Consoli

Flavio Domiziano Augusto per la quattordicesima volta, e Lucio Minucio Rufo.

Minicio e non Minucio è appellato questo console in una iscrizione da me [Thesaurus Novus Inscription., p. 314, n. 1.] data alla luce. Nobil famiglia era anche la Minucia. Derisa fu l'avidità di Domiziano (l'avea preceduto coll'esempio Vespasiano suo padre) da Ausonio [Ausonius, in Panegyr.] e da altri, nel continuare per tanti anni il consolato nella sua persona, quasichè invidiasse agli altri un tale onore. Arrivò egli ad essere console diecisette volte: il che niuno de' suoi predecessori avea mai fatto, amando essi di veder compartita anche ad altri questa onorevolezza. Osservò nondimeno Svetonio [Sueton., in Domitian., cap. 13.], che Domiziano non esercitava poi la funzione di console, lasciandone il peso al collega, o pure ai sostituiti. Bastava alla sua boria, che il suo nome comparisse negli atti pubblici, l'anno de' quali per lo più era segnato col nome de' consoli ordinari. Del resto egli constumava di deporre il consolato alla più lunga nelle calende di maggio; e i più d'essi rinunziò nel dì 13 di gennaio. Ma quali persone fossero a lui sostituite in quella dignità, e in qual anno, non si può ora accertare. Volle Domiziano, che si celebrassero nell'anno presente i giuochi secolari, ancorchè, secondo l'istituto di essi, si avessero a celebrare ad ogni cento anni [Censorinus, de Die Natal., cap. 17.], nè più che quarantun anni fosse, che Claudio Augusto gli avea fatti. La prima spedizion di Domiziano contro ai Daci, insuperbiti per la loro vittoria, forse accadde nell'anno presente. Andò egli in persona coll'esercito a quella volta. Racconta Pietro patrizio nel suo trattato delle ambascerie [Petrus Patric., de Legat. Hist. Byzant., T. 1.], che Decebalo veduto venire con sì grande apparato di gente un imperador romano contro sè, gl'inviò degli ambasciatori per trattar di pace. Se ne rise il superbo Domiziano, ed avendoli rimandati senza risposta, ordinò che le milizie imprendessero la guerra, con dare il comando di tutta l'armata a Cornelio Fosco, prefetto allora del pretorio. Decebalo assai informato del valore di questo generale, che avea studiata l'arte militare solamente fra le delizie della corte e in mezzo ai divertimenti di Roma, se ne fece beffe, e spedì altri deputati a Domiziano, offerendosi di terminar quella guerra, purchè i Romani di quelle contrade gli pagassero annualmente due oboli per testa; e ricusando essi tal condizione, minacciava loro lo sterminio [Sueton., in Domitiano, cap. 6.]. Contuttociò Domiziano, ch'era un solennissimo poltrone, come se avesse pienamente assicurato l'imperio da quella parte, se ne tornò da bravo a Roma, senza apparire se prima che terminasse il presente anno, o pur nel seguente. Per quanto scrivono Svetonio e Giordano [Jordan., de Reb. Geticis, cap. 13.], Fosco avendo passato il Danubio, fece guerra a' Daci, e probabilmente ebbe sopra di loro qualche vantaggio; ma in fine restò sconfitto e ucciso, forse nell'anno seguente. Circa questi tempi, per quanto s'ha da Eusebio [Eusebius, in Chron.], Marco Fabio Quintiliano, eccellente maestro di eloquenza, nato a Calaorra in Ispagna, venne a Roma salariato dal pubblico, per insegnar la oratoria. Ma probabilmente ciò avvenne sotto Vespasiano, il quale fondò quivi varie scuole, e vi chiamò degl'insigni maestri. Certo è intanto, che Quintiliano fiorì sotto i di lui figliuoli, e fu anche maestro dei nipoti di Domiziano.


LXXXIX

Anno diCristo LXXXIX. Indizione II.
Anacleto papa 7.
Domiziano imperadore 9.

Consoli

Tito Aurelio Fulvo per la seconda volta, e Aulo Sempronio Atratino.

Siamo accertati da Giulio Capitolino [Capitol., in Antonino Pio.], che Vito Aurelio Fulvo o sia Fulvio, avolo paterno di Antonino Pio Augusto, fu due volte console. Giacchè Svetonio scrive che Domiziano volle un doppio trionfo dei Catti e dei Daci, non è improbabile ch'egli nell'anno presente affrettasse questo onore per far credere ai Romani, che felicemente passavano gli affari nella guerra della Dacia. Attesta il medesimo storico, ch'erano seguite alcune battaglie in quelle parti, e taluna verisimilmente vantaggiosa ai Romani, il che bastò all'ambizioso Augusto, per esigere l'onor del trionfo. Giacchè sopravvenne la sconfitta e la morte di Cornelio Fosco nella guerra che continuava nella Dacia, potrebbe attribuirsi all'anno presente la seconda spedizione del medesimo Domiziano contro ai Daci, essendo noi accertati da Svetonio [Sueton., in Domitiano, cap. 6.], che due volte egli andò in persona a quella guerra. Ma se non è possibile il ben dilucidare i tempi delle azioni di Domiziano, a noi bastar deve almeno la certezza delle medesime. Tornò dunque Domiziano alla guerra [Dio, lib. 67.], ma perchè facea più conto della pelle che dell'onore, nè gli piacea la fatica, ma sì bene il godersi tutti i comodi, siccome uomo poltrone, e perduto tra le femmine e in ogni sorta di disonestà: non osò giammai di lasciarsi vedere a fronte dei nemici. Fermatosi dunque in qualche città della Mesia, spedì i suoi generali contra di Decebalo. Seguirono vari combattimenti, ne' quali, per testimonianza di Dione, perì buona parte delle sue armate. Tuttavia, perchè la fortuna delle guerre è volubile, e i suoi riportarono talvolta de' vantaggi, e specialmente Giuliano diede una considerabil rotta a Decebalo: Domiziano di continuo, ed anche allorchè andavano poco bene gli affari, spediva l'un dietro all'altro i corrieri a Roma, per avvisare il senato delle sue felici vittorie. Pertanto, a cagione di questi creduti sì gloriosi successi, il senato gli decretò quanti onori mai seppe immaginare, e per tutto l'imperio romano gli furono alzate statue d'oro e d'argento, se pur non erano dorate ed inargentate. Con tutto il suo valor nondimeno Decebalo cominciò a sentirsi assai angustiato dalle forze de' Romani; e però inviò degli ambasciatori a Domiziano per ottener la pace. Non ne volle il poco saggio Augusto udir parola; ma in vece di maggiormente incalzare il vacillante nemico, venuto nella Pannonia, rivolse l'armi contro ai Quadi e Marcomanni, volendo gastigarli, perchè non gli aveano dato soccorso contra dei Daci. Due volte que' popoli gli fecero una deputazione, per placare il suo sdegno; non solo nulla ottennero, ma Domiziano fece anche levar la vita ai secondi lor deputati. Si venne dipoi ad una battaglia, in cui dai Marcomanni, combattenti alla disperata, fu sconfitto l'esercito romano, ed obbligato l'imperadore alla fuga. Allora fu, che egli diede orecchio alle proposizioni di pace con Decebalo, il qual seppe ben profittare della debolezza, in cui, dopo tante perdite, si trovavano i Romani. Contentossi dunque egli di restituir molte armi e molti prigioni, e di ricever anche dalle mani di Domiziano il diadema del regno; ma si capitolò, che anche Domiziano pagasse a lui una gran somma di danaro, e di mandargli molti artefici in ogni sorta d'arti di guerra e di pace; e, quel che fu peggio, di pagargli in avvenire annualmente una certa quantità di danaro a titolo di regalo. Durò questa vergognosa contribuzione sino ai tempi di Trajano, il quale, siccome vedremo, avendo altra testa e cuore che Domiziano, insegnò ai Daci il rispetto dovuto all'aquile romane. Tutto boria Domiziano per questa pace, quasichè egli l'avesse fatta da vincitore, e non da vinto, scrisse al senato lettere piene di gloria, e fece in maniera ancora, che gli ambasciatori di Decebalo andassero a Roma con una lettera di sommessione, a lui scritta da Decebalo, se pur non fu finta, come molti sospettarono, dallo stesso Domiziano. Per altro Decebalo non fidandosi di lui, si guardò dal venire in persona a trovar Domiziano, e in sua vece mandò il fratello Diegis a ricevere da lui il diadema. Quanto durasse questa guerra sì perniciosa ai Romani, e quando cessasse, non abbiamo assai lume per determinarlo; ma v'è dell'apparenza, che si stabilisse la pace nell'anno presente, e che Domiziano se ne tornasse a Roma nel dicembre per prendere il consolato nell'anno seguente. Nè si dee tacere ciò che Plinio il giovane osservò, cioè che Domiziano [Plinius, in Panegyr.] andando a queste guerre, per dovunque passava sulle terre dell'imperio, non pareva il principe ben venuto, ma un nemico ed un assassino: tante erano le gravezze che imponeva ai popoli, tante le rapine, gl'incendi, ed altri disordini che commettevano le sue milizie, braccia cattive di un più cattivo capo.