Dal trovar noi Valerio Asiatico nominato console per la seconda volta, apparisce aver ottenuto l'eccelso grado di console un qualche anno innanzi, sostituito ai consoli ordinari; ma in quale non si è potuto finora esattamente sapere. Se crediamo al Panvinio [Panvinius, in Fast. Consularibus.] e ad altri, nelle calende di luglio a questi consoli succederono Publio Suillo Rufo e Publio Ostorio Scapula. Che ancor questi veramente arrivasse al consolato, ne abbiam delle prove; ma se veramente in quest'anno, ciò non si può accertare. Era [Dio, lib. 60.] Marco Giunio Silano console fratello di Lucio, da noi veduto genero di Claudio Augusto. Diede molto da dire a' Romani la risoluzion presa in quest'anno dal suddetto Asiatico console. Siccome era stato determinato da Claudio per fargli onore, egli dovea ritener per tutto l'anno il consolato; ma spontaneamente lo rinunziò. Aveano ben fatto lo stesso alcuni altri consoli, per mancar loro le ricchezze sufficienti a sostener la spesa enorme che occorreva in celebrar i giuochi circensi, addossata alla borsa dei consoli, e cresciuta poi a dismisura. Era giusta la scusa e ritirata per questi, ma non già per Asiatico, ch'era uno de' più ricchi nobili del romano imperio, possedendo egli delle rendite sterminate nella Gallia, patria sua. Il motivo da lui addotto fu quello di schivare l'invidia altrui pel suo secondo consolato; ma poteva meglio assicurarsene col non accettarlo neppure per i primi sei mesi; e può credersi che non andò esente dalla taccia di avarizia quella spontanea sua rinunzia. Vedremo all'anno seguente i frutti amari di tante sue care ricchezze. Nel presente toccò la mala ventura a Marco Vinicio, personaggio illustre, già marito di Giulia Livilla, cioè d'una sorella di Caligola. Non l'avea nel suo libro Messalina, dopo aver essa procurata la morte alla di lui consorte. Crebbero anche i sospetti e gli odii contra la di lui persona, dacchè (per quanto fu creduto) l'onestà di lui diede una negativa alle impure voglie della medesima Messalina. Seppe ella fargli dare sì destramente il veleno, che il mandò per le poste al paese di là, con permettere dipoi, che dopo morte gli fosse fatto il funerale alle spese del pubblico: onore molto familiare in questi tempi. Da Agrippina, prima che divenisse moglie di Tiberio Augusto, era nato Asinio Pollione, il quale perciò fu fratello uterino di Druso Cesare figliolo di Tiberio. Nel cervello d'esso Pollione entrarono in quest'anno grilli di grandezze e desiderii di divenir imperadore; e cominciò egli per questo alcune tele con sì poca avvertenza, che ne arrivò tosto la contezza a Claudio. Teneva ognuno per certa la di lui morte; ma Claudio si contentò di mandarlo solamente in esilio, o perchè non avea fatta adunanza alcuna di gente o di danaro per sì grande impresa, o perchè il trattò da pazzo, considerata anche la sua piccola statura e deformità del volto, per cui era comunemente deriso, nè ciera avea da far paura a chi sedeva sul trono. Di questa sua indulgenza riportò Claudio non poca lode presso il pubblico, siccome ancora per altre azioni di giustizia e di zelo pel buon governo, e massimamente per la giustizia. All'incontro era universale la doglianza e mormorazione, perchè egli si lasciasse menar pel naso da Messalina sua moglie e dai suoi favoriti liberti; di modo che egli pareva non più il padrone, ma bensì lo schiavo di essi. Condannato fu (che così si usava ancora) a combattere nei giuochi de' gladiatori Sabino, stato governator nella Gallia a' tempi di Caligola, per le sue molte rapine e iniquità. Desiderava Claudio, e gli altri più di lui, che questo mal uomo lasciasse ivi la vita, come solea per lo più succedere. Ma Messalina, che anche di costui si valeva per la sua sfrenata sensualità, il dimandò in grazia, nè Claudio gliel seppe negare. Ed intanto ogni dì più si mormorava, perchè Mnestore, commediante allora famoso, non si lasciava più vedere al teatro. Era egli in grazia grande presso il popolo per la sua arte, e specialmente per la sua perizia nel danzare; ma in grazia di Messalina era egli maggiormente per la sua avvenenza. Dolevasi la gente d'essere priva di un sì valente attore, ma più perchè ne sapeva la cagione, e la sapevano anche i più remoti da Roma. Altri non v'era, che il buon Claudio, il quale ignorasse, quanta vergogna albergasse nel proprio suo palazzo. Eusebio Cesariense [Eusebius, in Chronico et in Excerptis.] solo è a scrivere, che circa questi tempi essendo stato ucciso Rematalce re della Tracia da sua moglie, Claudio Augusto ridusse quel paese in provincia, e ne diede il governo ai suoi uffiziali.
XLVII
| Anno di | Cristo XLVII. Indizione V. |
| Pietro Apostolo papa 19. | |
| Tiberio Claudio, figlio di Druso, imperadore 7. |
Consoli
Tiberio Claudio Augusto Germanico per la seconda volta, e Lucio Vitellio per la terza.
Abbiamo da Svetonio [Suetonius, in Claudio, cap. 4.], che Claudio Augusto non fu già console ordinario con Lucio Vitellio in quest'anno. Un altro, il cui nome non sappiamo, procedette console nel principio di gennaio; ma perchè questi da lì a poco finì di vivere, Claudio non isdegnò di succedere in suo luogo. Vitellio qui mentovato, lo stesso è che fu proconsole della Soria, e padre di Vitellio imperadore. Tanti onori a lui compartiti erano i frutti della sua vile adulazione. Secondo la supputazion di Varrone, questo era l'anno ottocentesimo della fondazion di Roma [Suetonius, in Claudio, cap. 21. Tacitus, lib. 11, cap. 11.]; e però Claudio diede al popolo il piacere de' giuochi secolari, i quali propriamente si doveano fare ad ogni cento anni. Ma a que' giuochi accadde ciò che si osservò nel giubileo romano cominciato nel 1300, che dovea rinnovarsi solamente cento anni dipoi; ma poi fu celebrato in anni diversi. Erano passati solamente sessantaquattro anni, dacchè Augusto diede questi giuochi, e viveano tuttavia delle persone che vi assisterono, e degl'istrioni che aveano ballato in essi, fra' quali Stefanione, commemorato da Plinio [Plinius, lib. 7, cap. 48. Zosimus lib. 1.]. Però essendo solito il banditore, nell'invitare a questi giuochi il popolo, di dire che venissero ad uno spettacolo che non aveano mai più veduto, nè sarebbono mai più per vedere, si fecero delle risate alle spese di Claudio. Ancor qui notata fu l'adulazione del console Vitellio, perchè fu udito dire a Claudio, che gli augurava di poter dare altre volte questi medesimi giuochi. Comparve ne' giuochi suddetti Britannico figliuolo dell'imperadore insieme col giovinetto Lucio Domizio, che fu poi Nerone imperadore; e si osservò che l'inclinazion del popolo correa più verso questo giovine, perchè era figliuolo di Agrippina principessa amata da essi, non tanto per essere stata figlia dell'amato Germanico, quanto perchè la miravano perseguitata da Messalina. Si contano ancora sotto quest'anno alcune azioni lodevoli di Claudio [Dio, lib. 60.]. Prodigiosa era la quantità degli schiavi che ogni nobil romano teneva al suo servigio [Sueton., in Claudio, cap. 25.]. Allorchè i miseri cadeano infermi, costumavano alcuni de' loro padroni, per non soggiacere alla spesa, di cacciarli fuori di casa, mandandoli nell'isola del Tevere, acciocchè Esculapio, a cui quivi era dedicato un tempio, li guarisse, ed esponendogli in tal guisa al pericolo di morir di fame. Fece Claudio pubblicar un editto, che gli schiavi cacciati da' padroni, s'intendessero liberi, nè fossero obbligati a tornar a servire. Che se, in vece di cacciarli, volessero levarli di vita, si procedesse contra di loro come omicidi. Inoltre essendo denunziati alcuni di bassa sfera, quasi che avessero insidiato alla di lui vita, niun caso ne fece, con dire, «non essere nella stessa maniera da far vendetta di una pulce, che d'una fiera.» Ordinò ancora, che i liberti ingrati ai lor padroni tornassero ad essere loro schiavi: legge sempre dipoi osservata. Rimosse dal senato alcuni senatori, perchè, essendo poveri, non poteano con dignità calcare quel posto: il che a molti di loro fu cosa grata. E perchè un Sordinio nativo della Gallia, ed uomo ricco, poteva con decoro sostenere la dignità senatoria, e Claudio intese ch'era partito per andarsene a Cartagine, disse: «Bisogna ch'io fermi costui in Roma con i ceppi d'oro;» e richiamatolo indietro, il creò senatore. Insorsero gravi querele contro gli avvocati che esigevano somme immense dai lor clienti. Fu in procinto il senato di proibire affatto ogni pagamento. Claudio volle che si tassasse una molto leggiera somma.
Ma se Claudio da tali azioni riportò lode, maggior fu bene il biasimo che a lui venne, per essersi lasciato condurre a dar la morte in questo medesimo anno a varie illustri persone, per le maligne insinuazioni di Messalina sua moglie. Aveva egli accasata con Gneo Pompeo Magno, Antonia sua figliuola. La matrigna Messalina, che odiava l'uno e l'altra, seppe inventar tante calunnie, dipingendo il genero Pompeo per insidiatore della vita di lui, che Claudio gli fece tagliar la testa. Per altro costui offuscava la nobiltà de' suoi natali con dei vizii nefandi. Nè qui si fermò la persecuzione. Fece anche morire Crasso Frugi e Scribonia genitori d'esso Pompeo, tuttochè, per attestato di Seneca [Seneca, in Apocol.], Crasso fosse così stolido, che meritasse d'essere imperadore, come era Claudio. Antonia fu poi maritata con Cornelio Silla Fausto fratello di Messalina. A Valerio Asiatico, da noi già veduto due volte console, le sue molte ricchezze furono in fine cagione di totale rovina [Tacitus, Annal., lib. II, cap. 1.]. Con occhio ingordo le mirava Messalina, e massimamente coi desiderii divorava gli orti di Lucullo, da lui maggiormente abbelliti. S'inventarono vari sospetti e delitti di lui, ed avendo egli determinato di passar nelle Gallie, dove possedea dei gran beni, fu fatto credere a Claudio, che ciò fosse per sollevar contra di lui le legioni della Germania. Condotto da Baja incatenato, ed accusato, con forza si difese, allegando che non conosceva alcuno de' testimoni prodotti contra di lui. Si fece venire innanzi un soldato, che protestava d'essere intervenuto al trattato della congiura. Dettogli, se conosceva Asiatico: senza fallo, rispose. Che il mostrasse: data una girata d'occhi sopra gli astanti, sapendo che Asiatico era calvo, indicò un calvo, ma che non era Asiatico. Niuno dell'uditorio potè contenere le risa, e l'assemblea fu finita. Già pensava Claudio ad assolverlo per innocente, quando entrò in sua camera l'infame Vitellio il console, imboccato da Messalina, che colle lagrime agli occhi mostrò gran compassione d'Asiatico, e poi finse d'essere spedito da lui per impetrar la grazia di potere scegliere quella maniera di morte che più a lui piacesse. Il bietolone Augusto, senza cercar altro, credendo che per rimprovero della coscienza rea egli non volesse più vivere, accordò la grazia richiesta. Asiatico si tagliò dipoi le vene, e rendè contenta, ma non sazia l'avarizia e crudeltà di Messalina, la quale per altre somiglianti vie condusse a morte Poppea moglie di Scipione, la più bella donna de' suoi tempi, e madre di Poppea, maritata poi coll'Augusto Nerone. Nulla seppe di sua morte Claudio. D'altri nella stessa guisa abbattuti parla Tacito, la cui storia maltrattata dai tempi torna a narrarci gli avvenimenti d'allora, quando quella di Dione per la maggior parte è venuta meno. In quest'anno [Tacitus, Annal., lib. II, cap. 14. Suetonius in Claud., cap. 41.] ancora si credè Claudio d'immortalare il suo nome anche fra i grammatici, con aggiugnere tre lettere all'alfabeto latino. Una delle quali fu F scritto al rovescio per significare l'V consonante. Ma dopo la sua morte morirono ancora le da lui inventate lettere. Furono in quest'anno rivoluzioni in oriente. Essendo stato ucciso Artabano re dei Parti, disputarono del regno coll'armi in mano due suoi figliuoli. Prese Claudio questa occasione per inviar Mitridate fratello di Farasmane re dell'Iberia a ricuperare il regno dell'Armenia, già occupato dai Parti. Ed egli in fatti se ne impadronì, e vi si sostenne col braccio de' Romani. Nè fu senza moti di guerra la Germania. Essendo morto Sanquinio, che comandava l'armi romane nella Germania bassa, in suo luogo fu inviato Gneo Domizio Corbulone, che riuscì dipoi il più valente capitano che allora si avesse Roma. Innanzi ch'egli arrivasse colà, i Cauci aveano fatte delle scorrerie nei lidi della Gallia. Subito che Corbulone fu alla testa delle legioni, soggiogò essi Cauci; fece tornare all'ubbidienza i popoli della Frisia, che s'erano ribellati alcuni anni prima: rimise fra le truppe romane con gran rigore l'antica disciplina. Era per far maggiori imprese, se il pauroso Claudio Augusto non gli avesse scritto di ripassare il Reno, e di lasciar in pace i Barbari. Ubbidì Corbulone, ma con esclamare: Felici gli antichi generali! Claudio a lui concedè poi gli ornamenti trionfali. Venuto anche a Roma Aulo Plauzio, il quale s'era segnalato nella guerra della Bretagna, accordò a lui pure l'onore dell'ovazione, che così chiamavano il picciolo trionfo. Già s'era cominciato a riserbare il vero trionfo ai soli imperadori, perchè soli essi erano i generalissimi dell'armi romane, e a loro si attribuiva l'onor di qualunque vittoria che fosse riportata dai subalterni.