Antemio Augusto nel presente anno è intitolato ne' Fasti console per la seconda volta, perchè nell'anno 455 era stato console insieme con Valentiniano III Augusto. Perciò egli è chiamato consul vetus da Apollinare Sidonio [Sidon., in Panegyr. Anthemii.], nobile personaggio della Gallia, e poeta riguardevole, il quale invitato a Roma nel precedente anno da esso Antemio, recitò poi nel primo giorno di gennaio del presente il panegirico d'esso imperadore, tuttavia esistente, e in ricompensa ne riportò la dignità di prefetto di Roma. Era in questi tempi prefetto del pretorio delle Gallie Servando: così l'appella l'autore della Miscella [Histor. Miscell., tom. 1 Rer. Ital.] secondo la mia edizione; ma Arvando si trova chiamato da esso Sidonio [Sidon., lib. 1, epist. 1.], autore di maggior credito, se pure il suo testo non è guasto, là dove racconta diffusamente la di lui disgrazia accaduta in quest'anno. Fu costui accusato a Roma quasichè tenesse delle segrete intelligenze coi Visigoti, e tramasse dei tradimenti in pregiudizio dell'imperio, siccome uomo superbo, e che troppo si fidava di sè stesso. Furono in contraddittorio con lui i legati delle Gallie, e convinto, fu vicino a perdere ignominiosamente il capo; ma, prevalendo la clemenza dell'imperadore Antemio, fu mandato in esilio in Oriente, dove terminò i suoi giorni. Fa pur menzione lo stesso Sidonio [Idem, lib. 2, ep. 1.] di un altro prefetto delle Gallie, per nome Seronato, dipinto da lui come persona scelleratissima, che, provato reo di lesa maestà, fu levato dal mondo qualche anno dipoi. Leone Augusto in quest'anno, voglioso di abbattere la potenza ed insolenza di Genserico re de' Vandali, il quale, dopo avere appreso il mestier dei corsari, non lasciava anno che non infestasse i lidi delle provincie romane, uccidendo, spogliando e conducendo seco migliaia di schiavi, da tutto l'Oriente raunò, secondochè racconta Teofane [Theoph., in Chronograph.], uno stuolo di cento mila navi, piene d'armi e d'armati, e lo spedì in Africa contra di Genserico. Si racconta che a Leone costò questa spedizione mille e trecento centinaia d'oro. E certamente Suida [Suidas, verbo χειρίζω.], coll'autorità di Candido, istorico perduto, scrive che Leone in quella impresa spese quarantasette mila libbre d'oro, parte raunate dai beni dei banditi, e parte dall'erario d'Antemio imperadore. Questi similmente inviò colà dall'Occidente una rilevante flotta. Fu ammiraglio (è Teofane che seguita a parlare) e generale dell'armata orientale Basilisco, fratello di Verina Augusta, moglie dello stesso imperador Leone, che già s'era acquistato gran nome con varie vittorie contra degli Sciti, ossia de' Tartari. Marcellino fu il generale dell'armata occidentale. Arrivata la poderosa armata in Africa, affondò buona parte delle navi di Genserico, e superò la stessa città di Cartagine. Ma guadagnato Basilisco a forza d'oro dal re nemico, rallentò l'ardor della guerra ed in fine di concerto si lasciò dare una rotta, come abbiamo da Persico autor della storia: nome corrotto nel testo di Teofane, che vuol significare Prisco istorico, tante volte citato di sopra. Seguita a scrivere Teofane, altri aver detto essere proceduto un sì fatto tradimento da Aspare patrizio, generale potentissimo dell'Oriente, e da Ardaburio suo figliuolo che aspiravano alla succession dell'imperio; i quali, veggendo Leone Augusto molto contrario a questa loro idea, per esser eglino di credenza ariani, cercavano ogni via di rovinare gl'interessi dell'imperio d'Oriente; e però s'accordarono con Basilisco, promettendogli di farlo imperadore, se tradiva la flotta e l'esercito a lui confidati, e lasciasse la vittoria a Genserico, al par di essi ariano. Comunque sia, la verità si è che Genserico, preparate delle navi incendiarie, una notte, quando i Romani stolidamente men sel pensavano, le spinse col favore del vento addosso alla lor flotta con tal successo, che assaissime navi rimasero preda delle fiamme, e il resto fu obbligato a ritirarsi colle milizie in Sicilia. Cedreno [Cedren., in Histor.] scrive che non tornò indietro neppur la metà dell'esercito.

Ma non sussiste punto il dirsi da Teofane che Basilisco superasse Cartagine, siccome è uno sproposito troppo intollerabile quello delle cento mila navi, che non può venir dallo storico, il quale senza dubbio avrà voluto dire una flotta di mille e cento navi. Parrà fors'anche troppo ad alcuni il dirsi da Procopio [Procop., de Bell Vandal, lib. 1.] che quella flotta conduceva cento mila uomini. Ma non avrà difficoltà a crederlo, chi considererà unita la potenza dell'uno e dell'altro imperio a quella impresa. In fatti Cedreno scrive che furono mille e cento tredici navi, in cadauna delle quali erano cento uomini, e che la spesa ascese a sei cento cinquanta mila scudi d'oro, ed a settecento mila d'argento, senza quello che fu somministrato dall'erario e da Roma. Odasi ora, come Procopio racconti questa sì strepitosa spedizione. Tiene anch'egli che Aspare irritato contra di Leone Augusto, principe troppo alieno dal volere un eretico per successore nell'imperio, temendo che la rovina di Genserico assodasse vieppiù il trono a Leone, e il mettesse in istato di non aver nè paura nè bisogno di lui, raccomandasse vivamente a Basilisco di andar con riguardo contra di Genserico. Ora Basilisco approdò colla flotta a una terra appellata il Tempio di Mercurio. Quivi apposta cominciò a perdere il tempo; poichè se a dirittura marciava a Cartagine, l'avrebbe presa sulle prime, e soggiogata la nazione vandalica, essendochè Genserico atterrito non tanto per le nuove giuntegli che la Sardegna era già stata ricuperata dai Romani, quanto per la comparsa di quella armata navale, a cui si diceva che una simile non l'aveano mai avuta i Romani; già pensava a non far resistenza coll'armi. Ma osservando il lento procedere dei Romani, ripigliò coraggio; e mandate persone a Basilisco, il pregò a differir le offese per cinque giorni, tanto ch'egli in questo spazio di tempo potesse prendere quelle risoluzioni che gli paressero più proprie e di soddisfazione dell'imperadore. Fu poi creduto che Genserico comperasse con grossa somma d'oro questa tregua, e che Basilisco o vinto dai regali, o per far cosa grata ad Aspare, vi acconsentisse. Intanto mise Genserico in armi tutti i suoi sudditi, preparò le barche incendiarie, e, venuto il buon vento, portò con esse il fuoco e la rovina alla maggior parte dell'armata navale romana. E i Vandali con altre navi furono in quel tumulto addosso ai nocchieri e soldati, che erano imbrogliati nelle navi, e ne trucidarono e spogliarono assaissimi. Basilisco, ritornato a Costantinopoli, si rifugiò in santa Sofia, e per preghiere di Verina Augusta sua sorella salvò la vita, costretto solamente ad andare in esilio a Perinto. Cedreno [Cedren., in Histor.] attribuisce, non a tradimento, ma a viltà e poca condotta di Basilisco l'infelice riuscita di questa impresa (il che non è improbabile), e dice aver egli verificato il proverbio: Che val più un esercito di cervi comandato da un lione, che un esercito di lioni comandato da un cervo. Aggiugne Procopio che Marcelliano il quale negli anni addietro si era ribellato all'imperio, e signoreggiava nella Dalmazia, ma nel presente anno guadagnato con lusinghe da Leone Augusto, avea d'ordine suo tolta dalle mani dei Vandali la Sardegna, essendo poi passato in Africa in soccorso di Basilisco, fu quivi ucciso con inganno da uno de' suoi colleghi. Anche Marcellino conte [Marcellin. Comes, in Chron.] narra sotto quest'anno, che Marcellino patrizio d'Oriente (egli è lo stesso che il Marcelliano di Procopio) uomo di professione pagano, mentre era presso Cartagine in soccorso de' Romani contra de' Vandali fu dai Romani medesimi con frode ucciso. Cassiodoro [Cassiodor., in Chronic.] e il Cronografo del Cuspiniano [Chronol. Cuspiniani.] scrivono che tolta gli fu la vita in Sicilia, e Idacio [Idacius, in Chron. et Fastis.] racconta ch'egli era stato inviato da Antemio Augusto per generale d'una considerabile armata contra de' Vandali. E tal fine ebbe la grandiosa spedizione dei Romani Augusti contro al tiranno dell'Africa. In quest'anno, secondochè pretende il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.], e non già nell'antecedente, come vuole il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.], terminò i suoi giorni Ilario papa nel dì 21 di febbraio. Nella sua vita presso Anastasio [Anastas. Bibliotech. in Vita Hilarii.] si legge un lungo catalogo di fabbriche da lui fatte, e di ornamenti e vasi d'oro e d'argento di peso e prezzo tale, che possono cagionar maraviglia ai nostri tempi, come potesse un solo papa far tanto, ancorchè allora la chiesa romana non possedesse stati in sovranità come oggidì. Ma è da dire che essa Chiesa godeva allora di moltissimi stabili; e le oblazioni de' fedeli si può credere che fossero abbondantissime: laonde aveano i papi che spendere in abbellire i sacri templi. A questo pontefice da lì a quattro, oppure a dieci dì, succedette Simplicio, nato in Tivoli. Si riferiscono al presente anno due leggi [Tom. 6 Cod. Theod., in Append.] di Antemio Augusto, colla prima delle quali restano approvati i matrimonii delle donne nobili coi loro liberti; colla seconda sono confermate tutte le leggi di Leone imperador d'Oriente chiamato signore e padre mio da Antemio. All'incontro esso Leone, ad istanza di Antemio, con una legge decide che tutte le donazioni di beni fatte dai predecessori Augusti sieno inviolabili, nè si possa molestar chi li possiede, se non per le vie ordinarie della giustizia. Può forse appartenere anche a quest'anno un'altra legge [L. 8, C. de Pagan.] d'esso Leone Augusto contro i pagani, la quale abbiamo nel Codice di Giustiniano.


CDLXIX

Anno diCristo CDLXIX. Indizione VII.
Simplicio papa 2.
Leone imperadore 13.
Antemio imperadore 3.

Consoli

Marciano e Zenone.

Il primo di questi consoli, cioè Marciano, era figliuolo di Antemio Augusto. Il secondo, cioè Zenone, era genero di Leone imperadore, perchè marito di Arianna figliuola d'esso Augusto, e godeva la dignità di duca dell'Oriente. Nel precedente anno, o pur nel presente, Leone Augusto dichiarò Cesare uno de' figliuoli d'Aspare, per nome Patricio, chiamato da altri Patriciolo: titolo che istradava alla succession dell'imperio e recava seco una partecipazione dell'autorità e del comando; perciocchè ancora i Cesari portavano la porpora e l'altre insegne dell'imperio, a riserva della corona d'oro, come si ha da Metafraste [Metaphrastes, in Vita s. Marcelli Archimandritae.]. Per quanto scrive Teofane [Theoph., in Chronog.], ciò fu fatto da Leone, perchè questa beneficenza servisse a ritirar suo padre dall'eresia d'Ario, e a maggiormente impegnarlo nel buon servigio dell'imperio. Dopo di che esso Patricio fu inviato con apparato di gran magnificenza ad Alessandria. Gli fu anche promessa in moglie Leonzia figliuola d'esso imperador Leone. Il cardinal Baronio all'anno precedente fa una querela contra d'esso Augusto, perch'egli tenesse in corte e tollerasse Aspare, uomo ariano e traditore: dal che procedette l'infelice successo della spedizione in Africa. Ma conviene osservare meglio la positura di quei tempi ed affari. Talmente era cresciuta e salita in alto la potenza d'Aspare in Oriente e quella di Ricimere in Occidente, che faceva paura agli stessi imperadori, perchè costoro aveano gran partito, e specialmente alla lor divozione stavano gli eserciti, composti in buona parte di Barbari, cioè della nazione d'essi due Patrizii. Però bisognava inghiottir molte cose disgustose e camminar con destrezza, perchè troppo pericoloso si scorgeva il voler opprimere questi domestici serpenti. Vedremo in breve quanto costasse ad Antemio Augusto l'essersi dichiarato mal soddisfatto di Ricimere, senza prender meglio le sue misure. Perciò per politica necessità s'indusse Leone Augusto a promuovere alla dignità cesarea Patricio figliuolo d'Aspare, a fine di guadagnarsi la benevolenza di suo padre, come scrive Evagrio [Evagr., lib. 2, cap. 16.], oppur di addormentarlo con questo boccone, e di far poi quello che diremo più sotto. Lo stesso cardinal annalista, citando la vita di san Marcello archimandrita, che espressamente racconta la soverchia potenza di Aspare e di Ardaburio suo figliuolo, e come per necessità di Leone condiscese a crear Cesare il fratello d'esso Ardaburio, poteva ancora conoscere che Leone Augusto non volontariamente sofferiva quegli eretici, e che per forza si accomodava ai tempi, con aspettar miglior congiuntura di liberarsi da coloro. Aggiungasi ciò che vien narrato da Cedreno [Cedrenus, in Hist.], cioè che avendo Leone sui principii del suo governo promesso ad Aspare di far prefetto di Costantinopoli una persona da lui raccomandata, ne fece poi un'altra. Non andò molto che Aspare insolentemente presa la veste dell'imperadore, gli disse: Non è conveniente che dica bugie chi va ammantato di questa porpora. Al che Leone rispose: Ma è anche conveniente che un imperadore non ceda, nè sia suggetto ad alcuno, massimamente con incomodo e danno del pubblico. Tuttavia per meglio conoscere che non fu già un buon volere, ma sì bene un tiro politico di Leone l'innalzamento di questo giovane, s'ha eziandio da ricordare ch'esso Patricio, non men del padre e degli altri suoi fratelli, era di setta ariano; e perciò uditosi in Costantinopoli che Leone disegnava di crearlo Cesare, si sollevò un tumulto, e san Marcello archimandrita [Surius, in Vita s. Marcelli Archimandritae. Zonar., in Histor.], alla testa d'un corpo di buoni cattolici, andò a fare istanza ad esso imperadore che Patricio abbracciasse la vera religione, o lasciasse la dignità cesarea. Lo promise Leone, principe sommamente cattolico; ma, siccome osserva l'autore della vita di quel santo abbate, l'imperadore cedebat tempori Asparis et Ardaburii, e covava pensieri, che dipoi vennero alla luce. Intanto i Barbari, cioè gli Unni, infestavano la Tracia; e però contra d'essi fu spedito da Leone con competente esercito Zenone suo genero per metterli in dovere. Ma non piacque una tale elezione ad Aspare per gelosia, cioè per timore che Zenone potesse contrastare a suo figliuolo la succession dell'imperio dopo la morte del suocero Augusto. Perciò segretamente concertò coi soldati di farlo uccidere; ma il colpo non venne fatto. Zenone, accortosi della trama, se ne fuggì a Serdica città della Dacia novella. Questo affare fece maggiormente crescere i sospetti dell'imperadore contra di Aspare. Una bella legge [L. 31. C. de Episcop. et Cleric.] fu pubblicata in quest'anno dal medesimo Augusto contra qualunque simoniacamente salisse ad un vescovato, con prescrivere la forma già stabilita nei canoni di eleggere i vescovi e dichiarare privato di tale onore, reo di lesa maestà, e perpetuamente infame, chi con regali si procacciasse una sedia episcopale, o eleggesse o consacrasse per denari alcuno. In questi giorni, o poco appresso, Idacio vescovo di Lemica nella Gallicia diede fine alla sua Cronica. All'anno precedente narra l'autore della Cronica Alessandrina [Chron. Alexandr.], che durante la guerra de' Romani con gli Unni nella Tracia, riuscì ad Anagasto, generale dell'imperadore, di uccidere Dengisich, uno de' figliuoli d'Attila, il cui capo fu inviato a Costantinopoli, mentre si faceano i giuochi circensi, e portato per mezzo alla piazza con gran plauso di tutto il popolo. Marcellino conte [Marcellin. Comes, in Chron.] riferisce all'anno presente questo fatto, e con più verisimiglianza, perchè pare che solamente in esso anno si accendesse la guerra con gli Unni.