Consoli
Publio Cornelio Sulla Fausto e Lucio Salvio Ottone Tiziano.
Avendo Ottone (poscia imperadore) un fratello per nome Lucio Tiziano, vien perciò tenuto questo console pel medesimo di lui fratello. Credono alcuni, che a questi consoli nelle calende di luglio succedessero Servilio Barca Serano, chiamato console disegnato da Tacito sotto quest'anno, e Marco Licinio Crasso Muciano; e che, cessando essi, nelle calende di novembre subentrassero in quella dignità Lucio Cornelio Sulla e Tito Flavio Sabino Vespasiano. Questo per congettura. E quando essi vogliano che Flavio Sabino fosse il fratello di Vespasiano (poscia imperadore) s'ha d'avvertire che Tacito e Svetonio ci danno ben a conoscere Sabino per prefetto di Roma, ma non già illustre per alcun consolato [Tacitus, Annal., cap. 52.]. Fu in quest'anno esiliato da Roma Furio Scriboniano, figliuolo di quel Camillo che si sollevò in Dalmazia contro di Claudio Augusto. Per atto di clemenza non avea Claudio nociuto al figlio; ma accusato egli ora di aver consultati gli strologi intorno alla vita dell'imperadore, per questo delitto si guadagnò il bando. Molto non campò di poi, rapito dir non si sa se da morte naturale o pur da veleno. Diede ciò occasione ad un rigoroso editto del senato contro gli strologi, con ordine di cacciarli d'Italia, non che da Roma. Tutto nondimeno indarno: per una porta uscivano, ritornavano per un'altra. Parimente fu pubblicata legge contra le donne libere, che sposassero schiavi. Se ciò facea la donna senza il consenso del padrone dello schiavo, diveniva anch'essa schiava; se col consenso, era poi trattata come liberta. Videsi nell'anno presente, fin dove arrivasse la prepotenza dei liberti di corte, la melonaggine di Claudio e la viltà del senato. Perchè fu attribuito a Pallante, liberto il più favorito dall'imperadore, l'invenzione di questo ripiego, per frenar le donne, il senato a suggestion di Claudio, o pure, come vuol Plinio il vecchio, di Agrippina Augusta, il senato, dico, oltre a molte lodi del suo fedele attaccamento al principe, e delle sue grandi applicazioni pel ben pubblico, il pregò di accettare gli ornamenti della pretura, e la facoltà di portare l'anello d'oro, come faceano i cavalieri, e per giunta un regalo di trecento settantacinquemila scudi romani. Costui accettò gli onori, ma sdegnò di prendere il danaro, con vantarsene dipoi in un'iscrizione, e con dire ch'egli si contentava di vivere nell'antica sua povertà, quando di schiavo ch'egli fu, era giunto a posseder più milioni, ed è registrato dal vecchio Plinio fra gli uomini più ricchi del suo tempo. Plinio il giovane [Plinius, lib. 7, epistola 29.] da lì a molti anni, in leggendo quell'iscrizione e il vergognoso decreto fatto dal senato per costui, non se ne potea dar pace. Callisto e Narciso erano gli altri due liberti dominanti allora nella corte. Per le mani di Agrippina e di costoro passava tutto e di tutto si facea danaro. Si prendeano anche beffe del balordo loro padrone [Dio, lib. 60.]. Un dì mentre Claudio tenea ragione, comparvero alcuni della Bitinia ad accusar con molte grida Giunio Cilone, stato lor governatore, che avea venduta la giustizia per danari; nè intendendo ben Claudio, dimandò che volessero quegli uomini. Rispose Narciso: Rendono grazie per aver avuto Cilone al lor governo. Allora Claudio: Ebbene, l'abbiano per lor governatore anche due altri anni.
Alcuni tempi prima era venuta in mente a Claudio un'impresa che, se gli riusciva, sarebbe stata di gran gloria a lui, e di pari utile al pubblico, cioè [Dio, lib. 60. Suetonius, in Claudio, cap. 20. Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 57.] di seccare il Lago Fucino, detto oggidì Lago di Celano nell'Abbruzzo, per mettere quelle terre a coltura, e difendere le circonvicine dalle inondazioni che andavano di dì in dì crescendo: fattura, per cui quei popoli Marsi avevano fatte più istanze ad Augusto, ma senza nulla ottenere. Vi si applicò con incredibil vigore Claudio, pensando di fare scolar quell'acque non già nel Tevere, come alcuno ha creduto, ma bensì nel fiume Liri o sia nel Garigliano. Plinio il vecchio [Plinius, lib. 36, cap. 15.] per un'opera maravigliosa ci descrive questo tentativo di Claudio, e di spesa infinita; imperciocchè per undici anni vi aveva egli impiegato continuamente circa trentamila lavoratori in far cavare e tagliare una montagna di tre miglia, di profondità incredibile, e condurre un canale lunghissimo da esso lago al fiume. Allorchè l'opera fu creduta compiuta, Claudio, acciocchè si conoscesse da ognuno la magnificenza della medesima, ordinò che si facesse prima un solennissimo combattimento navale sul medesimo lago. Raunati da varie parti dell'imperio diciannovemila uomini (se pur non v'ha difetto in quel numero) condannati a morte, li compartì in due squadre di navi colle lor armi, avendo disposto all'intorno in barche i pretoriani ed altre milizie, affinchè niuno scappasse. Tutte le ripe e le colline d'intorno erano coperte di gente accorsa allo spettacolo o per curiosità, o per corteggiare l'imperadore, che vi assistè con Agrippina [Sueton., in Claudio, cap. 21.], amendue superbamente vestiti. Sperando i destinati a combattere grazia, il salutarono, dicendo che andavano a morire, e non altra risposta ricevendo, se non che anch'egli salutava loro, non volevano più procedere alla battaglia. Tante esortazioni e minacce si fecero, che finalmente le nemiche squadre l'una appellata la siciliana, l'altra la rodiana, si azzuffarono e combatterono da disperate. Molti furono i morti, più i feriti. Chi restò in vita ottenne poi grazia. Quindi passò la corte ad un magnifico convito, nel qual tempo si lasciò correre l'acqua del lago pel nuovo fabbricato canale; ma essa con tal empito corse, che fracassò in più luoghi le muraglie delle sponde, ed allagò talmente il territorio, che Claudio andò a pericolo d'annegarsi. Egli è pur di pochi il prevedere tutte le forze delle acque messe in moto. Altre simili burle da loro fatte ho io letto, ed anche veduto. Agrippina fece allora una gran lavata di capo a Narciso, imputandogli di non aver fatto assai forte il lavoro per risparmiare la spesa, e mettersi in saccoccia il danaro; e Narciso anch'egli rispose a lei per le rime con dei frizzi intorno alla di lei superbia, alle idee della sua ambizione. Aggiugne Tacito [Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 57.], non essere stato quel canale sì basso da potere scolar le acque del lago troppo profondo nel mezzo. Ordinò nondimeno Claudio, che si rifacesse meglio il lavoro; ma per quanto si può dedurre da Plinio il vecchio, egli non campò tanto da vederlo compiuto. Nerone suo successore per invidia alla di lui gloria non si curò di perfezionarlo; e per quanto poi facessero Traiano e Adriano, il lago sussistè, e tuttavia sussiste. Un'altra maravigliosa impresa di Claudio Augusto fu l'aver egli condotto a fine l'acquidotto cominciato da Caligola, per cui furono introdotte in Roma le acque curzia e cerulea per quaranta miglia di viaggio [Plin., lib. 36, cap. 15.]; e ad una tale altezza, che arrivavano alla cima di tutti i colli di Roma, e in tanta abbondanza, che servivano ad ogni casa, alle peschiere, ai bagni, agli orti e ad ogni altro uso. Plinio il vecchio, descrivendo la grandiosità di quest'opera stupenda, ci assicura, che al veder tagliate montagne, riempiute valli, e tanti archi per condurre quella gran copia d'acque, si conchiudeva, nulla esservi di sì mirabile in tutto il mondo, come quella fattura, la quale costò parecchi milioni. Tacito nota in questi tempi la prepotenza e l'arti cattive di Antonio Felice, chiamato Claudio Felice da Giuseppe Ebreo [Joseph., Antiq. Judaic., lib. 2.], liberto già d'Antonia e poi di Claudio Augusto, a cui esso imperadore avea dato il governo della Giudea. Quel medesimo egli è, che si legge negli Atti degli Apostoli aver tenuto per due anni in prigione san Paolo apostolo. Costui, oltre al godere un buon posto nel cuore di Claudio, avea anche per fratello Pallante, il più favorito, il più potente, il più ricco dei liberti di corte; e però a man salva commetteva in quel governo quante iniquità egli voleva senza timore che gliene venisse un processo. S'empiè allora la Giudea di ladri e di assassini, e tutto si andò disponendo alla ribellione che accenneremo a suo tempo.
LIII
| Anno di | Cristo LIII. Indizione XI. |
| Pietro Apostolo papa 25. | |
| Tiberio Claudio, figliuolo di Druso imperadore 13. |
Consoli
Decimo Giunio Silano e Quinto Haterio Antonino.
Era giunto Nerone Cesare a quindici in sedici anni; anche Ottavia figliuola di Claudio Augusto all'età capace di matrimonio; e però in quest'anno si celebrarono le loro nozze. Così Tacito [Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 58.]. Ma Svetonio [Sueton., in Nerone, cap. 7.] mette questo fatto due anni prima, allorchè Claudio era console, cioè nell'anno 54 dell'Era nostra, con avere allora Nerone celebrati i giuochi circensi, e la caccia delle fiere nell'anfiteatro per la salute del suocero imperadore. Anche Dione mette il di lui matrimonio prima del combattimento navale sul lago Fucino. Però non è qui sicura la cronologia di Tacito. Affinchè questo giovine bestia facesse per tempo una bella comparsa nell'eloquenza, Agrippina sua madre, e Seneca il maestro, vollero ch'egli servisse da avvocato al popolo d'Ilio o sia di Troja, i cui ambasciadori chiedeano allora in senato l'esenzion dai tributi. Una bella orazione in greco, dettatagli senza fallo dal precettore [Sueton., in Nerone, cap. 8.], recitò Nerone, in cui ebbero luogo tutte le favole inventate dai Romani, cioè la loro origine da Troja e da Enea, spacciato dagli adulatori per propagatore della famiglia Giulia. Nulla si potè negare ad un sì facondo oratore, e a sì forti ragioni; però Tiberio, dopo avere anch'egli tirata fuori una lettera scritta in greco dal senato e popolo romano, in cui esibivano lega al re Seleuco, purchè egli concedesse ogni esenzione al popolo di Troja, parente de' Romani, conchiuse che non si dovea negar tal grazia ai Trojani; nè vi fu chi non concorresse nella medesima sentenza. Perchè i Romani, che componeano la colonia nella città di Bologna in Italia, erano ricorsi all'imperadore e al senato per aiuto a cagion di un incendio che avea devastato le lor case: parimente per loro fece da avvocato con una orazione latina il giovinetto Nerone, ed ottenne in lor soccorso la somma di dugento cinquanta mila scudi romani. Anche il popolo di Rodi supplicava per ricuperare la libertà, che dianzi dicemmo tolta loro dal medesimo Claudio. Per loro perorò Nerone in greco, ed impetrò tutto quanto desideravano. Concedè similmente Claudio per cinque anni l'esenzion dalle imposte a quei d'Apamea, rovinati da un tremuoto, e al popolo di Bisanzio, che si trovò troppo aggravato; e per tutti i tempi avvenire l'accordò dipoi al popolo di Coo. Statilio Tauro (non sappiamo se Marco o Tito) possedeva de' bei giardini. Agrippina gli amoreggiava [Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 64.] anch'essa; però dacchè fu ritornato dall'Africa, dove era stato proconsole, il fece accusare in senato da Tarquinio Prisco, con apporgli falsamente d'essersi mischiato in superstizioni di magia forse contro la vita di Claudio. S'impazientò egli cotanto per questa trappola, che datasi la morte colle proprie mani, prevenne la sentenza del senato.