Ma che? tutte queste vittorie e conquiste di Trajano, che costarono tanto sangue e tante spese e fatiche ai Romani, non istettero molto a svanir in fumo; perchè appena ritirossi da quelle contrade Trajano, che le cose ritornarono nel primiero stato, senza restarvi un palmo di dominio pe' Romani. E se ne ritirò per forza Trajano, perchè nel mese di luglio cominciò a sentire aggravata la sua sanità da male pericoloso, che da lui fu creduto veleno; ma si attribuisce da altri a cessazion delle emorroidi, e da altri ad un tocco di apoplessia, per cui restò offesa qualche parte del suo corpo. Altri in fine vogliono ch'egli fosse assalito dall'idropisia. Questo qualunque sia malore sopraggiunto a Trajano, allorchè meditava di tornarsene in Mesopotamia, gli fece cangiar pensiero, e l'invogliò di ritornarsene in Italia, dove era continuamente richiamato dal senato; e però verso queste parti frettolosamente s'incamminò [Aurel. Vict., in Epit.]. Giunto ad Antiochia, capitale della Soria, lasciò ivi Elio Adriano, suo cugino, con titolo di governatore, e gli consegnò l'esercito romano. Continuato poscia il viaggio sino a Selinonte, città marittima della Cilicia, appellata poi Trajanopoli, oppresso dal male, che Eutropio [Eutrop., in Breviar.] chiamò flusso di ventre, quivi in età di sessantuno, altri dicono di sessantatrè anni, compiè il corso di sua vita, per quanto si crede nel dì 10 d'agosto. Il detto finora ha condotto i lettori a comprendere le mirabili belle doti, che concorsero a rendere Trajano uno de' più gloriosi imperadori che s'abbia mai avuto Roma, e a cui pochi altri possono uguagliarsi, non che andare innanzi. Oltre alle belle memorie ch'egli lasciò in Roma e in varie parti del romano imperio, in fabbriche sontuose, strade, porti, ponti, si trovano ancora varie città o fabbricate da lui, o che presero il nome da lui. A lui ancora principalmente attribuisce Aurelio Vittore l'istituzione del Corso Pubblico, oggidì appellato le Poste, che veramente ebbe origine da Augusto, ma fu ampliato e regolato in miglior forma da Trajano, acciocchè si potessero speditamente e regolarmente saper dall'imperadore le nuove del vasto imperio romano, e andar e venir prontamente gli uffiziali cesarei: giacchè, come dottamente osservò il Gotofredo [Gothofredus ad Legem 8, Tit. 5, Codic. Theodosiani.], serviva allora la posta solamente per gli ministri ed uomini dell'imperatore, e non già per le persone private, ed era mantenuta alle spese del Fisco con cavalli, calessi e carrette. Ma siccome osserva Aurelio Vittore [Aurelius Victor, de Caesarib.], e si raccoglie dal codice teodosiano, questo lodevol istituto col tempo, e sotto i cattivi imperadori degenerò in uno intollerabil aggravio delle provincie e de' sudditi. Non fu già esente da ogni difetto Trajano, e van di accordo Dione [Dio, lib. 68.], Aurelio Vittore [Aurel. Vict., de Caesarib.], Sparziano [Spart., in Vita Hadriani.] e Giuliano l'Apostata [Julian., de Caesar.] in dire ch'egli cadea talvolta in eccessi di bere; ma non si sa ch'egli commettesse giammai azione alcuna contra il dovere, allorchè era riscaldato dal vino. Anzi, se crediamo ad esso Vittore, egli ordinò di non aver riguardo a ciò ch'egli avesse comandato dopo essere intervenuto a qualche convito. Aggiugne Dione, ch'egli fu suggetto ad un'infame libidine, abborrita dalla natura stessa, ma senza fare violenza o torto ad alcuno. Tutti effetti della falsa e stolta religione dei Gentili, la quale accecava e affascinava talmente le loro menti, che non si attribuivano a vergogna e peccato le maggiori enormità, che san Paolo chiaramente nomina e riconosce per un gran vitupero del gentilesimo allora dominante. Contuttociò nelle virtù politiche, e massimamente nell'amorevolezza, clemenza e saviezza, fu sì eccellente questo Augusto, che [Eutrop., in Brev.] da lì innanzi nelle acclamazioni che faceva il senato al regnante imperadore, si usò di augurargli, che fosse più fortunato d'Augusto, più buono di Trajano. E ben godè sotto di lui Roma e l'imperio tutto una mirabil calma: se non che si sentirono tremuoti in varie città, e peste e carestia in vari luoghi, e in Roma seguì una fiera inondazion del Tevere: malanni nondimeno, che servirono solamente di gloria a Trajano, perchè egli in quante maniere potè si adoperò per rimediare ai lor pessimi effetti, e per sovvenire chi era in bisogno. Fiorirono ancora sotto questo insigne imperadore vari eccellenti ingegni, perchè egli al pari degli altri più rinomati regnanti, amò i letterati, e promosse le lettere. Restano a noi tuttavia le Opere di Cornelio Tacito, di Plinio il giovane e di Frontino, per tacer d'altri, che fiorirono anche sotto Adriano, e d'altri de' quali si son perduti i libri.
Ora Plotina imperadrice, che accompagnò sempre in tutti i suoi viaggi il marito Trajano, dacchè egli fu morto, non lasciò traspirare la di lui perdita, se non dappoichè ebbe concertato tutto per fargli succedere Publio Elio Adriano di lui cugino, giacchè non si sa che Trajano avesse mai figliuolo alcuno. La fama è varia intorno a questo punto. Crederono alcuni [Spartianus, in Vita Hadriani.], che fosse corso per mente a Trajano di lasciar l'imperio a Nerazio Prisco giurisconsulto di que' tempi, e che gli dicesse un giorno: A voi raccomando le provincie, se qualche disgrazia mi accadesse. Altri pensarono [Dio, lib. 69.] ch'egli avesse posti gli occhi sopra Serviano cognato di Adriano, ed altri fin sopra Lucio Quieto, che già dicemmo moro di nazione. Lo creda chi vuole. Vi fu chi disse essere stata sua intenzione di nominar dieci persone, lasciando poi la scelta del migliore al senato, dopo la sua morte. Nulla di ciò fu fatto. Solamente sul fin della vita adottò e nominò suo successore Adriano, e ciò per opera di Plotina Augusta e di Celio Taziano o sia Attiano, tutore di esso Adriano; perchè veramente Trajano non mostrò mai tenerezza alcuna di amore per lui, conoscendone assai i difetti; e l'avea bensì sollevato alla dignità di console, ma senza dargli cariche riguardevoli sussistenti: il che non si accorda con ciò che abbiam detto rivelato a lui da Licinio Sura [Spartianus, in Vita Hadriani.] nell'anno 109, cioè che fin d'allora Trajano meditava di adottarlo per suo figliuolo. Convengono nondimeno gli storici in dire, che Plotina co' suoi maneggi portò il marito infermo a dichiararlo suo figliuolo e successore, siccome quella che, se vogliamo prestar fede a Dione [Dio, lib. 69.], era innamorata di Adriano: il che facilmente potè immaginar la malizia solita a far dei ricami alle azioni altrui, e massimamente dei grandi. Anzi non mancò chi credesse essere stata l'adozion di Adriano una tela interamente fatta da essa Plotina senza notizia e consentimento di Trajano, ed anche dopo la di lui morte, tenuta celata apposta per qualche dì, con fingere fatta da lui l'adozione suddetta. A questo sospetto diede qualche fondamento l'essere state spedite le lettere al senato coll'avviso di tale adozione, ma sottoscritte dalla sola Plotina. Fece la medesima Augusta per solleciti corrieri intendere ad Adriano la nuova dell'operato da Trajano (se pur tutta sua non fu quella fattura) nel dì 9 di agosto. Poscia nel dì 11 gli arrivò la nuova della morte di Trajano [Dio, ibid.]. Non perdè tempo Adriano a scriver lettere al senato, intitolandosi Trajano Adriano, e pregandolo di confermargli l'imperio, e protestando di non ammettere onore alcuno, ch'egli non avesse prima domandato ed ottenuto dal medesimo senato, con altre sparate di non voler fare se non ciò che fosse utile al pubblico, di non far morire alcun senatore, aggiungendo a tali proteste gravi giuramenti ed imprecazioni, se non eseguiva ciò che prometteva. Niuna difficoltà si trovò ad approvare la di lui successione, ben conoscendo i senatori, che, comandando egli al nerbo maggiore delle milizie romane, pazzia sarebbe il negare a lui ciò che colla forza potrebbe ottenere. Oltre di che l'esercito stesso della Soria, appena udita l'adozione di lui e la morte di Trajano [Spartianus, in Vita Hadriani.], l'avea riconosciuto per Imperadore: del che fece egli scusa col senato. Uscì Adriano di Antiochia, per veder le ceneri ed ossa dello stesso Trajano, che Plotina sua moglie, Matidia sua nipote e Taziano portavano a Roma; e poscia se ne ritornò ad Antiochia, per dar sesto agli affari dell'Oriente, prima d'imprendere anch'egli il suo viaggio alla volta della Italia. Furono accolte in Roma esse ceneri colle lagrime e con un trionfo lugubre, ed introdotte in quella città sopra un carro trionfale, in cui si mirava l'immagine del defunto Augusto; e poscia collocate in un'urna d'oro sotto la colonna trajana, con privilegio conceduto a pochi in addietro, perchè non era lecito il seppellire entro le città [Eutropius, in Breviar.]. Egli certo fu il primo degl'imperadori che fossero entro Roma seppelliti. Scrisse Adriano al senato, acciocchè gli onori divini, secondo l'empio costume del gentilesimo, fossero compartiti a Trajano. Non sol questi, ma altri ancora, come templi e sacerdoti, decretò il senato alla di lui memoria; e per molti anni dipoi si celebrarono in onor suo i giuochi appellati Partici.
CXVIII
| Anno di | Cristo CXVIII. Indizione I. |
| Sisto papa 2. | |
| Adriano imperadore 2. |
Consoli
Elio Adriano Augusto per la seconda volta, e Tiberio Claudio Fosco Alessandro.
Credesi che Trajano avesse all'anno precedente disegnato console Adriano per l'anno presente. Ma anche senza di questo, il costume era che i novelli Augusti prendessero il consolato ordinario nel primo anno del loro governo. Era nato Adriano nell'anno 76 della nostra Era, nel dì 24 di gennaio, per testimonianza di Sparziano [Spartianus, in Vita Hadriani.], da cui abbiam la sua vita. Ebbe per moglie Giulia Sabina, figliuola di Matidia Augusta, di cui fu madre Marciana Augusta, sorella di Trajano. Perchè in sua gioventù comparve scialacquatore, si tirò addosso lo sdegno di Trajano, suo parente, e già suo tutore. Tuttavia tal era la sua disinvoltura e vivacità di spirito, che si rimise in grazia di lui, e ricevè anche molti onori da lui; ma non mai giunse in vita del medesimo ad essere accertato di succedergli nell'imperio a cagion del suo naturale, in cui quel saggio imperadore trovava bensì molte belle doti, ma insieme sapea scoprire non pochi vizii, quantunque Adriano si studiasse di dissimularli e coprirli. L'ambizione traspariva dalle di lui azioni e parole, molto più la leggerezza e l'incostanza; e sopra tutto, il suo essere stizzoso e vendicativo, facea temere che sarebbe portato alla crudeltà. Non si può negare, che la penetrazione del suo intendimento, la prontezza delle sue risposte, un'applicazione a tutto quanto può riuscir d'ornamento a persona nobile, l'aiutavano a brillar nella corte e negli uffizi a lui commessi. Prodigiosa era la sua memoria. Tutto quanto leggeva, lo riteneva a niente. Fu veduto talvolta in uno stesso tempo scrivere una lettera, dettarne un'altra, ascoltare e favellar con gli amici. Non si lasciava andar innanzi alcuno nella cognizion delle lingue greca e latina; sapea egregiamente comporre tanto in prosa che in versi, ed anche improvvisava talvolta con garbo [Dio, lib. 69.]. La medicina, l'aritmetica, la geometria le possedeva; dilettavasi di sonar vari strumenti, di dipignere, di lavorar delle statue; e la sua non mai sazia curiosità il portava a voler sapere di tutto, con insino inoltrarsi molto nel vanissimo studio della strologia giudiciaria, o nell'empio della magia. Lasciò anche dopo di sè vari libri di sua composizione in prosa e in versi. Suo maestro, o pure aiutante di studio, fu Lucio Giulio Vestinio, che servì poscia a lui divenuto imperadore di segretario, e vien chiamato sopraintendente alle biblioteche di Roma greche e latine in una iscrizione [Thesaurus novus Inscription.]. Questo suo amore alle scienze ed arti cagion fu, che a' suoi tempi fiorirono in Roma le lettere, e vidersi i professori d'esse sommamente onorati e premiati, come attesta anche Filostrato [Philostratus, in Sophist.]. Piena era la sua corte di grammatici, musici, pittori, geometri ed altri simili. Spezialmente si compiaceva di conversar coi filosofi, poeti ed oratori, e li teneva bene in esercizio, proponendo loro stravaganti quistioni, per imbrogliarli, e rispondendo loro con egual vivacità tanto sul serio, che burlando. Per altro a misura del suo volubil cervello era anche bizzarro ed instabile il suo genio e gusto. E credendosi, per istare sopra gli altri come imperadore, di aver anche questa medesima superiorità nell'ingegno e nel sapere, portava nello stesso tempo invidia a chi parea sapere più di lui, con giugnere a maltrattarli, e a trovar da dire sopra tutte le lor fatiche, e, quel che è peggio, a perseguitarli. Facevasi anche ridere dietro, allorchè anteponeva ad Omero un certo cattivo poeta appellato Antimaco, Ennio a Virgilio, Catone a Cicerone, Celio a Sallustio. E questo suo maligno ed invidioso talento il trasse fino a screditar le azioni e le fabbriche di Trajano, quasichè egli andasse innanzi a quel grand'uomo nel giudizio e nel buon gusto. Ma questo per ora basti del novello imperadore Adriano, e intorno alle sue doti e costumi.
Dacchè fu egli creato imperadore, giudicò di non dover partire di Antiochia senza lasciare in istato quieto le cose d'Oriente [Dio, lib. 69. Spartianus, in Vita Hadriani.]. Avea ben Trajano aggiunto al romano imperio le provincie della Mesopotamia, dell'Assiria e dell'Armenia; ma il mantenere quelle provincie nella dovuta ubbidienza, non era da un Adriano, principe che s'intendea del mestier della guerra per parlarne in sua camera, non per esercitarlo in campagna, perchè mal provveduto di coraggio e di pazienza nelle fatiche. Però si rivolse egli a' trattati di pace con Cosroe, già re de' Parti, e con quei popoli, contento di salvare la dignità del popolo romano: giacchè non si credea da tanto da poter conservar quelle conquiste. Cedette dunque l'Assiria e la Mesopotamia a Cosroe, mandandogli probabilmente il diadema, con ritener qualche ombra di superiorità, e riducendo il confine romano all'Eufrate, come era prima. Levò via Partamaspare, cioè quel re che Trajano avea dato ai Parti, costituendolo re in qualche di angolo quelle contrade. Permise anche ai popoli dell'Armenia l'eleggersi il loro re. Parve che in tutto questo egli cercasse d'estinguere la gloria di Trajano, di cui, per attestato di Eutropio [Eutrop., in Breviar.], si mostrò sempre invidioso. Fece poi anche per questo distruggere, contro il volere di tutti, il teatro fabbricato da esso Trajano nel Campo Marzio. Poco mancò che non restituisse ancora la Dacia ai Barbari. Impedito ne fu dalla persuasion degli amici, acciocchè non cadessero sotto il giogo barbarico tanti cittadini romani, che Trajano aveva inviato ad abitare colà. Creò Adriano sul principio due prefetti del pretorio, cioè Celio Taziano per gratitudine, avendolo avuto per tutore in sua gioventù, e per mezzano a salire in alto; e Simile per la moderazione ed onoratezza de' suoi costumi. Di questi ne dà un saggio lo storico Dione [Dio, lib. 69.] con dire che mentre Simile era solamente centurione, trovossi nella anticamera imperiale per andare all'udienza di Trajano. V'erano ancora molti altri da più di lui, cioè uffiziali primari che la desideravano anch'essi. Trajano il fece chiamare innanzi agli altri, ma egli si scusò con dire, essere contro l'ordine, che un par suo dovesse goder quest'onore, con fare intanto aspettare i suoi comandanti nell'anticamera. Accettò Simile con difficoltà la carica di prefetto, e da lì forse a due anni, scorgendo che verso di lui s'era raffreddato Adriano, dimandò ed ottenne il suo congedo. Ritiratosi alla campagna, quivi per sette anni sopravvisse in tutta pace, comandando poi alla sua morte, che pel suo epitaffio si scrivesse come egli era stato settantasei anni sulla terra, ed esserne vissuto solamente sette. D'altro umore fu ben Taziano, perchè uomo violento. Egli sulle prime scrisse da Roma ad Adriano di levar dal mondo [Spartianus, in Vita Hadriani.] Bebio Marco prefetto di Roma, e Laberio Massimo, e Crasso Frugi, relegati nell'isole, come persone capaci di novità. Adriano non volle dar principio al suo governo con queste crudeltà. Alcune poi ne commise andando innanzi, e di queste diede la colpa ai consigli del medesimo Taziano. Depresse Lucio Quieto, valoroso uffiziale, con levargli la compagnia de' Mori, perchè si sospettava che aspirasse all'imperio. Mandò ancora Marzio Turbone ad acquetare un tumulto insorto nella Mauritania. Probabilmente verso la primavera di quest'anno Adriano, dopo aver dato ai soldati il doppio di quel regalo che solevano dare gli altri nuovi imperadori, e lasciato al governo della Soria Catilio Severo, si mise in viaggio per terra alla volta di Roma. Il senato gli avea decretato il trionfo. Lo ricusò egli, volendo che a Trajano, benchè defunto, si desse quest'onore. Perciò entrò in Roma sul carro trionfale, su cui era inalberata l'immagine di esso Trajano. Cominciò dipoi il suo governo, come far sogliono per lo più i principi novelli, con somma bontà e dolcezza, e con far bene a tutti. Diede un congiario al popolo romano [Mediobarbus, in Numismat. Imperat.], e pare che n'avesse dato due altri nell'anno antecedente. Rimise alle città d'Italia tutto il tributo coronario, cioè quello che si solea pagare per le vittorie degl'imperadori, e per l'assunzione d'essi al trono. Lo sminuì anche alle provincie fuori d'Italia, benchè egli pomposamente esprimesse, quanto allora lo stato si trovasse in gran bisogno di danaro, che ciò nonostante egli faceva quella remissione. Ciò nondimeno che gli produsse un incredibil plauso, fu l'aver condonato tutti i debiti [Dio, lib. 69.] che aveano le persone private da sedici anni in addietro coll'erario imperiale, tanto in Roma che in Italia, e nelle provincie spettanti all'imperadore, secondo la divisione d'Augusto, non sapendosi se questa liberalità si stendesse ancora alle provincie governate dal senato. Parla di questa sua memorabil generosità Sparziano, e ne conservarono la memoria le medaglie e le iscrizioni antiche [Panvinius, Fast. Consular. Spartianus, in Vita Hadriani.]. Se non fallano i conti del Gronovio [Gronovius de Sestertiis.], questa remissione ascese a ventidue milioni e mezzo di scudi d'oro: il che sembra cosa incredibile. Per dare maggior risalto a questa sua insigne azione, e per maggior sicurezza dei debitori, fece bruciar nella piazza di Trajano tutte le lor polizze ed obbigazioni. Apparisce dalle medaglie suddette, ch'egli appena creato imperadore prese i titoli di Germanico, Dacico e Partico, come se ancor questi fossero passati in lui coll'eredità di Trajano. Trovasi anche appellato Pontefice Massimo. Ma per conto del titolo di Padre della Patria, benchè il senato non tardasse ad esibirglielo, e tornasse da lì a qualche tempo ad offerirglielo, nol volle, sull'esempio di Augusto che tardi l'avea accettato.