Quinto Volusio Saturno e Publio Cornelio Scipione.

Secondochè abbiam da Svetonio, soleva Nerone mutar nelle calende di luglio i consoli. Per questo va congetturando Vinando Pighio, che ai suddetti consoli fossero sostituiti Curtilio Mancia e Dubio Avito, per trovarsi eglino da qui a due anni proconsoli. Cominciò in quest'anno lo sbrigliato giovinastro Nerone a menar una vita più che mai scandalosa [Tacit., Ann., lib. 13, cap. 25. Dio, lib. 61. Suet., in Nerone, cap. 26.]. La notte travestito da servo, accompagnato da alcuni suoi fidi, scorreva per le strade per gli postriboli, per le bettole a sfogare i bestiali suoi appetiti, divertendosi in rompere ed isvaligiar botteghe, e in dar per ischerzo delle battiture a chi s'incontrava per via, e far di peggio a chi resisteva. Essendo poi trapelato venir da Nerone somiglianti insolenze, presero animo altri giovani scapestrati per unirsi insieme, e far lo stesso sotto nome di lui, ingiuriando uomini e donne illustri: con che pericoloso per tutti divenne lo andar di notte per Roma. Perchè Nerone non era conosciuto, toccavano anche a lui talvolta delle busse. Per attestato di Plinio [Plin., lib. 13, cap. 22.] fu sfregiato una notte in volto. Con tassia, incenso e cera avendo unta la percossa, la mattina seguente comparve con la cute sana. Uno di quelli che la notte gli diedero alcune bastonate o ferite, o sia per cagion della moglie, come vuole Svetonio e Dione, o pure per motivo di propria difesa, come s'ha da Tacito, fu Giulio Montano, uomo nobile e già vicino a divenir senatore. Stette Nerone a cagion di questo regalo più dì confinato in casa, nè già pensava a vendetta, perchè si figurava di non essere stato conosciuto, e però non ingiuriato. Ma il mal accorto Montano, saputo con chi egli avea sì malamente trescato, andò ad infilzarsi da sè stesso con iscrivergli una lettera lagrimevole e chiedergli perdono. «Come! gridò Nerone, costui sa d'aver percosso l'imperadore, nè si è per anche data la morte da sè stesso!» Gli fece egli dipoi insegnare come andava fatto. Da lì innanzi usò Nerone di uscir di notte con una banda di soldati e di gladiatori, che il seguitavano in disparte. Se per le insolenze ch'egli commetteva, talun si rivoltava, allora costoro menavano le mani. Dilettavasi parimente il forsennato Augusto di accendere e fomentare le fazioni del popolazzo nelle pubbliche commedie, gustando ora da luogo occulto, ed ora scoperto, di mirare se si davano de' pugni, e tiravano dei sassi, essendo egli talora il primo a gittarne, con avere anche una volta ferito in volto il pretore, presidente ai giuochi. Andò tanto innanzi la confusione per questo, con pericolo di peggio, che bisognò rimettere le guardie ne' teatri, e bandire dall'Italia alcuni dei più sediziosi istrioni e pantomimi. Piena [Tacitus, lib. 13, cap. 26.] era l'antica Roma di schiavi e di liberti. Ancorchè i primi con acquistar la libertà dai padroni, sembra che fossero sciolti da ogni legame, pure o per la pratica, o per le riserve tacite od espresse che si faceano, erano tenuti a servire essi padroni, ma in impieghi più onorevoli. Se mancavano, erano gastigati; se arrivava il lor fallo all'ingratitudine, tornavano schiavi. Grandi lamenti insorsero in questi tempi de' padroni contra dei liberti; e in senato fu proposto di fare una legge rigorosa, che gli abbracciasse tutti. Nerone l'impedì con ordinare, che il gastigo andasse sopra i particolari, per le ragioni che ne adduce Tacito. Fu anche modificata la soverchia autorità de' pretori, degli edili e de' tribuni della plebe. Alcuni altri regolamenti si fecero, tutti utili al pubblico.


LVII

Anno diCristo LVII. Indizione XV.
Pietro Apostolo papa 29.
Nerone Claudio imper. 4.

Consoli

Nerone Claudio Augusto per la seconda volta e Lucio Calpurnio Pisone.

Si sa da Svetonio, che Nerone non tenne se non sei mesi il consolato. Disputano gli eruditi, chi a lui ed al collega succedesse nelle calende di luglio. Nulla s'è potuto accertare finora. Non ci somministra l'antica storia alcun fatto rilevante sotto quest'anno. Tacito [Tacit., lib. 13, cap. ] solamente racconta aver Nerone dato un congiario, o sia regalo, al popolo, e levata l'imposta di venticinque danari sopra la vendita che si faceva degli schiavi. Proibì ancora ai governatori delle provincie il fare spettacoli di gladiatori o di fiere, e simili altri giochi: perchè sotto questo pretesto molestavano forte le borse de' popoli, o cercavano di coprire con tali magnificenze i lor latrocini. Fu accusata Pomponia Grecina, moglie di Aulo Plauzio, conquistator della Bretagna, perchè seguitava una superstizion forestiera. Hanno creduto, e fondatamente i nostri, ch'ella avesse abbracciata la religion cristiana, la quale in questi tempi s'andava dilatando per la terra, e massimamente in Roma. Fu rimessa tal giustizia, secondo l'antico costume, alla cognizion del marito, il quale, esaminato l'affare coi di lei parenti, la giudicò innocente. Potrebbe essere che appartenesse all'anno presente ciò che narra Dione [Dio, lib. 61.] con dire, che si fecero vari spettacoli in Roma. Uno di tori, che furono uccisi da uomini a cavallo, correnti a briglia sciolta contra di essi. Un altro, in cui quattrocento orsi e trecento lioni caddero al suolo trafitti dalle lance delle guardie a cavallo di Nerone. Anche trenta uomini dell'ordine de' cavalieri romani combatterono nell'anfiteatro alla foggia de' gladiatori, cioè di gente infame. Cresceva intanto lo sregolamento di Nerone ascoltando egli unicamente i consigli di chi adulava le di lui passioni, tutte rivolte ai piaceri anche più abbominevoli. Quei di Burro e di Seneca l'infastidivano, e in fine cominciò a metterseli sotto i piedi. Ottone, che fu poi imperadore, e in tutto simile era a Nerone nelle inclinazioni e nei vizii, siccome ancora gli altri collegati negl'infami di lui divertimenti, gli andavano di tanto in tanto dicendo: «Come mai soffrite che vi facciano i pedanti in questa età? E voi ve ne mettete suggezione, senza ricordarvi che siete l'imperadore, e che non essi, ma voi sopra d'essi avete potere!» Così imparò egli a sprezzare i consigli de' buoni, e, voltata strada, si diede ad imitar Caligola, anzi a superarlo; parendogli cosa degna di un imperadore il non esser da meno d'alcuno neppur nelle cose mal fatte. Tuttavia in questi primi anni si andò ritenendo. I suoi erano finora vizii privati, e nocevano a lui solo, e a pochi altri, senza che ne patisse la repubblica. Si videro anche in lui alcuni atti di clemenza, intorno alla qual virtù gli avea Seneca composto e dedicato nell'anno precedente un trattato che ci resta. Ma fin dove il portasse la sua perversa natura, e questo abbandonamento di sè stesso, poco staremo a vederlo.


LVIII