tiberio, fece accusar amendue d'incesto, e gittar giù della rupe tarpeja i lor corpi, con far sue le immense ricchezze dell'infelice Mario. Tacito racconta molti altri spettacoli di somiglianti crudeltà accadute in quest'anno, senza che mai si saziasse il genio sanguinario di Tiberio. Strano bensì parve ai più del popolo, ch'egli in un certo dì facesse morire tutti i principali spioni ed accusatori, e proibisse a tutte le persone militari il far questo infame uffizio, benchè lo permettesse ai senatori e cavalieri. Ma si può ben credere ciò fatto per comparire disapprovatore di que' maligni stromenti, dei quali si serviva la stessa di lui malignità per far tanto male al pubblico. Erano eziandio cresciute a dismisura le usure in Roma; e contro dei debitori furono in quest'anno portate istanze ed accuse assaissime al senato; nè piccolo era il numero di coloro che, ascondendo la pecunia d'oro e d'argento, ne faceano scarseggiare la città. Si vide allora un prodigio di Tiberio. Mise egli nel banco della repubblica una gran somma d'oro e d'argento, da prestarsi a chiunque ne abbisognasse, e desse idonea sigurtà, senza che per tre anni ne pagassero frutto: azione applaudita da ognuno, ma che non fece punto sminuire il comune odio contro del tiranno. Ad Elio Lamia prefetto di Roma defunto succedette in quell'uffizio Cosso, per attestato di Tacito e Seneca [Seneca, epist. 81.]. E Marco Coccejo Nerva, giurisconsulto insigne di questi tempi, ed uno del consiglio di Tiberio, non potendo più, siccome uomo giusto, tollerar le iniquità di quel mostro, se ne liberò con lasciarsi morir di fame: nè per quante preghiere gli facesse Tiberio, per saper la cagione di tal risoluzione, e per tenerlo in vita, volle mutare il fatto proponimento.


XXXIV

Anno diCristo XXXIV. Indizione VII.
Pietro Apostolo papa 6.
Tiberio imperadore 21.

Consoli

Paolo Fabio Persico e Lucio Vitellio.

A questi consoli ordinari si crede che ne succedessero nelle calende di luglio due altri [Dio, lib. 58.], de' quali si è perduto il nome. E ciò perchè avendo questi ultimi consoli celebrato l'anno ventesimo compiuto dell'imperio di Tiberio, fecero anche dei voti agli dii pel decennio venturo, come fu in uso a' tempi d'Augusto. Quella gelosa bestia di Tiberio, che avea preso l'imperio non per dieci, nè per venti anni, ma finchè a lui piacesse, parendogli che volessero far conoscere, che la di lui potestà dipendea dall'arbitrio del senato, fece accusarli tutti e due e condannarli, e pare che fosse anche abbreviata immediatamente loro la vita. Questo Persico probabilmente è quello stesso che fu mentovato da Seneca [Seneca, de benefic., lib. 2, cap. 21.], per uomo di cattiva riputazione. Ma nulla di un fatto tale, che avrebbe fatto più strepito di tant'altri, si ha presso Tacito, il qual pure accenna le morti di molti altri di dignità inferiore. Dione stesso attribuisce quei voti e quell'innocente fallo ai consoli ordinari; e pure noi sappiam da Svetonio [Sueton., in Vitellio, c. 2.], che Lucio Vitellio, console nel presente anno e padre di Aulo Vitellio che fu poi imperadore, dopo il consolato ebbe il governo della Soria, e campò molto dappoi. Parimente di Fabio Persico, sopravvissuto, s'ha memoria presso Seneca [Seneca, lib. 2 et 4 de Benefic.]. Però la credenza dei consoli sostituiti, e fors'anche il fatto narrato da Dione può patire dei dubbi. Non mancarono all'anno presente le sue funeste scene, cioè molte condanne e morti d'uomini illustri, avvenute per la crudeltà di Tiberio e per la prepotenza di Macrone prefetto del pretorio; il quale imitando le arti di Sejano ma più copertamente, si abusava anch'egli della sua autorità e del favore del principe [Dio, lib. 58. Tacit., lib. 4, cap. 19.]. Pomponio Labeone, dopo essere stato pretore di Mesia per otto anni, accusato d'essersi lasciato corrompere con danari, tagliatosi le vene, si sbrigò da questa vita: ed altrettanto fece sua moglie. Era anche stato in governo Marco, ossia Mamerco Emilio Scauro, nè già era incolpato di cattiva amministrazione, quantunque vergognosi fossero i suoi costumi. Macrone, che l'odiava, trovò la maniera di precipitarlo, con presentare a Tiberio una di lui tragedia intitolata Atreo, in cui oltre al parlarsi di parricidio, uno era esortato a tollerar la pazzia del regnante; è con fargli credere che sotto nome altrui si sparlasse di lui. Di più non ci volle per far processare Scauro, il quale, senz'aspettar la condanna, si privò da sè stesso di vita, nè da meno di lui volle essere la moglie sua. Costumavasi allora dagli etnici romani di darsi iniquamente la morte da sè medesimi, perchè i corpi de' condannati non era lecito il seppellirli, e i lor beni andavano al fisco; laddove prevenendo la sentenza, loro non si negava la sepoltura: e sussistendo i testamenti, agli eredi pervenivano i loro beni. Fra coloro eziandio che furono accusati si contò Lentulo Getulico, stato già console nell'anno di Cristo 26. Altro a lui non veniva imputato, se non che avesse trattato di dare una sua figliuola in moglie a Sejano. Ma fu buon per questo personaggio ch'egli allora si trovasse in Germania al comando di quelle legioni che l'amavano forte per le sue dolci maniere. Dicono ch'egli scrivesse animosamente una lettera a Tiberio, con ricordargli che non per elezione propria, ma per consiglio di lui stesso, avea cercato di far parentela con Sejano. Essersi ben egli ingannato nel procacciarsi l'amicizia di quell'uomo indegno; ma che niuno più d'esso Tiberio avea amato Sejano: nè essere perciò conforme alla ragione che il comun fallo fosse innocente per lui, e peccaminoso per gli altri. Pertanto riflettendo al pericolo di nuocere a chi aveva l'armi in mano, e poter rivoltarsi, giudicò meglio il desistere dall'impresa; e per lo contrario fece condannar e cacciare in esilio Abudio Rufo, cioè l'accusatore di Lentulo Getulico. Videsi in questo anno in Grecia un giovane [Dio, lib. 58.], che spacciatosi per Druso figliuolo di Germanico, trovò di molti aderenti in quelle contrade; e se gli riusciva di passare in Soria, a lui si sarebbe verisimilmente unito quell'esercito. Ma preso da Pompeo Sabino governator della Macedonia, fu inviato a Tiberio. Tacito scrive [Tacit., lib. 5, c. 10.] ciò avvenuto tre anni prima, quando era tuttavia vivente lo stesso Druso in prigione: il che, se fosse vero, potrebbe questo avvenimento aver dato impulso alla morte del medesimo Druso. Da esso Tacito fu ancora scritto che nel presente anno si lasciò veder di nuovo dopo alcuni secoli l'augello Fenice nell'Egitto, con rapportarne la mirabil genealogia. A simili favole oggidì non si presta fede. Plinio e Dione mettono due anni dappoi lo scoprimento di questo non mai più risorto uccello.


XXXV