A Tito Cesare, che dimise il consolato, succedette nelle calende di luglio Domiziano Cesare suo fratello. Terminarono in quest'anno Vespasiano e Tito il censo, o sia la descrizione de' cittadini romani ch'essi aveano già cominciato come censori negli anni addietro. E questo fu l'ultimo de' censi fatti dagl'imperadori romani. Scrive Plinio il vecchio [Plinius, Histor. Natural., lib. 7, cap. 49.], che in tale occasione si trovarono fra l'Apennino e il Po molti vecchi di riguardevol età. Cioè tre in Parma di cento venti, e due di cento trenta anni; in Brescello uno di cento venticinque; in Piacenza uno di cento trentuno; in Faenza una donna di cento trentadue; in Bologna e Rimini due di cento cinquanta anni, se pure non è fallato, come possiam sospettare, il testo. Aggiugne essersi trovati nella Regione ottava dell'Italia, ch'egli determina da Rimini sino a Piacenza, cinquantaquattro persone di cento anni; quattordici di cento dieci; due di cento venticinque; quattro di cento trenta; altrettanti di cento trentacinque, o cento trentasette, e tre di cento quaranta. Dal che probabilmente può apparire qual fosse tenuta allora per la più salutevol aria d'Italia. Se in altre parti d'Italia si fossero osservate somiglianti età, non si sa vedere perchè Plinio l'avesse taciuto. Circa questi tempi [Dio, lib. 66. Sueton., in Vespasiano, cap. 3.] mancò di vita Cenide, donna carissima a Vespasiano, liberta di Antonia, madre di Claudio Augusto. Avea Vespasiano avuta per moglie Flavia Domitilla, che gli partorì Tito e Domiziano. Morta costei, ebbe per sua amica questa Cenide, e creato anche imperatore la tenne quasi per sua moglie, amandola non solamente per la sua fedeltà e disinvoltura, e per molti benefizii da lei ricevuti quando era privato, ma ancora perchè gli serviva di sensale per far danari. Era l'avarizia forse l'unico vizio per cui universalmente veniva proverbiato questo imperadore [Sueton., in Vespasiano, cap. 3.]. Mostravasi egli non mai contento di danaro. A questo fine rimise in piedi alcune imposte e gabelle, abolite già da Galba; ne aggiunse delle nuove e gravi; accrebbe i tributi che si pagavano dalle provincie, ed alcune furono tassate il doppio. Lasciavasi anche tirare a far un mercimonio vergognoso per un par suo, col comperar cose a buon mercato, per venderle poi caro. Cenide anch'essa l'aiutava ad empiere la borsa. A lei si accostava chiunque ricercava sacerdozi e cariche civili e militari, accompagnando le suppliche con esibizioni proporzionate al profitto dei posti desiderati. Nè si badava, se questi concorrenti fossero o non fossero uomini dabbene, purchè se ne spremesse del sugo. Si vendevano in questa maniera anche l'altre grazie del principe; e le pene, per chi potea, venivano riscattate col danaro. Di tutto si credeva consapevole e partecipe Vespasiano. E tanto egli si lasciava vincere da questa avidità, che cadeva in bassezze [Sueton., in Vespasiano, cap. 23. Dio, lib. 66.]. Avendo i deputati di una città chiesta licenza di alzare in onor suo una statua, la cui spesa ascenderebbe a venticinquemila dramme, per far loro conoscere che amerebbe più il denaro in natura, stese la mano aperta con dire: Eccovi la base dove potete mettere la vostra statua. Era egli stesso il primo a porre in burla questa sua sete d'oro per coprirne la vergogna, e si rideva di chi poco approvava le sue vili maniere per adunarne. Uno di questi fu suo figliuolo Tito, che non potendo sofferire una non so quale imposta, da lui messa sopra l'orina, seriamente gliene parlò, con chiamar fetente quell'aggravio. Aspettò Vespasiano che gli portassero i primi frutti di quell'imposta, e fattili fiutare al figlio, dimandò se quell'oro sapea di cattivo odore. Un giorno, ch'egli era per viaggio in lettiga, si fermò il mulattiere con dire che bisognava ferrar le mule. Sospettò egli dipoi inventato da costui un tal pretesto, per dar tempo ad un litigante di parlargli, e di esporre le sue ragioni. E però gli domandò poi quanto avesse guadagnato a far ferrare le mule, perchè voleva esser a parte del guadagno. Questo forse disse per burla. Ma da vero operò egli con uno de' suoi più cari cortigiani, che gli avea fatta istanza di un posto per persona da lui tenuta in luogo di fratello. Chiamato a sè quel tale, volle da lui il danaro pattuito con fargli la grazia. Avendo poscia il cortigiano replicate le preghiere, siccome non informato della beffa, Vespasiano gli disse: Va a cercare un altro fratello, perchè il proposto da te, non è tuo, ma mio fratello.
Tale era l'industria e continua cura di Vespasiano per ammassar danari, cura in lui biasimata, e non senza ragione dagli storici di allora, e più dai sudditi. Credevano alcuni, che dal suo naturale fosse egli portato a questa debolezza: ed altri, che Muciano gliel'avesse inspirata, con rappresentargli che nell'erario ben provveduto consisteva la forza e la salute della repubblica, sì pel mantenimento delle milizie, come per ogni altro bisogno. Tuttavia il brutto aspetto di questo vizio si sminuisce di molto al sapere, come osservarono Svetonio [Sueton., in Vespasiano, cap. 16.] e Dione [Dio, lib. 66.], che Vespasiano non fece mai morire persona per prendergli la roba, nè mai per via d'ingiustizie occupò l'altrui. Quel che è più, non amava, nè cercava egli le ricchezze, per impiegarle ne' suoi piaceri, perchè sempre fu moderatissimo in tutto, nè poteva spendere senza necessità, contento di poco. Appariva eziandio chiaramente, quanto egli fosse lontano dal covare con viltà il danaro, perciocchè lo dispensava allegramente e con saviezza in tutti i bisogni del pubblico, e in benefizio de' popoli. Sapeva regalare chi lo meritava [Sueton., in Vespasiano, cap. 16.], sovvenire a' nobili caduti in povertà; anzi la sua liberalità si stendeva a tutti. Promosse con somma attenzione le arti e le scienze, favorendo in varie maniere chi le coltivava; e fu il primo che istituisse in Roma scuole d'eloquenza greca e latina, con buon salario pagato dal suo erario. Prendeva al suo servigio i migliori poeti ed artifici che si trovassero, e tutti erano partecipi della sua munificenza. A lui premeva specialmente che il minuto popolo potesse guadagnare. A questo fine faceva di quando in quando de' magnifici conviti; e ad un valente artefice, che gli si era esibito di trasportare con poca spesa molte colonne, diede bensì un regalo, ma di lui non si volle servire, per non defraudare di quel guadagno la plebe. In Roma edificò degli acquidotti, alzò uno smisurato colosso, nè solamente fece di pianta varie fabbriche insigni, ma eziandio rifece le già fatte dagli altri, mettendovi non già il nome suo, ma quel de' primi fondatori. Erano per cagion de' tremuoti cadute, o per gl'incendi molto sformate, assaissime città dell'imperio romano. Egli alle sue spese le rifece, e più belle di prima. La stessa attenzione ebbe per fondar delle colonie in varie città, e per risarcir le pubbliche strade dell'imperio [Aurelius Victor, in Breviar.]. Restano tuttavia molte iscrizioni [Gruterus, Thesaur. Inscription. Thesaurus Novus Veter. Inscription. Muratorian.] per testimonianza di ciò. Gli convenne per questo tagliar montagne e rompere vasti macigni; e per tutto si lavorava senza salassar le borse de' popoli. Rallegrava ancora il popolo colla caccia delle fiere negli anfiteatri, ma abborriva i detestabili combattimenti de' gladiatori. Aggiungasi, per testimonianza di Zonara [Zonaras, Annal.], che Vespasiano mai non volle profittar dei beni di coloro che aveano prese l'armi contra di lui, ma li lasciò ai lor figliuoli o parenti. Ed ecco ciò che può servire, non già per assolvere questo principe da ogni taccia in questo particolare, ma bensì per iscusarlo, meritando bene il buon uso che egli facea del denaro, che si accordi qualche perdono alle indecenti maniere da lui tenute per raunarlo. Se non è scorretto il testo di Plinio il vecchio [Plinius, Histor. Natur., lib. 3, c. 5.], abbiamo da lui, che in questi tempi misurato il circondario delle mura di Roma, si trovò esser di tredici miglia dugento passi. Un gran campo occupavano poi i borghi suoi.
LXXV
| Anno di | Cristo LXXV. Indizione III. |
| Clemente papa 9. | |
| Vespasiano imperadore 7. |
Consoli
Flavio Vespasiano Augusto per la sesta volta, e Tito Cesare per la quarta.
Nelle calende di luglio furono sostituiti nel consolato Flavio Domiziano Cesare per la quarta volta, e Marco Licinio Muciano per la terza. In gran favore continuava Muciano ad essere presso di Vespasiano [Sueton., in Vespasiano, c. 23.]. Naturalmente superbo, e più perchè alzato ai primi onori, sapea ben far valere la sua autorità [Dio, in Excerptis Valesian.]. Sopra gli altri della corte pretendea d'essere ossequiato e rispettato. Verso chi gli mostrava anche ogni menomo segno di distinzione in onorarlo, andava all'eccesso in procurargli posti ed avanzamenti. Guai all'incontro a chi, non dirò gli facea qualche affronto od ingiuria, ma solamente lasciava di onorarlo; l'odio di Muciano contra di lui diveniva implacabile. Costui pubblicamente era perduto nelle disonestà, e vantava tuttodì i gran servigi da lui prestati a Vespasiano: suo dono chiamava ancora quel diadema ch'egli portava in capo. A tanto giunse talvolta questa sua boria, e la fiducia de' meriti propri, che nemmeno portava rispetto allo stesso imperadore. E pure nulla più fece risplendere, che magnanimo cuore fosse quel di Vespasiano, quanto la pazienza sua in sopportare quest'uomo, temendo egli sempre di contravvenire alla gratitudine se l'avesse disgustato, non che punito. Anzi neppure osava di riprenderlo in faccia; ma solamente con qualche comune amico talora sfogandosi, disapprovava la di lui maniera di vivere, e diceva: Son pur uomo anch'io: tutto acciocchè gli fosse riferito, per desiderio che si emendasse [Sueton., in Vespasiano, c. 14. Dio, lib. 66.]. Fu anche dagli amici consigliato Vespasiano di guardarsi da Melio Pomposiano; perchè egli fatto prendere il proprio oroscopo, si vantava che sarebbe un dì imperadore. Lungi dal fargli male, Vespasiano il creò console (noi non ne sappiamo l'anno) dicendo più probabilmente per burla che da senno; Costui si ricorderà un giorno del bene che gli ho fatto. Dedicò esso Augusto, cioè fece la solennità di aprire e consecrare il tempio della Pace, da lui fabbricato in Roma in vicinanza della piazza pubblica, per ringraziamento a Dio della tranquillità donata al romano imperio, e particolarmente a Roma, dopo tanti torbidi tempi patiti sotto i precedenti tiranni. Plinio [Plinius, lib. 36, cap. 15.] chiama questa tempio una delle più belle fabbriche che mai si fossero vedute. Erodiano [Herodian., lib. 1, c. 14.] anch'egli scrive, ch'esso era il più vasto, il più vago e il più ricco edifizio che si avesse in Roma. Immensi erano ivi gli ornamenti d'oro e d'argento; e fra gli altri vi furono messi il candelabro [Joseph., de Bello Judaic., lib. 7, c. 14.] insigne e gli altri vasi portati da Gerusalemme dopo la distruzione di quel ricchissimo tempio. Ma che? questa mirabil fabbrica circa cento anni dipoi, regnante Commodo Augusto, per incendio, o casuale o sacrilego, rimase affatto preda delle fiamme.