| Anno di | Cristo CDXC. Indizione XIII. |
| Felice III papa 8. | |
| Zenone imperadore 17. | |
| Odoacre re 15. |
Consoli
Flavio Fausto juniore e Longino per la seconda volta.
Longino console per la seconda volta appartiene all'Oriente, ed è il fratello di Zenone Augusto, cioè quel medesimo che ora stato console nell'anno 486. Fausto juniore fu console in Occidente; e pare ben da stupirsi come Odoacre in tante turbolenze, e massimamente se è vero che Roma si fosse levata dall'ubbidienza di lui, creasse questo console, il quale sembra anche accettato in Oriente. A distinzione dell'altro Fausto, ch'era stato console nell'anno 483, vien questo chiamato juniore. Osservò il padre Sirmondo [Sirmondus, in Notis ad lib. 1, ep. S. Ennodii.] che suo padre era stato Gennadio Avieno console nell'anno 450. Credo ben io che s'inganni l'Ameloven [Ameloven, Fast. Consul.] allorchè a questo console attribuisce i nomi di Anicio Acilio Aginanzio Fausto. Questi appartengono al precedente Fausto console. Pretende ancora il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] che nella lettera di Ennodio [Ennod. lib. 1, ep. 5.] indirizzata a Fausto console nel presente anno, esso Fausto sia chiamato Avieno. Ennodio scrive a Fausto con rallegrarsi del consolato conferito ad Avieno di lui figliuolo, nè già scrive che anch'egli portasse il nome, ossia cognome di Avieno. Morì nell'anno presente Pietro Mongo eretico, che circa sei anni occupò la chiesa patriarcale d'Alessandria, con avere per successore Atanasio II, anch'esso attaccato ai medesimi errori: con che restò tuttavia in gravi divisioni e turbolenze la chiesa alessandrina. Ciò che riguarda san Cesario vescovo di Arles, il quale scrisse in questi tempi contra di Fausto vescovo di Ries; e i concilii tenuti in Francia contro le novità dei predestinaziani: ed altre notizie spettanti a Gennadio prete di Marsilia, che continuò il trattato di san Girolamo degli scrittori ecclesiastici; siccome ancora a Salviano prete medesimamente, non già vescovo della stessa città: potrà il lettore raccoglierle dagli Annali ecclesiastici del cardinal Baronio, del Fleury e del padre Pagi. In questo anno, per quanto abbiamo dallo Anonimo Valesiano [Anonymus Vales.], Odoacre da Ravenna portossi a Cremona, che dovea tuttavia ubbidire ai di lui comandamenti, e poscia passò a Milano con quante forze potè, con disegno di assalire Teoderico. Ma neppur questi si stava colle mani alla cintola. Aveva egli scritto ai Visigoti della Gallia, con pregarli d'inviargli un buon rinforzo delle loro milizie; e il re Alarico, che regnava allora fra essi, trattandosi d'aiutare chi era della stessa loro nazione, e come fratello, ben volentieri gli spedì a Pavia alquante schiere dei suoi più bravi combattenti. Allora Teoderico, lasciata in Pavia la madre colle sorelle, e col volgo imbelle della sua nazione, fidandosi dell'onoratezza di sant'Epifanio vescovo di quella città, uscì in campagna col suo bellicoso esercito; ed ito in traccia dell'avversario Odoacre, il raggiunse presso al fiume Adda (al fiume Duca si legge presso Cassiodoro [Cassiodor., in Chron.]; ma questo fiume è incognito agl'Italiani), dove gli presentò la battaglia nel dì 13 d'agosto. Menarono le mani con gran coraggio amendue le armate, e seguì un sanguinoso macello sì dall'una come dall'altra parte, con restare fra gli altri estinto sul campo Pierio conte de' domestici, cioè capitano delle guardie di Odoacre. Ma in fine ancor questo conflitto andò a terminare come gli altri due precedenti, colla rotta di Odoacre, il quale a forza di sproni si salvò a Ravenna colle reliquie dello sconfitto esercito suo. Nè fu lento ad inseguirlo Teoderico colle vittoriose sue genti, e a mettere l'assedio a quella città. Stabilì egli il suo alloggiamento nella Pigneta, tre miglia lungi dalla stessa città, dove fece dei forti trincieramenti. Mentre questa gran lite si agitava colle spade fra i due competitori, abbiamo dalla stessa storia Miscella [Histor. Miscell., tom. 1 Rer. Italicar.], che una grande armata di Borgognoni, i quali colla lor signoria abbracciavano allora anche la Savoja, calò in Italia col re Gundebaldo, chiamata non so se da Teoderico o da Odoacre; ma pretendendosi burlata con un'apparenza di lega, nè trovando nella Liguria persona che loro si opponesse, diede il sacco dappertutto, e condusse nella Gallia una immensa quantità di prigioni. O nel presente o nel susseguente anno accadde la barbarica azion di costoro. Abbiamo eziandio da Ennodio [Ennod. in Natal. Laurentii. Mediolanens.] che circa questi tempi la città di Milano patì di grandi calamità, e ne toccò la sua parte a Lorenzo arcivescovo d'essa, mentre nell'irruzion de' nemici i Cristiani a guisa di pecore erano condotti in ischiavitù. Dai suddetti Borgognoni venne questo flagello.
CDXCI
| Anno di | Cristo CDXCI. Indizione XIV. |
| Felice III papa 9. | |
| Anastasio imperadore 1. | |
| Odoacre re 16. |
Console
Olibrio juniore, senza collega.
Nell'Occidente niun console fu creato, perchè tuttavia si disputava del regno tra Odoacre e Teoderico. Sicchè il solo Oriente diede per console Olibrio appellato juniore a distinzione dell'altro, che era stato console nell'anno 464, ed era poi divenuto imperador d'Occidente. Era egli figliuolo d'Ariobindo generale d'armi, ed insigne personaggio nella corte imperiale de' Greci, e di Giuliana figliuola del predetto imperadore Olibrio. La genealogia di questa Giuliana ci fu data dal chiarissimo padre de Montfaucon [Montfaucon Palaeograph. Graec., pag. 207.] benedettino di san Mauro. In quest'anno Zenone imperador di Oriente finì di vivere e di regnare nel dì 9 d'aprile. Chi desidera delle favole, legga ciò che lasciarono scritto Zonara, Cedreno e Niceforo Callisto, intorno alla maniera della sua morte, essendosi sparsa voce che trovandosi egli un dì stranamente ubbriaco (il che non di rado succedeva) Arianna sua moglie, anch'essa disgustata di lui, il facesse seppellir come morto e ben chiudere l'avello, e che digerito il vino e tornato egli in sè stesso, con inutili grida ed urli fosse costretto a morir ivi daddovero. Certo è che questo imperadore lasciò dopo di sè una memoria funesta, per cagione dei molti suoi vizii, e per aver fomentati gli eretici e le eresie di que' tempi. Ma non lasciò già figliuoli maschi; e però Longino suo fratello, stato già console due volte, ed allora principe del senato, ma uomo superiore di gran lunga al fratello nei vizii, fidandosi specialmente nell'appoggio delle soldatesche isaure, tentò e sperò di succedere nell'imperio. Ma l'imperadrice Arianna seppe adoperarsi con tal destrezza, che, guadagnati i voti del senato e dell'esercito, fece proclamar imperadore Anastasio, allora silenziario del palazzo (bassa dignità) e non per anche giunto al grado di senatore. Era egli nato in Durazzo. Scrive Teofane [Theoph., in Chronogr.] che Eufemio patriarca di Costantinopoli, tenendolo per indegno dell'imperio, abborriva di consentire alla elezione di lui; ma avendo Anastasio sottoscritta una promessa di seguitare il concilio calcedonese, come regola di fede, Eufemio s'indusse a coronarlo. Salito egli poi sul trono, racconta Evagrio [Evagr., lib. 3, cap. 30.], che mostrandosi amator della pace, non volle far novità alcuna nelle cose della religione e della Chiesa, lasciando che chi voleva sostenere il concilio suddetto, lo sostenesse; e chi aveva abbracciato l'Enotico di Zenone, seguitasse a tenerlo: per la qual mondana politica maggiormente si confermarono e crebbero le discordie nelle chiese di Oriente con grave pregiudizio del cattolicismo. Seguitava intanto l'assedio di Ravenna, entro alla quale era chiuso il re Odoacre. Abbiamo dall'Anonimo Valesiano [Anonymus Vales.] ch'esso Odoacre, siccome uomo valoroso, uscito una notte dalla città con tutto lo sforzo de' suoi Eruli, andò ad assalire l'armata del re Teoderico che stava ben trincierata nella Pigneta. All'inaspettata visita non pochi de' Goti rimasero trucidati; ma prese l'armi da tutto il campo, dopo un'ostinata difesa e offesa, e che costò la vita a gran copia di quei Barbari, furono rovesciati gli Eruli con loro gran perdita, ed obbligato il restante alla fuga. Il generale dell'armi di Odoacre, chiamato Levila o Levilla (presso il Cronologo del Cuspiniano ha il nome Libella) rimase morto, in fuggendo, nel fiume Vejente, che Bidens da altri è chiamato, e oggidì Bedese o Ronco. Odoacre ebbe la fortuna di arrivar salvo in Ravenna, dove si rinserrò. L'autore della Miscella [Hist. Miscell., tom. 1 Rer. Italic.] fa menzione anch'egli di questo fatto, con dire che Odoacre, sovente uscendo co' suoi dalla città, inquietava l'esercito di Teoderico; e che ultimamente, fatta una sortita di notte addosso agli assedianti, ne fece gran macello; ma in fine superato dai Goti, che fecero una gagliarda resistenza, se ne scappò entro la città. La stessa azione sotto questo medesimo anno è narrata da Cassiodoro [Cassiod., in Chron.], con dire che uscito di notte Odoacre al ponte Candidio, fu con una memorabil zuffa vinto dal re Teoderico. In vece di Candidio si dee scrivere Candiano, luogo celebre presso Ravenna. E lo attesta anche Agnello scrittore del secolo nono nelle Vite degli arcivescovi di Ravenna [Agnell. Vit. Archiepisc. Ravenn. Part. 6, tom. 2 Rer. Italic.], dal quale parimente impariamo che Teoderico si era postato non lungi da Ravenna nel campo che si chiama di Candiano; e che Odoacre due volte battuto, tornò col suo esercito al predetto campo, e restò sconfitto la terza volta: dopo di che si rinchiuse nella città. Aggiugne poscia esso Agnello che Teoderico (per quanto io vo credendo, essendo confuse le sue parole) andò a Rimini, e di là coi dromoni, cioè con barche da trasportar gente e viveri, arrivò al porto di Lione, per impedire i soccorsi dalla parte del mare all'assediata città, con far dipoi fabbricare un palazzotto nell'isola, dove a' tempi del medesimo Agnello era il monistero di santa Maria, sei miglia lungi da Ravenna; la qual casa il medesimo Agnello fece demolire per valersi di quel materiale. Aggiugne Cassiodoro che in quest'anno i Vandali supplicarono per aver la pace, senza dire, se dall'imperadore d'Oriente, oppure dal re Teoderico, e da lì innanzi cessarono di fare incursioni nella Sicilia. Marcellino conte [Marcellin. Comes, in Chron.] accenna anch'egli che seguì in Costantinopoli una guerra fra la plebe, e che una parte della città e del circo rimase disfatta da un grave incendio.