Facile ora è a qualsivoglia accorto lettore il conoscere dalle cose dette che la gran tempesta commossa e continuata per tanto tempo contra di Simmaco, non venne già da veri delitti d'esso papa, ma sì bene dal perverso animo e dalla congiura di Festo patrizio, che con false accuse e testimonii subornati, e con ammazzamenti voleva pur esaltare il suo Lorenzo colla depression di Simmaco, benchè dichiarato vero successore di san Pietro. Chi è capace di fare il primo passo falso, non è da stupire se ne fa degli altri appresso anche più violenti. In fatti il concilio palmare tenuto in Roma è una prova autentica di questa verità, essendo ivi, per quel che riguarda il giudizio degli uomini, stata riconosciuta l'innocenza di Simmaco, ancorchè i più del senato e del clero fossero sedotti da Festo e Probino patrizii. Da quanto ancora s'è detto, si può raccogliere, non sussistere, come vogliono alcuni, che in quest'anno, anche dopo la celebrazione del concilio palmare, si restituisse la pace alla Chiesa romana. Durò la persecuzione e dissensione gran tempo ancora dipoi; e restano tuttavia delle difficoltà nell'assegnare il tempo, in cui fu tenuto esso concilio palmare, e bandito da Roma Lorenzo; e tanto più, se sussistesse, come suppone il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.], che nel presente anno fosse tenuto il quinto concilio romano, di cui si son perduti gli atti. Per conto poi del re Teoderico, ancorchè egli si lasciasse sorprendere dalle istanze della potente fazione di Lorenzo col concedere un visitatore della Chiesa romana (istanza contraria ai sacri canoni); tuttavia egli non si attribuì già la facoltà di decidere nelle cause ecclesiastiche, e massimamente di tanto rilievo, trattandosi di un sommo pontefice. Elesse egli dunque la via convenevole in sì gravi sconcerti, cioè quella di un concilio, con dichiarare espressamente [In Actis Concilii Palmaris.]: In synodali esse arbitrio, in tanto negotio sequenda praescribere, nec aliquid ad se praeter reverentiam de ecclesiasticis negotiis pertinere: committens potestati pontificum quod magis putaverint utile, deliberarent, dummodo venerandi provisione concilii pax in civitate romana christianis omnibus redderetur: parole degne di gran lode in un principe. Anzi avendo i vescovi della Liguria, capo de' quali fu Lorenzo insigne arcivescovo di Milano, in passando da Ravenna, rappresentato al re che toccava al papa stesso convocare quel concilio: Potentissimus princeps ipsum quoque papam incolligenda synodo voluntatem suam literis demonstrasse significavit. E perciocchè essi desiderarono di veder le lettere dello stesso papa, egli non ebbe difficoltà di farle immediatamente mettere sotto i loro occhi, con esempio memorabile per tutti i secoli avvenire, e specialmente essendo Teoderico ariano di credenza. È di parere il padre Pagi [Pagius., Crit. Bar.] che palmare fosse appellato quel concilio dal luogo chiamato Palma aurea in Roma, di cui s'è parlato disopra. Anastasio bibliotecario scrive [Anastas. Bibl., in Vita Honorii.]: In porticu beati Petri, quae appellatur ad Palmaria. Sarebbe da vedere se ad esso sinodo convenisse più questo che quel luogo.

Al presente anno (ma non si sa di sicuro questo tempo) riferisce il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl., ad ann. 503.] un apologetico scritto ed inviato da papa Simmaco all'imperador Anastasio; dal qual apparisce che quel principe dopo aver scoperto Simmaco costante nella difesa della Chiesa cattolica e contrario a tante macchine d'esso Anastasio per abolire il concilio calcedonense, e sostenere l'eresia d'Eutichete e degli acefali, avea scritto contra di lui, con caricarlo d'indicibili ingiurie, fino a chiamarlo manicheo, quando si sa da Anastasio bibliotecario [Anast. Bibl., in Vita Symmachi.], che avendo egli scoperti dei Manichei in Roma, li cacciò via, e fece pubblicamente bruciare i lor libri. Simmaco, oltre al difendere sè stesso, rappresenta ad Anastasio i falli da lui commessi in protegger la memoria di Acacio, e in comparir cotanto parziale degli eretici. Da questo apologetico deduce il cardinal Baronio che papa Simmaco avea scomunicato Anastasio Augusto. Le parole del pontefice son queste: Dicis quod mecum conspirante senatu, excommunicaverim te. Ista quid ego: sed rationabiliter factum a decessoribus meis sine dubio subsequor. Quid ad me, inquies, quod egit Acacius? Recede ergo, et nihil ad te. Nos non te excommunicavimus, imperator, sed Acacium. Tu recede ab Acacio, et ab illius excommunicatione recedis. Tu te noli miscere excommunicationi ejus, et non es excommunicatus a nobis. Da tali parole potrebbe parere che non avesse già papa Simmaco fulminata contra di Anastasio la scomunica maggiore; ma ch'egli solamente pretendesse incorso l'imperadore nella scomunica minore perchè comunicava colla memoria di Acacio scomunicato dalla sede apostolica. Simmaco sosteneva i decreti de' suoi predecessori contra di Acacio e non volendo Anastasio ritirarsi dalla comunione di Acacio, benchè defunto, ne veniva per conseguenza che egli incorreva nella scomunica di chi comunica con gli scomunicati. In quest'anno, per testimonianza di Cassiodoro [Cassiodor., in Chron.], il re Teoderico condusse l'acqua a Ravenna, con far rifabbricare a tutte sue spese gli acquedotti che da gran tempo erano affatto diroccati. L'Anonimo Valesiano [Anonymus Valesianus.] scrive che quegli acquedotti erano stati fabbricati da Trajano imperadore. Se quelle acque furono prese dalla collina e condotte fino a Ravenna, non potè essere se non grande la spesa, e magnifica l'impresa. Racconta Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.] che Anastasio imperadore spedì nel presente anno contra de' Persiani Patrizio già stato console, Ipazio figliuolo d'una sua sorella, e Ariobindo, genero d'Olibrio già imperadore, con un'armata di quindicimila persone. Questo numero si dee credere scorretto, perchè abbiamo da Procopio [Procop., de Bell. Pers., lib. 1, cap. 8.] che non s'era veduto prima, nè si vide dipoi, un esercito sì fiorito come questo contra dei Persiani. Tanto Teofane [Theoph., in Chron.] quanto il suddetto Procopio, scrivono che Ariobindo fece la figura di primo generale, e che gli altri gli furono dati per compagni. Ma perciocchè concordia non passava fra questi condottieri d'armi, ed ognun voleva comandare al suo corpo di milizie e in siti diversi, nulla, secondo il solito, si fece di profittevole all'imperio. Seguì un combattimento, ma colla peggio dei Greci, e profittando il re persiano della discordia degli uffiziali cesarei, devastò molto paese dell'imperio orientale. Aggiugne Teofane che in Costantinopoli tra le fazioni nei giuochi circensi insorse una nuova sedizione, per cui dell'una e dell'altra parte assaissimi restarono uccisi, e fra gli altri un figliuolo bastardo dell'imperadore Anastasio; accidente che sommamente afflisse il medesimo Augusto, e fu cagione ch'egli facesse morir molti di coloro, ed altri ne cacciasse in esilio. Se non era un segreto di politica il permettere o fomentar cotali fazioni, egli è da stupire come gl'imperadori non fossero da tanto di abolire una sì perniciosa divisione nel loro popolo.


DIV

Anno diCristo DIV. Indizione XII.
Simmaco papa 7.
Anastasio imperadore 14.
Teoderico re 12.

Console

Cetego, senza collega.

Fu creato in Occidente questo console, ed era figliuolo di Probino stato console nell'anno 489, come si ricava da Ennodio [Ennod., in Paraenesi Didascal.]. Papa Simmaco, secondo la conghiettura del cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.], celebrò nel presente anno il sesto concilio romano contro gli occupatori dei beni ecclesiastici, con iscomunicarli se non li restituivano. Doveano i laici aver profittato del grave scisma della Chiesa romana; e questo ci fa eziandio intendere quanto fosse lungi dal vero l'accusa inventata contra di Simmaco, quasi dilapidatore dei beni della Chiesa. Circa questi tempi ancora si suscitò in Africa una fiera persecuzione contra de' cattolici da Trasamondo re de' Vandali, ariano di credenza. Aveva egli finora lasciati in pace que' cattolici; ma dappoichè ebbe fatta una legge che venendo a mancare alcuno dei vescovi, non si potesse eleggere il successore, e andavano crescendo le vacanze delle chiese con danno notabile della vera religione in quelle parti, i vescovi viventi coraggiosamente determinarono di provvedere esse chiese di pastori, risoluti tutti di sofferir tutto per non mancare al debito loro e al bisogno de' fedeli. Diede nelle smanie Trasamondo, e secondochè scrive l'autore della Miscella [Histor. Miscell., lib. 16, tom. 1, Rer. Ital.], allora fu ch'egli mandò in esilio ducento venti vescovi cattolici africani, che per la maggior parte furono relegati nella Sardegna, e fra gli altri san Fulgenzio vescovo ruspense, insigne prelato e scrittore del secolo presente. Aggiugne lo stesso autore, concorde in ciò con Anastasio bibliotecario [Anast. Biblioth., in Vit. Simmach.], che papa Simmaco fece risplendere la sua fraterna carità verso di quei santi vescovi confessori, con soccorrere ai lor bisogni, cioè con inviar loro ogni anno danaro e vesti in dono: azione che maggiormente serve a comprovare quanto fosse diverso questo papa da quello che vollero far credere gl'iniqui suoi avversarii. Abbiamo poi da Cassiodoro [Cassiod., in Chron.] che nel presente anno Teoderico fece guerra coi Bulgari, divenuti oramai terribili nelle contrade poste lungo il Danubio sotto del moderno Belgrado. Aveva Anastasio imperadore provato varie crudeli irruzioni di costoro nella Tracia che faceano tremare fin la stessa città di Costantinopoli. Ed essendosi essi impadroniti della Pannonia inferiore, chiamata Sirmiense, Teoderico determinò di reprimere la baldanza di que' Barbari, e gli riuscì di levar dalle loro mani quella provincia. Noi altronde sappiamo che il dominio di Teoderico si stendeva allora per tutta la Dalmazia, anzi si raccoglie da una sua lettera [Cassiod., lib. 3, epist. 50.] che anche la provincia del Norico era tuttavia compresa sotto il regno d'esso Teoderico. Però s'avvicinava la di lui giurisdizione alla Pannonia, oggidì Ungheria, e potè egli stendere fin colà le sue conquiste. Quel ch'è strano, Cassiodoro, segretario del medesimo re, scrive che egli, con aver vinti i Bulgari, ricuperò il Sirmio; ed Ennodio [Ennod., in Panegyr. Theoderici.], anch'esso scrittore contemporaneo, e in un panegirico recitato allo stesso principe, racconta aver egli ricuperata quella provincia dalle mani de' Gepidi. Ascoltiamone il racconto da questo autentico scrittore. Narra egli che la città di Sirmio, confine una volta dell'Italia, cioè dell'imperio occidentale nel secolo precedente, e frontiera contra de' Barbari, per negligenza de' principi antecedenti era caduta nelle mani dei Gepidi. Trasarico re di quella nazione inquietava forte da que' luoghi i confini romani, di modo che conveniva spesso mandare innanzi e indietro delle ambasciate. Scoperto in fine che Trasarico lavorava ad ingannare, e tramava qualche tela con Gunderito capo d'altri Gepidi, Teoderico spedì a quella volta Pitzia e Arduico Goti con un forte esercito, per far proporre a Trasarico dei convenevoli patti. Ma il Barbaro non aspettò d'aver l'armi addosso, e si ritirò di là dal Danubio, lasciando Sirmio alla discrezione del generale de' Goti, il quale non permise che fosse commessa alcuna violenza nel paese, da che aveva esso da restare in dominio del re suo padrone. Giordano storico [Jordan., de Reb. Getic., cap. 53.] scrive che Pitzia era uno dei primi conti della corte di Teoderico, e che egli, scacciato Trasarico figliuolo di Traftila, e fatta prigione la di lui madre, s'impadronì della città di Sirmio. Noi vedemmo di sopra all'anno 489, coll'autorità della Miscella [Hist. Miscell., tom. 1 Rer. Italic.], che questo Traftila, ossia Triostila, re dei Gepidi, oppostosi alla venuta di Teoderico in Italia, restò morto in una battaglia. E però, per consenso ancora di Giordano, il qual pure prese dai libri di Cassiodoro la sua storia gotica, Trasarico re de' Gepidi era allora padrone della provincia sirmiense, e dalle mani di lui la ricuperò Teoderico: non sapendosi perciò intendere come nella Cronica di Cassiodoro si legga che Teoderico ne divenne padrone per avere sconfitti i Bulgari. Continuò nel presente anno la guerra di Anastasio Augusto contra de Persiani. Richiamò egli alla corte Appione ed Ipazio [Theoph., in Chronogr.], perchè cozzavano con Ariobindo generale dell'armata, e in luogo loro spedì Celere maestro degli uffizi, uffiziale di gran valore e prudenza, il quale unito con Ariobindo, penetrò nella Persia, con inferire gravissimi danni a que' paesi, in guisa che Cabade re de' Persiani cominciò a trattar di pace. E questa fu in fine conchiusa colla restituzione della città d'Amida ai Greci, e coll'aver i Greci pagati trenta talenti ai Persiani. Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.] mette sotto il precedente anno la restituzione d'Amida, con dire che fu riscattata con un immenso peso d'oro dalle mani dei Persiani. Poscia all'anno presente racconta le prodezze di Celere e la pace conchiusa. Procopio [Procop., de Bell. Pers., lib. 5, cap. 9.] diversamente scrive, con dire che Ariobindo fu richiamato a Costantinopoli, ed avendo Celere con gli altri capitani continuata la guerra, e fatto l'assedio di Amida, la comperarono con loro vergogna per mille libbre d'oro, quando alla guarnigione persiana non restava vettovaglia che per sette giorni. Dopo di che fra i Greci e Persiani seguì una tregua di sette anni, e da lì a poco la pace. Pretende il padre Pagi che questa pace appartenga all'anno susseguente, con addurre la testimonianza di Teofane, che pure la riferisce nello stesso anno, in cui Amida tornò in potere dei Greci.


DV