Console
Boezio, senza collega.
Certo è che questo Boezio console fu creato in Occidente. Dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] vien creduto il celebre filosofo Severino Boezio, che veramente fiorì in que' tempi. Ma trovandosi un Boezio console nell'anno 510, e parimente un altro Boezio console nell'anno 522, ne veggendosi appellato alcun di loro cos. II, cioè console per la seconda volta; perciò c'è motivo di crederli persone diverse. L'ultimo dell'anno 522 senza dubbio è il rinomato filosofo di questo nome, figliuolo dell'uno dei due precedenti. Sotto questo consolato scrive Cassiodoro [Cassiodor., in Chron.] che il re Odoacre diede una sconfitta a Fava re dei Rugi, e il fece prigione. Questo medesimo fatto parimente vien accennato dal Cronologo del Cuspiniano [Chronol. Cuspiniani.] colle poche seguenti da me italianizzate parole: Seguì una battaglia tra il re Odoacre e Febano re dei Rugi, e toccò la vittoria ad Odoacre, il quale condusse prigione il re Febano sotto il dì 15 di novembre. Il motivo di questa guerra con tutte l'altre particolarità non è passato a nostra notizia, perchè o l'Italia non ebbe allora storici, o, se gli ebbe, si sono perdute le loro fatiche. Tuttavia dirò che per quanto si ricava da Eugippio nella vita di san Severino [Acta Sanctorum Bollandi, ad diem 8 januar.], scritta nell'anno di Cristo 511, i Rugi abitavano di là dal Danubio in faccia al Norico e a quelle contrade che oggidì sono l'Austria e parte dell'Ungheria. Contuttociò aveano molte castella e popolazioni tributarie nel Norico istesso, e fors'anche si stendevano verso l'Illirico, confinando perciò coi paesi sottoposti all'imperio romano. E perciocchè i Rugi faceano spesse scorrerie nel territorio romano, e gli davano il guasto, Odoacre si mosse in punto per gastigar la loro insolenza. Scrive Paolo diacono [Paulus Diaconus, de Gestis Langobard., lib. 1, cap. 19.] che si era accesa una grande nimicizia tra Odoacre re d'Italia e Feleteo, appellato anche Fava, re dei Rugi, il quale in que' giorni abitava nella ripa ulterior del Danubio, dividendo esso fiume la signoria dei Rugi dal Norico. Pertanto avendo Odoacre raunate le genti sottoposte al suo dominio, cioè Turcilingi, Eruli e una parte di Rugi, che da gran tempo gli ubbidiva, siccome ancora i popoli dell'Italia, passò nel paese dei Rugi, e diede loro una spaventosa rotta coll'esterminio di quella nazione, e con uccidere (dopo averlo menato suo prigioniero) il re loro Feleteo. Devastato poi tutto il lor paese, se ne tornò in Italia, conducendo seco una gran qualità di prigioni. Quindi avvenne che i Longobardi sentendo spopolato il paese dei Rugi, vennero da lì a poco a farsene padroni, e a stabilirvi la loro abitazione. A noi nondimeno parrà poco probabile che Odoacre passasse il Danubio ed entrasse nel Rugiland. Più facile è che seguisse di qua dal Danubio nel Norico la sconfitta totale di quella barbarica nazione, parte nondimeno della quale troveremo fra poco tuttavia in Italia. Nella suddetta vita di san Severino [Eugipp., in Vita S. Severini, cap. 11 et 12.] si legge l'esortazione fatta da quel santo vecchio prima di morire al suddetto re dei Rugi, Fava e a Gisa moglie sua crudelissima, minacciando loro delle disgrazie, se non mutavano vita. Aggiugne Eugippio che Federigo, fratello d'esso re Fava ossia Fabano, dopo la morte di quel gran servo di Dio, spogliò il di lui monistero, e restò poi ucciso da Federigo figliuolo di Fava. Ed essendo stata in appresso mossa guerra da Otacharo (lo stesso è che Odoacre), i Rugi restarono sconfitti, messo in fuga Federigo, Fava preso con Gisa sua moglie, ed amendue condotti prigionieri in Italia. Seguita a dire Eugippio che il suddetto Federigo figliuolo del re de' Rugi da lì a qualche tempo se ne ritornò al suo paese; e perchè probabilmente diede sospetto d'altre novità, Odoacre spedì incontanente colà Onulfo suo fratello con un potente esercito d'armati; il che fu cagione che di nuovo Federigo prendesse la fuga. Ma non volendo Odoacre impegnarsi a tener le sue forze in quelle parti, con lasciare allo scoperto l'Italia, ordinò al fratello di ritornarsene, e di condur seco tutti i Romani che abitavano in quelle contrade, acciocchè non restassero esposti alle vendette dei Barbari. Convenne perciò a quella gente di abbandonar le loro case e chiese, e tutto il paese; e in tal congiuntura fu anche trasportato in Italia il corpo di san Severino, che finalmente fu collocato nel castello Lucullano tra Napoli e Pozzuolo, cioè in quel medesimo, dove Odoacre avea relegato Augustolo già imperadore. Per conto poi del soprannominato Federigo, egli ricorse a Teoderico Amalo re dei Goti, che allora dimorava in Città Nuova nella provincia della Mesia. Così Eugippio; e questa particolarità è ben da notare, stante che di qui Teoderico prese motivo e pretesto di muover guerra ad Odoacre, siccome andremo vedendo fra poco. Ennodio [Ennod., in Panegyr. Theoderici.] apertamente scrive, essere di qui nata la discordia fra Odoacre e Teoderico, perchè i re dei Rugi sì maltrattati dal primo erano parenti dell'altro. In questo mentre, secondochè ci fa sapere Marcellino conte [Marcellin. Comes, in Chron.], Teoderico non mai sazio dei benefizii ed onori a lui compartiti da Zenone Augusto, con una gran masnada de' suoi fece una scorreria fin presso a Costantinopoli, e da nimico arrivò alla terra di Melenziada; e dopo di aver attaccato il fuoco ad assaissimi luoghi, se ne tornò a Città Nuova della Mesia, onde era venuto. Questa novità ed insolenza, Marcellino, come ho detto, l'attribuisce all'incontentabile ambizione di Teoderico; e può essere ch'egli colpisse nel segno. Tuttavia merita riflessione ciò che lasciò Eustazio Epifaniense, storico greco di questi tempi, citato da Evagrio [Evagr., lib. 3, cap. 27.] e da Niceforo Callisto [Niceph. Callistus, lib. 16.]: cioè che Teoderico, dopo aver ben servito a Zenone nella guerra contro ad Illo e Leonzio, accennata disopra, scoprì che l'imperadore per ricompensa tramava insidie contra la di lui vita, e però si ritirò da lui. Di simili guiderdoni solea far Zenone a chi l'avea meglio servito nelle sue occorrenze. Qual sia la verità, niuno il può sapere in tanta lontananza di tempo. Ognun facilmente parla degli affari dei principi, ma facilmente ancora s'inganna in voler colla sua testa scoprire i segreti dei lor gabinetti.
CDLXXXVIII
| Anno di | Cristo CDLXXXVIII. Indiz. XI. |
| Felice III papa 6. | |
| Zenone imperadore 15. | |
| Odoacre re 13. |
Consoli
Dinamio e Sifidio.
Amendue questi consoli son creduti dal Panvinio [Panvin., in Fast. Consul.] creati in Occidente; ma senza addurne pruova alcuna. Finì di vivere in quest'anno, secondo il parere del padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.], Pietro Fullone eretico ed usurpatore della chiesa antiochena, ma senza alcun frutto pel cattolicismo, perchè ebbe per successore Palladio infetto della medesima peste. Fino a questi giorni, per attestato di Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.], Illo patrizio e Leonzio, che aveva preso il titolo d'imperadore, s'erano mantenuti nel forte castello di Papurio in Isauria, dappoichè furono sconfitti dall'armi di Zenone Augusto. Quivi stettero per tanto tempo bloccati dalle soldatesche imperiali. Finalmente dovettero arrendersi per mancanza di viveri, nè si tardò molto a mozzar loro il capo, che sulle picche fu trionfalmente portato a Costantinopoli. Nè mancò chi tacciò d'ingratitudine Zenone, per non aver usato punto di clemenza verso chi avea rimesso lui sul trono. In quest'anno seguì di nuovo pace e concordia tra esso Augusto e Teoderico Amalo, figliuolo naturale di Teodemiro re dei Goti. Il chiamo io così, sulla fede di Giordano storico [Jordan., de Reb. Get., cap. 55 et seq.], che ricavò la storia da quella di Cassiodoro. E certamente Cassiodoro, per essere stato segretario delle lettere del medesimo Teoderico, dappoichè fu divenuto re d'Italia, potè ben sapere chi era stato il padre di lui. Contuttociò reca motivo di qualche stupore il vedere che Teofane [Theoph., in Chronogr.] chiaramente il chiama figliuolo di Valamere, il quale, secondo Giordano, fu solamente suo zio paterno. Malco Bizantino [Malch., tom. 1 Hist. Byzant.], che condusse la sua storia fin dopo questi tempi, ne' quali verisimilmente visse, anch'egli lo appella figliuolo di Belamero. Nè diverso nome gli dà l'Anonimo Valesiano [Anonymus Valesianus.]. Onde sia proceduta questa diversità di pareri, altra cagione io non saprei indovinare, se non che Teoderico, allorchè seguì la pace fra Leone Augusto e i Goti [Jordan., de Reb. Getic. cap. 50.], fu inviato per ostaggio da Valamere suo zio allora regnante a Costantinopoli; laonde allora dovettero cominciare a chiamarlo Teoderico di Valamere, per distinguerlo da Teoderico figliuolo di Triario che diè molto da fare in quegli stessi tempi ai Greci. Theodericus cognomento Valamer egli è appellato da Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.], e non già filius. Walamer, secondo il Grozio, vuol dire principe.
Ora Teoderico, chiamato da altri Teodorico, il quale probabilmente mirava con occhio invidioso la conquista sì felicemente fatta da Odoacre del regno d'Italia, si sentì nascere in cuore il desiderio d'acquistar egli per sè una sì riguardevole signoria: e maggiormente si accese questa sua voglia, da che Federigo re dei Rugi era ricorso a lui, per esser sostenuto contro d'Odoacre, e vedeva i suoi Goti malcontenti dell'ozio, in cui si trovavano, e della lor residenza nella Mesia e nell'Illirico. L'autore della Miscella [Hist. Miscell., tom. 1 Rer. Italic.] aggiugne che gli stessi Goti importunavano Teoderico, perchè loro procacciasse un miglior paese da abitarvi. Pertanto, se prestiam fede a Giordano, Teoderico in persona, o almeno per via di lettere o di messi, parlò a Zenone Augusto, con pregarlo di permettergli di passare con tutte le sue forze in Italia, per liberarla dal re de' Turcilingi e dei Rugi, tiranno d'Italia. Imperocchè, diceva egli, se vincerò, sarà con gloria di vostra maestà, perchè l'acquisto si dovrà alla vostra munificenza, e possederò quello stato per vostra concessione. All'incontro, se sarò vinto, nulla ci perderete voi, anzi ve ne verrà del profitto, perchè risparmierete le pensioni che ci pagate, e rimarrete libero dal peso della mia gente. Zenone acconsentì; e fatti molti doni a Teoderico, il lasciò ire in pace. Ma se ascoltiamo Procopio [Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 1.], Evagrio [Evagr., lib. 3, cap. 27.] e Teofane [Theoph., in Chronogr.], lo stesso Zenone Augusto fu quegli che bramando di levarsi d'addosso que' Barbari inquieti, dai quali era sì sovente molestato, persuase a Teoderico di portarsi all'impresa d'Italia: proposizione che fu ben volentieri accolta da lui. In somma egli tornato ai suoi, e trovatili tutti disposti a sagrificare le lor vite per la conquista di sì bel paese, attese a prepararsi; e, secondochè abbiamo da Marcellino conte, tutta la nazione gotica, a lui soggetta, si mosse nell'autunno di quest'anno da non so qual suo paese. Seco era sua madre ed una sorella. Posero i Goti sopra le carra i fanciulli, le donne, i vecchi e quanti mobili poterono portar seco; ed inoltre il grano, ed insino i mulini a mano per macinarlo. Era sul fine dell'anno, eppure il verno, le nevi e il ghiaccio non poterono trattenere il viaggio di costoro: tanto era la lor voglia di giungere in Italia; ma non dovettero già fare gran viaggio, per quello che si dirà all'anno seguente. Ennodio [Ennod., Paneygr. Theoderici.] scrive: Innumeros diffusa per populos gens una contrahitur, migrante tecum ad Ausoniam mundo. Sarà un'iperbole permessa ai panegiristi che Teoderico seco conducesse un mondo di persone; contuttociò si può credere che un gran nuvolo di gente fosse quella nazione, dianzi dominante o sparsa nella Pannonia, Mesia, Illirico ed altre contrade. Dice il medesimo oratore più sotto che il popolo condotto in Italia da Teoderico si poteva paragonare alla rena e alle stelle. Come avvenimento ancor degno di memoria notò il Cronologo del Cuspiniano [Chronologus Cuspin.], che nel giorno di Pasqua del presente anno, 17 di aprile, bruciò il ponte di Apollinare, cioè in Ravenna, come lasciò scritto anche Agnello [Agnell. part. 1, tom. 2 Rer. Italic.] nella vita di san Giovanni arcivescovo di Ravenna. Dovea essere un ponte fabbricato di legno, ma con singolar maestria; e però degno di memoria fu la di lui rovina.