Nè lo stesso Nerone volle in fine essere da meno degli altri. Uscì anche egli nella scena in abito da suonator di cetra, ed oltre al suonare, fece sentir la sua da lui creduta melodiosa voce, la qual nondimeno si trovò sì somigliante a quella de' capponi cantanti, che niun potea ritener le risa, e molti piangeano per rabbia. Se crediamo a Dione, Burro e Seneca assistenti servivano a lui di suggeritori, e andavangli poi facendo plauso colle mani e coi panni, per invitare allo stesso l'udienza. Tacito [Tacitus, lib. 14, cap. 15.] anch'egli lo attesta di Burro, ma con aggiungere che internamente se ne affliggeva. Nè già era permesso [Sueton., in Nerone, cap. 23.], allorchè cantava questo insigne maestro, ad alcuno l'uscir di teatro, per qualsivoglia bisogno che occorresse. Quella era la voce d'Apollo; niun v'era che potesse uguagliarsi a lui nella melodia del canto. Così gli adulatori. Volle egli ancora che si tenesse una gara di poesia e d'eloquenza, e vi entrò anch'egli coll'invito de' giovani nobili. Non è difficile l'immaginarsi a chi toccasse la palma e il premio. Furono similmente richiamati a Roma i pantomimi, perchè divertissero il popolo nei teatri, ma non già ne' giuochi sacri. Apparve in quest'anno una cometa. Il volgo, imbevuto dell'opinione, che questo predica la morte de' principi, cominciò a fare i conti su la vita di Nerone, e a predire chi a lui succederebbe. Concorrevano molti in Rubellio Plauto, discendente per via di donne dalla famiglia di Giulio Cesare, personaggio ritirato e dabbene. Ne fu avvertito Nerone. Si aggiunse, che trovandosi a desinare il medesimo imperadore in Subbiaco, un fulmine gli rovesciò le vivande e la tavola. Perchè quel luogo era vicino a Tivoli, patria dei maggiori d'esso Plauto, la pazza gente perduta nelle superstizioni maggiormente si confermò nella predizione suddetta. Fece dunque Nerone intendere a Rubellio Plauto, che miglior aria sarebbe per lui l'Asia, dov'egli possedeva dei beni. Gli convenne andar là colla sua famiglia, ma per poco tempo, perchè da lì a due anni Nerone mandò ad ucciderlo. Venne in questi tempi a morte Quadrato, governatore della Siria, e quel governo fu dato a Corbulone, da cui dicemmo ch'era stata acquistata l'Armenia. Trovavasi da gran tempo in Roma Tigrane, nipote d'Archelao, che già fu re della Cappadocia, avvezzato ad una servile pazienza. Ottenne egli da Nerone di poter governare l'Armenia con titolo di re; e andato colà, fu assistito da Corbulone con un corpo di soldatesche tali, che, al dispetto di molti, più inclinati al dominio de' Parti, n'ebbe il pacifico possesso, benchè poi non vi potesse lungo tempo sussistere [Tacitus, lib. 14, cap. 27.]. Pozzuolo in questo anno acquistò il diritto di colonia, e il cognome di Nerone; intorno a che disputano gli eruditi, perchè da Livio e da Vellejo abbiamo, che tanti anni prima Pozzuolo fu colonia, e Frontino fa autore Augusto di una nuova colonia in quella città. In questi tempi Laodicea, illustre città della Frigia restò rovinata da un tremuoto; ma quel popolo la rimise in piedi colle proprie ricchezze senza aiuto de' Romani.


LXI

Anno diCristo LXI. Indizione IV.
Pietro Apostolo papa 33.
Nerone Claudio imper. 8.

Consoli

Cajo Cesonio Peto e Cajo Petronio Turpiliano.

Non è certo il prenome di Cajo pel secondo di questi consoli, nè sappiamo chi nelle calende di luglio loro succedesse nella dignità. Motivo [Tacitus, ibid.] ai pubblici ragionamenti diedero in quest'anno due iniquità, commesse in Roma, l'una da un nobile, l'altra da un servo. Mancò di vita Domizio Balbo, ricco, e della prima nobiltà, senza figliuoli. Valerio Fabiano, senatore, con un falso testamento, a cui tennero mano altri nobili colle lor soscrizioni e sigilli, corse all'eredità. Convinto di falsario, degradato con gli altri suoi complici, riportò la pena statuita dalla legge Cornelia. Ucciso fu da un suo servo, o vogliam dire schiavo, Pedanio Secondo, prefetto di Roma. Ne aveva egli al suo servigio quattrocento, tra maschi e femmine, grandi e piccoli, essendo soliti i ricchi Romani a tenerne una prodigiosa quantità al loro servigio. Benchè fossero quasi tutti innocenti di quel misfatto, doveano morire secondo il rigore delle antiche leggi; ma fattasi grande adunanza di gente plebea per difendere quegl'infelici, l'affare fu portato al senato; ed intorno a ciò si fece lungo dibattimento, con prevalere in fine la sentenza del supplicio di tutti. Nerone mandò un ordine alla plebe di attendere ai fatti suoi, e somministrò quanti soldati occorressero per iscortare i condannati. I mali portamenti degli uffiziali nella Bretagna cagion furono di far perdere circa questi tempi quasi tutto quel paese che vi aveano acquistato i Romani; e ciò perchè si volle rimetter ivi il confisco dei beni de' delinquenti, da cui Claudio gli avea esentati. Anche Seneca, se crediamo a Dione [Dio, lib. 61.], avea dato ad usura un milione a que' popoli, e con violenza ne esigeva non solo i frutti, ma anche il capitale. Inoltre, Boendicia o sia Bunduica vedova [Tacitus, lib. 12, cap. 29.] di Prasutago re di una parte di quella grand'isola, si protestava anche essa troppo scontenta delle infinite prepotenze ed insolenze fatte dai Romani a sè stessa, a due figlie e a tutto il suo popolo. Questa regina, donna d'animo virile, quella fu che sonò in fine la tromba col muovere i suoi e i circostanti popoli a sollevarsi contra degl'indiscreti Romani con prevalersi della buona congiuntura che Svetonio Paolino, governatore della parte della Bretagna romana, e valoroso condottier d'armi, era ito a conquistare un'isola ben popolata, adiacente alla Bretagna. Con un'armata dicono, di cento ventimila persone vennero i sollevati addosso alla nuova colonia di Camaloduno, e la presero di assalto. Dopo due dì ebbero anche il tempio di Claudio, mettendo quanti Romani vennero alle lor mani, tutti a fil di spada, senza voler far prigionieri. Petilio Cereale, venuto per opporsi con una legione, fu rotto, messa in fuga la cavalleria, e tutta la fanteria tagliata a pezzi. Portate queste funeste nuove a Svetonio Paolino, frettolosamente si mosse, e venne a Londra, luogo di una colonia scarsa, ma celebre città anche allora per la copia grande dei mercatanti e del commercio. Benchè pregato con calde lagrime dagli abitanti di fermarsi alla lor difesa, volle piuttosto attendere a salvare il resto della provincia. S'impadronirono i ribelli di Londra e di Verulamio, nè vi lasciarono persona in vita. Credesi che in que' luoghi perissero circa settanta o ottantamila fra cittadini romani e collegati. Si trovò poi forzato Svetonio, perchè mancava di viveri, ad azzardare una battaglia, ancorchè non avesse potuto ammassare che dieci mila combattenti; laddove i nemici da Dione si fanno ascendere a dugento trentamila persone, numero probabilmente, secondo l'uso delle guerre, o per disattenzion de' copisti, troppo amplificato. Boendicia stessa comandava quella grande armata. Dopo fiero combattimento prevalse la disciplina militare dei pochi allo sterminato numero dei Britanni, che furono sconfitti, con essersi poi detto che restarono sul campo estinti circa ottantamila di essi, numero anch'esso eccessivo. Comunque, sia insigne e memoranda fu quella vittoria. Boendicia morì poco dappoi, o per malattia o per veleno ch'essa medesima prese, e colla sua morte tornò fra non molto all'ubbidienza de' Romani il già rivoltato paese, con avervi Nerone inviato un buon corpo di gente dalla Germania, il quale servì a Svetonio per compiere quell'impresa.


LXII

Anno diCristo LXII. Indizione V.
Pietro Apostolo papa 34.
Nerone Claudio imper. 9.