Ariobindo console orientale dell'anno presente, veduto da noi di sopra general di armata contra i Persiani, era figliuolo di Dagalaifo stato console nell'anno 461, e nipote di Ariobindo stato console nel 434. Avea per moglie Giuliana figliuola di Olibrio imperador d'Oriente e di Placidia Augusta. Perciò era uno de' primi personaggi della corte cesarea d'Oriente, e tale che, siccome all'anno 470 accennai, fu contra sua volontà acclamato imperadore dal popolo di Costantinopoli. Messala, console d'Occidente, vien fondatamente creduto lo stesso, a cui son scritte due lettere di Ennodio [Ennod., lib. 9, ep. 12 et 26.], le quali cel fanno conoscere per figliuolo di Fausto e fratello di Avieno, cioè probabilmente di quelli che abbiam veduto consoli negli anni addietro. Il trovo poi chiamato dal Relando [Reland., in Fast. Consul.] Ennodio Messala, ma senza pruova alcuna: e non avendo noi osservato nella sua famiglia il nome, ossia cognome d'Ennodio, lo possiamo perciò credere senza verun fondamento a lui attribuito. Probabilmente prima che terminasse l'anno presente, cominciarono i semi di guerra tra Clodoveo re de' Franchi ed Alarico re de' Visigoti. Prima d'allora Alarico veggendo crescere cotanto la potenza di Clodoveo, e che in lui forte bolliva la voglia di maggiormente dilatare il suo regno, procurò un abboccamento con lui ai confini, dal quale amendue partirono con promesse di buon'amicizia. Ma altro ci voleva che belle parole a fermare il prurito del re franco, in cui si vedeva congiunta col valore la fortuna. Pretende il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] che il motivo della rottura procedesse dall'avere scoperto Clodoveo che Alarico fraudolentemente trattava seco intorno alla pace. Ma non si fa torto ordinariamente ai re conquistatori, in credere che loro non mancano mai ragioni o pretesti di fare guerra ai vicini, purchè si sentano più forti di loro. La verità si è, come narra Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 37.], che molti popoli suggetti nella Gallia al dominio dei Visigoti, per cagion della religione desideravano d'essere sotto la signoria di Clodoveo, divenuto cristiano cattolico, per esser eglino della religione stessa, sofferendo perciò mal volentieri un principe ariano, qual era Alarico colla sua nazione. Questa veduta accresceva a Clodoveo le speranze d'una buona riuscita nella guerra, la quale divampò poi nell'anno susseguente. Pubblicò nel presente esso re Alarico in Tolosa, a benefizio dei sudditi romani del suo regno un compendio delle leggi romane [Gothofredus, in Prolegom. ad Codicem Theodos.], cavato dai Codici teodosiano, gregoriano ed ermogeniano, dalle Novelle e dai libri di Paolo e Gajo giurisconsulti, ed approvato dai vescovi. Breviarium Aniani è ordinariamente chiamato, perchè pubblicato d'ordine di Alarico da esso Aniano. Anastasio imperadore, secondochè abbiamo da Teodoro lettore [Theodorus Lector, lib. 2.] e da Teofane [Theoph., in Chronogr.], intorno a questi tempi sentendosi libero dalle cure della guerra, si diede a travagliar la Chiesa, ed insieme Macedonio vescovo di Costantinopoli, pretendendo ch'egli si unisse seco in accettar l'Enotico formato in pregiudizio del concilio calcedonense. Trovò ben egli alcuni tra i vescovi, che per guadagnarsi la di lui grazia, sposarono ancora le opinioni di lui; ma non già Macedonio, costante nel dovere di prelato cattolico. Mostrossi in oltre Anastasio fautore in varie maniere dei Manichei: perlochè di giorno in giorno peggiorava la credenza sua, con iscandalo universale presso del popolo. E perciocchè a cagione di un tremuoto era caduta negli anni addietro la statua di Teodosio il Grande, già posta sopra una straordinaria colonna nella piazza di Tauro, Anastasio, per attestato di Marcellino conte [Marcellin. Comes, in Chron.], vi fece violentemente riporre la sua. E Teofane notò aver egli fatto disfare molte opere di bronzo, già lasciate dal magno Costantino, per formare con quel metallo la statua a sè stesso, se pur di quella si parla. In quest'anno parimente riuscì ai Visigoti di occupare Tortosa in Ispagna, per quanto si ricava dalla cronichetta [Victor Turonensis, apud Canisium.] inserita nella Cronica di Vittor Turonense. S'è fatta disopra in più luoghi menzione del panegirico composto da Ennodio allora diacono, della chiesa di Pavia, in onore del re Teoderico. Esso appartiene a quest'anno, o pure al susseguente: il che si riconosce dal riferire egli la conquista del Sirmio e la vittoria riportata sopra Sabiniano e sopra i Bulgari dall'armi d'esso re, senza dir parola dei fatti susseguenti della guerra nelle Gallie.


DVII

Anno diCristo DVII. Indizione XV.
Simmaco papa 10.
Anastasio imperadore 17.
Teoderico re 15.

Consoli

Flavio Anastasio Augusto per la terza volta e Venanzio.

Venanzio, creato console in Occidente, con tutta ragione viene creduto quello stesso Venanzio patrizio, che dal re Atalarico presso Cassiodoro [Cassiod., lib. 9, epist. 23.] è lodato come il padre di Paolino console, e d'altri ornati della stessa dignità. Ora si è da dire, che avendo udito il re Teoderico, com'erano insorte amarezze tra Clodoveo re de' Franchi ed Alarico re dei Visigoti, con pericolo che si venisse all'armi, ed avendo ricevute lettere, onde conosceva irritato forte Alarico contra dell'altro regnante: siccome principe savio e lontano dagl'impegni della guerra, se non quando la necessità ve lo spingeva, cercò la via di smorzare il fuoco nascente e di rimettere la concordia fra quelle due nazioni. E tanto più prese a cuore questo affare, quanto che Alarico cui suo genero, Clodoveo suo cognato. Pertanto, siccome ricaviamo da una lettera di Cassiodoro [Idem, lib. 3, epist. 1.], mandò ambasciatori, e scrisse ad Alarico, con esortarlo a calmar la sua collera e ad aspettar di prendere più vigorose risoluzioni, tanto ch'esso Teoderico, con inviar ambasciatori a Clodoveo, avesse scandagliata la di lui mente e cercato di metter l'affare in positura d'una ragionevol concordia: rappresentandogli specialmente che i Visigoti suoi popoli da gran tempo godeano la pace, ed erano perciò poco esperti nel mestier della guerra, al contrario della gente agguerrita de' Franchi. E giacchè fin allora consisteva tutta la lite in sole parole, si poteva sperare un accomodamento, che sarebbe poi stato difficile dappoichè si fossero sguainate le spade. Gli dice inoltre, avere i suoi legati ordine di passare alla corte di Gundibado re de' Borgognoni, e poscia a quella degli altri re, per muover tutti a dar mano alla pace, conchiudendo in fine che terrà per nemico suo proprio chi si scoprirà nemico d'esso Alarico. Oltre alla parentela comune ancora con Clodoveo, avea Teoderico due particolari motivi da dichiararsi in caso di rottura per Alarico, essendo amendue della stessa nazione gotica e della stessa setta ariana. Leggesi parimente una lettera del re Teoderico [Cassiodorus, lib. 2, epist. 2.] al suddetto re Gundobado, in cui l'esorta ad interporsi perchè amichevolmente si compongano le differenze insorte fra i re dei Franchi e de' Visigoti, e si schivi la guerra. Un'altra pure [Idem, ibid., epist. 3.] portata dai suoi ambasciatori, inviò a Luduin (così egli chiama, se pure non è errore, Clodoveo) re dei Franchi, pregandolo con affetto di padre (per tale era Teoderico considerato allora da tutti i re circonvicini) che non voglia per cagioni sì leggiere correre all'armi, ma che rimetta ad arbitri amici la discussione di sì fatta contesa, nè si lasci condurre da taluno che per malignità attizzava quel fuoco: aver egli passati i medesimi uffizii con Alarico; e però protestare, non men da padre che da amico, qualmente chiunque di loro sprezzasse queste sue esortazioni, avrebbe per nimica la sua persona e i suoi collegati. Non so se nel medesimo tempo, oppure dopo aver ricevuta qualche disgustosa risposta da Clodoveo, scrivesse Teoderico un'altra lettera, portata medesimamente da' suoi ambasciatori ai re degli Eruli, Guarni e Turingi. In essa gli stimola a spedire anch'essi dal canto loro ambasciatori unitamente coi suoi e con quei di Gundobado re della Borgogna, al re dei Franchi, la cui superbia non tace, dacchè non vuol accettare l'offerte di arbitri e di amici nella pendenza sua con Alarico. Aggiugne dover cadauno temere d'un principe che con volontaria iniquità cerca d'opprimere il vicino, mentre chi vuol operare senza far caso delle leggi delle genti, è dietro a sconvolgere i regni di ognuno. Però doversi unitamente intimare a quel re, che sospenda il mettere mano all'armi contra di Alarico, con rimettersi alla decisione degli arbitri: altrimenti sappia che ognun sarà contra chi sprezza tutte le vie della giustizia. Dal che si conosce che Teoderico ben conosceva lo svantaggio, in cui si trovavano i Visigoti, e presentiva ciò che poscia avvenne, ma senza potervi mettere rimedio. Secondochè crede il Cluverio [Cluver., German. Antiq., lib. 3, cap. 27 et 35.], i Guarni popoli della Germania erano situati nelle contrade, ove ora è il ducato di Meclemburgo. Intorno al sito degli Eruli avrebbe fatto meglio esso Cluverio, se avesse confessato di nulla saperne. Certo egli neppur seppe che in questi tempi durava essa nazione erula, governata dal suo re. A noi basta per ora d'intendere che tanto gli Eruli, quanto i Guarni e i Turingi doveano essere popoli confinanti, o vicini ai paesi posseduti dai Franchi nella Germania. Era in questi tempi re della Toringia Ermenfredo, marito d'una nipote di Teoderico; e a lui si vede indirizzata una lettera presso Cassiodoro [Cassiod, lib. 4, ep. 1.] in occasion di quelle nozze. Per conto del re degli Eruli, Teoderico l'avea adottato per suo figliuolo d'armi, cioè con una specie di adozione che si praticava allora, e col tempo fu detto far cavaliere, avendogli dato cavalli, spade, scudi e l'altre armi militari, come si può vedere in un'altra lettera [Cassiod., lib. 4, ep. 2.] d'esso re Teoderico.

Clodoveo, che non voleva tanti maestri, ed essendosi già messo in capo d'ingoiare il vicino Alarico, ed avea ben fondamento di sperarlo, può essere che desse buone parole a tante ambasciate ed istanze, ma niuna promessa di desistere dall'impresa; ed intanto per prevenire i soccorsi che potesse Alarico ricevere dai lontani collegati, sollecitamente uscì in campagna con un poderosissimo esercito. Abbiam da sant'Isidoro [Isidorus, in Chronico Gothor.] che in aiuto de' Franchi andarono anche i Borgognoni: il che può parere strano, perchè veramente non avrebbe dovuto il re Gundobado aver molto genio ad accrescere la potenza già sì grande dei Franchi, per timor che l'ingrandimento loro non tornasse un dì in rovina del suo regno, siccome col tempo avvenne. Tuttavia, siccome ricaviamo ancora dalla vita di san Cesario vescovo di Arles [Cyprian, in Vita S. Caesarii apud Mabillonium Act. SS., tom. 1.], certo è ch'egli unì allora le sue forze con quelle de' Franchi, senza sapersi, se per malignità e con tradire le speranze del re Teoderico, o pure in esecuzion de' patti stabiliti con Clodoveo nella precedente guerra, in vigor de' quali cessò l'assedio di Avignone ed ogni altra ostilità contro di lui. Passando l'armata de' Franchi per Tours, ordinò il re che in venerazione di san Martino, secondochè attesta Gregorio Turonense [Gregor. Turon., lib. 2, cap. 37.], non si recasse molestia alcuna al paese. Racconta Procopio [Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 12.] che Alarico dimandò soccorso a Teoderico re d'Italia, e mentre lo stava aspettando, andò a mettersi coll'esercito suo a fronte de' nemici ch'erano accampati presso a Carcassona. Non inclinava egli ad azzardare il tutto in una battaglia; ma perchè i suoi, all'udire che i Franchi portavano la desolazione a tutto il paese, sparlavano del di lui poco coraggio, e si vantavano di poter vincere colle poma cotte il nemico, lasciossi strascinare ad imprendere il combattimento. Neppur qui pare che Procopio meriti attenzione, all'osservare com'egli metta fiero quel conflitto vicino a Carcassona, quando abbiamo dal Turonense, storico più degno di fede, che la giornata campale si fece a Vouglè, dieci miglia lungi dalla città di Poitiers, luogo troppo lontano da Carcassona: oltre al dirsi da lui che l'esercito di Teoderico passò ora nelle Gallie: il che, siccome diremo, solamente nell'anno appresso avvenne. Quello che è certo, seguì tra i Franchi e Visigoti una memorabil battaglia; nella quale rimasero sconfitti gli ultimi, colla morte non solamente di parecchie migliaia di Visigoti e di Apollinare figliuolo di Apollinare Sidonio e della maggior parte dei senatori e del popolo d'Auvergne, ma lo stesso re Alarico. Questa insigne vittoria aprì la strada ai Franchi per quasi annientare nella Gallia il dominio dei Visigoti; e loro certamente non sarebbe restato un palmo di terreno in quelle provincie, se non fosse finalmente accorsa l'armata del re Teoderico. Intanto Clodoveo s'impadronì della Touraine, del Poitou, del Limosin, del Perigord, della Saintogne e d'altre contrade. E Teoderico suo figliuolo con una parte del vittorioso esercito si rendè padrone del paese d'Alby, de Roùergne, dell'Auvergne, e d'altre contrade possedute dianzi dai Visigoti. Non lasciò Alarico dopo di sè altro figliuolo di età adulta, che un bastardo, per nome Giselico, in eleggere il quale per re concorsero i voti dei Visigoti sopravanzati al filo delle spade dei Franchi: giacchè Amalarico, figliuolo d'una figliuola di Teoderico re d'Italia, era d'età incapace al governo: il che dispiacque non poco al medesimo Teoderico. E noi non istaremo molto a veder gli effetti di questa sua collera. Abbiamo poi da Teofane [Theoph., in Chronogr.] che circa questi tempi Anastasio imperadore fabbricò nella Mesopotamia alle frontiere della Persia una forte città, a cui pose il nome di Arcadiopoli. Non s'intende perchè non desse piuttosto il proprio.


DVIII