A questi tempi non senza ragione vien riferita una legge di Giustino Augusto [L. 12, C. de Haeretic. et Manich.] contra de' manichei, con vietare, sotto pena della vita, la loro permanenza nell'imperio. Agli altri poi, sieno pagani o eretici, vien proibito l'aver magistrati e dignità, siccome ancora luogo nella milizia, a riserva dei Goti e d'altri popoli collegati, che militavano in Oriente al soldo dell'imperio. Circa questi tempi ancora morì Eufemia imperadrice, moglie di Giustino Augusto; nè sussiste che egli passasse alle seconde nozze, come han creduto alcuni. Teodora, nominata in tal occasione da Cedreno [Cedrenus, in Annalib.], fu moglie di Giustiniano, e non di Giustino. La morte ingiustamente inferita al figliuolo Segerico da Sigismondo re de' Borgognoni, irritò altamente l'animo di Teoderico re d'Italia, perchè si trattava di un suo nipote, cioè d'un figliuolo di una sua figliuola. Accadde che nello stesso tempo Clodomiro, Clotario e Childeberto, tutti e tre figliuoli di Clodoveo, e cadauno re de' Franchi, erano incitati dalla madre, cioè da Clotilde vedova d'esso re Clodoveo contra del suddetto re Sigismondo, acciocchè vendicassero la morte data a Chilperico suo padre e a sua madre ancora, da Gundobado padre di Sigismondo. Probabilmente quella pia principessa altro non intese che di ottener colla forza quella porzione di stati ch'ella pretendeva dovuti a sè nell'eredità del padre, giacchè da Gundobado suo zio non l'avea potuta aver per amore. Ossia dunque che i Franchi, consapevole della collera di Teoderico, il movessero ad entrar con loro in lega contra di Sigismondo; ossia che Teoderico ne facesse la proposizione ai Franchi stessi, certo è ch'essi si collegarono insieme per far guerra ai Borgognoni. Ed allora succedette veramente ciò che Procopio lasciò scritto [Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 12.], e che, siccome fu avvertito di sopra, il padre Daniello riferì fuori di sito nella storia de' Franzesi all'anno 501: cioè avere bensì Teoderico inviato l'esercito suo verso l'Alpi, ma con ordine di andare temporeggiando nel passaggio per vedere che andamento prendeva la guerra tra i Franchi e i Borgognoni. Sigismondo se ne fuggì in un eremo, e poscia incognito al monistero Agaunense, ossia di san Maurizio, dove dicono ch'egli prendesse l'abito monastico. Perciò non durarono fatica i Franchi ad impadronirsi di quasi tutto il regno allora ben vasto della Borgogna. E il generale del re Teoderico, appena udita la nuova della sconfitta de' Borgognoni, valicò frettolosamente le Alpi, e, secondo i patti, entrò in possesso di un buon tratto di paese che abbracciava le città di Apt, di Genevra, di Avignone, Carpentras ed altre. Il racconto di Procopio vien confermato da una lettera del re Atalarico al senato di Roma [Cassiodor., lib. 8, ep. 10.] in occasione di crear patrizio Tulo suo parente, che fu generale di Teoderico nella spedizione suddetta. Mittitur, dic'egli, Franco et Burgundo decertantibus, rursus ad Gallias tuendas, ne quid adversa manus praesumeret, quod noster exercitus impensis laboribus vindicasset. Adquisivit reipublicae romanae, aliis contendentibus, absque ulla fatigatione provinciam, et factum est quietum commodum nostrum, ubi non habuimus bellica contentione periculum. Triumphus sine pugna, sine labore palma, sine caede victoria.


DXXIV

Anno diCristo DXXIV. Indizione II.
Giovanni papa 2.
Giustino imperadore 7.
Teoderico re 32 e 14.

Consoli

Flavio Giustino Augusto per la seconda volta ed Opilione.

Appartiene all'Occidente questo console Opilione, e vien da alcuni, ma con poco fondamento, creduto quello stesso che, secondo Cassiodoro, [Cassiod., lib. 8, ep. 16.], fu creato conte delle sacre largizioni, ossia tesoriere del re Atalarico. Perchè neppure in questi tempi si truovi un console orientale, non se ne sa intendere la cagione. In quest'anno si cominciò a sconcertare l'animo del re Teoderico: e quel principe che finora mercè del suo saggio e giustissimo governo, e di una mirabil pace che faceva godere all'Italia e agli altri suoi popoli, e del rispetto che portava alla religion cattolica e a' sacri suoi ministri, s'era acquistata gloria non inferiore a quella de' più rinomati imperadori, di maniera che può anche oggidì servire di norma ai regnanti: questo principe, dissi, mutò affatto contegno, e passò ad azioni che denigrarono gli ultimi giorni della sua vita, e renderono odioso il suo nome, non meno allora che dipoi in Italia. Vedemmo nel precedente anno pubblicato dal cattolico imperadore Giustino un editto contra degli eretici, in cui furono bensì eccettuati i Goti, ma quei solamente ch'erano in Oriente, e non già quei che appartenevano all'Italia sotto il re Teoderico. Furono perciò tolte le chiese nell'imperio orientale a molti ariani; ed altri, per non perdere le dignità e per seguitare nella milizia, abbracciarono la religione cattolica. Nel loro errore stettero saldi infiniti altri, ma con gravi lamenti sì per la pena a cui erano sottoposti, e sì per la perdita delle chiese. Verisimil cosa è che costoro ne portassero le doglianze al re Teoderico, seguace anch'esso costantissimo della setta ariana; con restar inoltre Teoderico non poco amareggiato, perchè laddove egli lasciava in Italia e negli altri suoi regni goder tanta quiete e libertà ai cattolici, Giustino Augusto trattasse poi con tale severità gli ariani. C'è inoltre motivo di credere ch'esso o per la stessa cagione, o per altri accidenti, cominciasse a dubitar della fedeltà dei Romani, con sospettare intelligenze di loro colla corte di Costantinopoli, quasichè abborrissero un principe ariano ed aspirassero alla libertà. Fors'anche Giustiniano, che allora, benchè non imperadore, amministrava gli affari dell'imperio, e già nudriva delle vaste idee, si lasciò scappar di bocca qualche parola contro chi possedeva sì bella parte dello stesso imperio, cioè l'Italia: che risaputa da Teoderico, accrebbe in lui il mal talento e i sospetti. Comunque passassero tali faccende, basti a noi di sapere, per attestato dell'Anonimo Valesiano [Anonym. Vales.], che trovandosi Teoderico in Verona, fece distruggere un oratorio di santo Stefano, posto fuori d'una porta di quella città: il che vien raccontato da esso Anonimo, come segno che veniva a scoprire il mal animo di Teoderico contra de' Cattolici, ma che verisimilmente fu fatto per solo riflesso alla fortificazione di quella città. Quindi comandò Teoderico che niuno de' Romani potesse tener armi e neppure un coltello, indizio certo di sospetti intorno alla loro fedeltà. Ma colui che maggiormente accese questo fuoco, fu Cipriano referendario, il qual poi per ricompensa delle sue iniquità passò al grado di tesoriere e di generale d'armata. Accusò egli Albino patrizio, stato console nell'anno 495, con imputargli d'avere scritto lettere a Giustino imperadore contra di Teoderico. Negò egli il fatto, ed apposta, per difendere la di lui innocenza, si portò da Roma a Verona anche Severino Boezio patrizio, già stato console, ch'era allora il più riguardevol mobile del senato romano. Ma che? Cipriano rivolse l'accusa contra dello stesso Boezio, e si trovarono tre inique persone che servirono di testimoni e di accusatori contra di lui, cioè Basilio, che cacciato dianzi di corte, era indebitato fino alla gola, Opilione, diverso dal console dell'anno presente, per quanto si può conghietturare, e Gaudenzio, i quali ultimi due banditi per innumerabili loro frodi, erano allora rifugiati in chiesa. L'accusa fu, secondo che scrive lo stesso Boezio [Boetius, de Consolatione, lib. 1.], de compositis false literis, quibus libertatem arguor sperasse romanam. Era innocente di questo reato Boezio: contuttociò portata l'accusa in senato, senza che alcuno osasse d'opporsi, fu proferita contra di lui sentenza di morte, la quale fu da Teoderico permutata in esilio. Hanno alcuni creduto con lievi conghietture che il luogo dell'esilio fosse Pavia, dove in una picciola casa, o pure in una prigione egli fosse detenuto, senza libri, senza poter parlare con amici o parenti. L'Anonimo Valesiano scrive essere egli stato imprigionato, o tenuto sotto buona guardia in Calvenzano, in agro calventiano, cioè in un luogo del territorio di Milano, poco distante da Melegnano. Quivi Boezio compose il nobil suo trattato della Consolazione della Filosofia. Ma perciocchè di grandi rumori e dicerie doveano correre per l'oppressione di questo insigne personaggio romano, il re crudele finalmente comandò che gli fosse levata la vita, e l'ordine fu eseguito. Mario Aventicense [Marius Aventicensis, in Chron.] lasciò scritto che nel corrente anno Boezio patrizio fu ucciso nel territorio di Milano. Potrebbe nondimeno essere che all'anno seguente appartenesse la di lui morte, e che Mario confondesse la sentenza dell'esilio con quella della morte; essendo certo che Boezio restò nella prigionia il tempo da comporre il libro suddetto. Ebbe per moglie Rusticiana figliuola di Simmaco patrizio (e non già un'altra moglie chiamata Elpe), che gli generò due figliuoli da noi veduti consoli nell'anno 522, donna di rare virtù, che visse molti anni dipoi.

In questo medesimo anno essendo tornato a Ravenna il re Teoderico, secondochè abbiamo dall'Anonimo Valesiano, colà fece chiamare Giovanni papa, e gl'intimò d'andare a Costantinopoli, per indurre Giustino imperadore a far tornare all'arianismo coloro che l'avevano abiurato, supponendoli indotti a ciò dalla forza e dalle minaccie. Anastasio bibliotecario [Anastas. Biblioth., in Vita Johannis I.] solamente scrive che fu inviato per ottenere la restituzion delle chiese agli ariani: altrimenti Teoderico minacciava lo sterminio de' cattolici in Italia. Altrettanto scrive l'autor della Miscella [Hist. Miscell., lib. 15.]. Andò papa Giovanni, seco conducendo altri vescovi, cioè Ecclesio di Ravenna, Eusebio di Fano, Sabino di Capoa (non conosciuto dall'Ughelli nell'Italia sacra) e due altri parimente vescovi, ed inoltre Teodoro, Importuno ed Agapito, tutti e tre stati consoli, e un altro Agapito patrizio. Tradito dai suoi medesimi Borgognoni Sigismondo re di essi, ma che s'era ritirato nel monistero di San Maurizio [Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 6.], fu dato nelle mani colla moglie e coi figliuoli a Clodomiro, uno dei re Franchi, e posto prigione in Orleans. Intanto Godemaro, fratello di esso Sigismondo, ripigliate le forze, e raunato un buon esercito di Borgognoni, ricuperò la maggior parte delle città e terre occupate dai Franchi: il che non potendo digerire Clodomiro, uscì di nuovo in campagna con una forte armata in compagnia di Teoderico re suo fratello, per assalir di nuovo il regno della Borgogna. Ma prima di cimentarsi, barbaramente fece levar la vita a Sigismondo, alla moglie e ai figliuoli, e gittare i lor cadaveri in un pozzo, non ostante la predizione fatta da Avito abate di Micy, che se egli commetteva questa iniquità, Dio gli renderebbe la pariglia. Fu dipoi dai monaci agaunensi e dai popoli posto Sigismondo nel catalogo de' santi, quasi che fosse, non solo penitente, ma martire; siccome ancora da altri il poco fa mentovato Severino Boezio tenuto fu per santo, e registrato fra i martiri, con quella facilità che disopra accennammo praticata allora di dare il titolo di santo a chi abbondava di virtù, siccome certo abbondarono non meno il re Sigismondo che Boezio. Restò poi ucciso in una battaglia il re Clodomiro; rimase ancora sconfitto Godemaro, e tornò la Borgogna in potere dei Franchi, a' quali fu poi ritolta da esso Godemaro. Ma Teoderico re d'Italia tenne ben forte le conquiste da lui fatte nella Gallia. Ed in quest'anno appunto nella città di Arles a lui sottoposta, san Cesario vescovo celebrò un concilio, ch'è il quarto tenuto in quella città; e v'intervennero sedici vescovi, tutti compresi nella giurisdizione di esso re Teoderico.