Quinto Giulio Balbo e Publio Giuvenzio Celso per la seconda volta.
Celso fu un insigne giurisconsulto di questi tempi. Ad essi ordinari consoli furono sostituiti Cajo Nerasio Marcello e Gneo Lollio Gallo, siccome osservò il Panvinio [Panvinius, in Fastis Consul.], con produrre un'iscrizione antica. Un'altra data alla luce dal canonico Gorio [Gorius, in Inscript. Etrur.], ci fa vedere consoli insieme Giuvenzio per la seconda volta, e Marcello anch'esso per la seconda: laonde si può dubitare che Balbo fosse mancato di vita prima di compiere i mesi del suo consolato, o ch'egli prima del collega scendesse. Scrisse Sparziano [Spartianus, in Hadriano.] che essendo stato Adriano tre volte console promosse molti altri al terzo consolato, ed infiniti al secondo; il che sembra da lui detto con troppa esagerazione. Che nell'anno precedente venisse Adriano nell'Egitto, e viaggiasse nel presente infaticabilmente per quei paesi, lo provò il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron.] colle medaglie battute da varie città egiziane nell'anno 11 di esso Adriano. Ora in quest'anno egli fece il viaggio per l'Arabia, e di là tornò a Pelusio, dove fece con maggior magnificenza rifare il sepolcro di Pompeo il Grande. Mentr'egli navigava pel Nilo, perdè Antinoo, giovinetto nato in Bitinia, di rara bellezza, suo gran favorito, ma come si credeva per motivi degni della detestazione di tutti. Nella cronica di Eusebio appunto sotto quest'anno è riferita la di lui morte. Fece correre voce Adriano, che Antinoo caduto nel Nilo si fosse affogato. Ma per testimonianza di Sparziano [Spartianus, in Hadriano.] e di Dione [Dio, lib. 69.], opinion comune fu che Antinoo offerisse ai falsi dii la volontaria sua morte, per soddisfare a una bestial curiosità o empia superstizione di Adriano, il quale vago della magia, o credulo alle imposture del gentilesimo [Aurelius, in Epitome.], si figurò di prolungar la sua vita coll'iniquo sacrifizio di questo giovine; oppure, come pensò il Salmasio, volle cercar nelle viscere di lui l'augurio dei fatti avvenire. Comunque sia, certo è, per attestato di Sparziano, che Adriano pianse la morte di Antinoo, come fan le donnicciuole; poscia per consolar sè stesso, e ricompensare il defunto giovinetto, il fece deificare dai Greci; pazza e ridicola risoluzione, per tale riconosciuta anche dagli stessi Gentili, ma specialmente dai Cristiani d'allora, che si servirono di questa empia buffonata per maggiormente screditare la stolta religion de' Pagani, come si può vedere ne' libri di san Giustino, di Tertulliano, di Origene e d'altri difensori della santa religione di Cristo. Ma che non sa far l'adulazione? Per guadagnarsi merito con Adriano, i popoli accettarono questo novello dio, gli alzarono statue per tutto l'imperio romano; più templi furono fabbricati in onore di lui, con sacerdoti apposta, i quali incominciarono anche a fingere ch'egli dava le risposte come un oracolo. E gli strologhi, osservata in cielo una nuova stella, non ebbero vergogna di dire che quell'era Antinoo trasportato in cielo. Lo stesso Adriano, con dire di vederlo colà, dava occasion di ridere alla gente savia. Fece egli dipoi fabbricare una città nel luogo dove morì, e fu seppellito Antinoo, alla quale pose il nome di Antinopoli, di cui poche vestigia oggidì restano nell'Egitto.
CXXX
| Anno di | Cristo CXXX. Indizione XIII. |
| Telesforo papa 4. | |
| Adriano imperadore 14. |
Consoli
Quinto Fabio Catullino e Marco Flavio Aspro.
Non è inverisimile che Adriano stoltamente impegnato ad eternar la memoria del suo Antinoo, passasse il verno di quest'anno nell'Egitto. Siccome egli stendeva il guardo a tutte le provincie del romano imperio per beneficarle, così non avea lasciato indietro la Giudea. Ha creduto il padre Petavio [Petavius, in Chronol.], ch'egli in quest'anno e non prima rifabbricasse l'abbattuta città di Gerusalemme, e le desse il nome suo proprio, chiamandola Elia Capitolina, deducendolo da Sparziano, che nulla dice di questo. Solamente scrive egli [Spart., in Hadriano.], che trovandosi Adriano in Antiochia (probabilmente, siccome abbiam supposto, nell'anno 128) i Giudei si sollevarono per cagion di un editto, in cui veniva loro vietato il castrarsi; il che, per quanto si può credere, vuol dire che loro fu proibita la circoncisione. Non potendo essi sofferire un divieto cotanto opposto alla lor legge, si mossero a ribellione. Abbiamo all'incontro da Dione [Dio, lib. 69.], che Adriano fatta fabbricare Gerusalemme, e mutatole il nome, nel luogo, dove dinanzi era il tempio dedicato al vero Dio, ne edificò uno in onore di Giove, e pose in quella città una colonia di gentili romani. Perderono la pazienza i Giudei al vedere in casa loro venir a piantare una stabile abitazione gente straniera, e in faccia loro alzato un tempio all'idolatria; e però non seppero contenersi da' movimenti di ribellione. Ma finchè Adriano Augusto si fermò in quelle vicinanze, cioè nell'Egitto e nella Soria, non ardirono di venire all'armi, ed attesero a covar l'ira loro, aspettando tempo più opportuno per dar fuoco alla mina. Il padre Pagi, che crede riedificata Gerusalemme nell'anno 119, differisce sino all'anno 155 la nuova nominazion di Gerusalemme, e non va certo d'accordo con Dione. Santo Epifanio [Epiphanius, de Mensuris.] scrive, che Adriano passò nella Palestina, e visitò quel paese, dopo essere stato nell'Egitto. Nulla è più verisimile, che andando egli dalla Soria in Egitto, oppur nel ritorno, visitasse quella provincia. Ci ha conservata Vopisco [Vopiscus, in Saturn.] nella vita di Saturnino una lettera, scritta da Adriano a Serviano suo cognato, nell'anno 134, in cui descrive i costumi degli Egiziani, come aveva egli stesso osservato, allorchè fu in quelle contrade, cioè dipinge il popolo specialmente di Alessandria, come gente volubile, inquieta, pronta sempre alle sedizioni e alle ingiurie. Se vogliamo prestar fede a lui, i Gentili vi adoravano Cristo, i Cristiani vi adoravano Serapide, essendo amanti solo di novità. Non vi era Giudeo, Samaritano, Cristiano, che non attendesse alla strologia, agli augurii: benchè il Salmasio stimi doversi altrimente spiegar quelle parole: I Cristiani, i Giudei, i Gentili non vi conoscevano che un Dio, probabilmente l'interesse. Alessandria era piena di popolo, di ricchezze; niuno vi stava in ozio; si facevano lavorare fino i ciechi, e quei che pativano di podagra e chiragra. Loro aveva Adriano confermati gli antichi privilegii, aggiuntine de' nuovi. Tuttavia appena fu egli partito, che dissero un mondo di male di lui e dei suoi più cari. Così Adriano. Ma che i Giudei e i Cristiani tutti adorassero Serapide, e che fossero tutti gente superstiziosa e cattiva, non siam tenuti a stare al giudizio di un Adriano gentile. Di qua bensì intendiamo, quanto in quella città fosse cresciuto il numero de' Cristiani, e che Adriano li lasciava vivere in pace. Scrive poi Lampridio [Lampridius, in Alexandro Severo.], aver avuto in animo questo imperadore di ricevere Cristo Signor nostro per Dio, al qual fine avea fabbricati molti templi senza statue. Ma il Casaubono e il Pagi credono ciò una diceria popolare. Nè questo s'accorda col dirsi da Sparziano [Spartianus, in Vita Hadriani.], che Adriano gran diligenza e zelo mostrò per le cose sacre di Roma, e sprezzò le forestiere.