Udita che ebbe l'imperador Giustiniano la nuova dell'ingiusta prigionia d'Ilderico re dei Vandali, suo singolare amico [Procop., de Bell. Vandal., lib. 1. ep. 9.], aveva spedito ambasciatori a Gelimere usurpatore del regno africano, con esortarlo a rendergli la libertà, e ad aspettare di entrar con giusto titolo nel dominio, giacchè Ilderico era in età molto avanzata; e se pur voleva ritenere il governo, lo ritenesse, ma con lasciar qualche apparenza di decoro a chi, secondo il testamento di Genserico, era legittimo possessor di quel regno. Se ne tornarono gli ambasciatori a Costantinopoli senza frutto alcuno; anzi peggiorarono gli affari d'Ilderico, perchè Gelimere, col pretesto ch'egli meditasse di fuggire, maggiormente il ristrinse, e fece cavar gli occhi ad Oamere di lui nipote, uomo bellicoso, e tenuto dai Vandali pel loro Achille. Avvisato di ciò Giustiniano, tornò a spedirgli nuovi ambasciatori, con richiedere che gli mandasse Ilderico ed Oamere, acciocchè potessero, l'uno privo del regno, e l'altro degli occhi, passare in pace il resto della lor vita, altrimenti protestava rotta la pace, e ch'egli si studierebbe di vendicar l'ingiuria fatta ad un amico e insieme alla giustizia. La risposta di Gelimere fu, ch'egli era stato alzato di comun concordia dai Vandali al trono, a lui dovuto, come discendente da Genserico, più che ad Ilderico. E che un saggio imperadore doveva attendere a governare il suo imperio senza impacciarsi de' regni altrui. Che se pur gli saltasse in testa di rompere i patti e di fargli guerra, si persuadesse che nol troverebbe a dormire. A questa risposta montò in collera Giustiniano, e determinò di muover guerra a Gelimere. Ma ad una tal risoluzione trovò contrarii tutti i suoi ministri, e massimamente Giovanni prefetto del pretorio, ricordandosi tutti dello sforzo inutilmente fatto da Leone Augusto per riconquistar l'Africa, e spaventati dalle immense spese che sarebbe costata una armata navale, e dal pericolo di portar la guerra sì lontano, e in paese ben provveduto di gente e di denaro, e però capace di far abortire tutte le idee di chi se ne volesse render padrone. Tanto dissero essi, che in Giustiniano calò la voglia di quella impresa. Quand'eccoti un giorno capitare un vescovo che dimandò all'imperadore un'udienza segreta. In essa gli fe' saper d'essergli stato in una visione comandato da Dio di andare a trovarlo, e sgridarlo, perchè, dopo d'aver preso a liberare i cattolici dell'Africa dalla tirannia degli ariani, per una vana paura se ne fosse poi ritirato, con aggiugnere: Il Signore mi ha detto, che facendo V. M. questa guerra, la assisterà, e infallibilmente l'Africa tornerà sotto il romano imperio. Di più non occorse, perchè Giustiniano, senza più far caso delle difficoltà proposte, coraggiosamente intraprendesse la guerra dell'Africa, per la quale fece nell'anno presente i necessarii preparamenti. Ma non si vuol tacere che nel gennaio di questo medesimo anno avea lo stesso imperadore corso grave pericolo per una sedizione mossa in Costantinopoli contra di lui dalle fazioni veneta e prasina [Chron. Alexandr. Theoph., in Chronogr. Procop., de Bell. Pers., lib. 1, cap. 24.]. Il caricarono d'ingiurie nel circo, poscia si diedero a scorrere per la città, con attaccar fuoco alle più magnifiche fabbriche e chiese della medesima. Unissi con loro la plebe, e tale fu l'apparenza di questo turbine, che Giustiniano già avea preparata una nave per fuggirsene. Anzi essendosi sparsa la voce che egli fosse fuggito, il popolo acclamò imperadore Ipazio figliuolo di Magna sorella del fu Anastasio Augusto, che era stato console nell'anno 500; e se fosse riuscito loro d'entrare nel palazzo imperiale, peggiori conseguenze avrebbe avuto l'attentato di tanti sediziosi. Ma uscito Narsete capitan delle guardie, e guadagnati con denaro molti della fazione veneta, cominciò a calare il tumulto. E mentre il popolo si trovava raunato nel circo, uscirono da varie parti le guardie e i soldati dell'imperadore, condotti parte da esso Narsete, parte da Belisario, generale delle milizie, e da un figliuolo di Mondo, ossia Mundone generale dell'Illirico, e fecero man bassa addosso alle fazioni, anzi a chiunque de' cittadini e forestieri incontravano, di maniera che vi restarono uccise circa trenta o trentacinque mila persone: colla quale strage terminò affatto il bollore della sedizione. Ipazio preso, e con lui Pompeo e Probo suoi cugini furono condotti in prigione, e poco si stette a far vedere al pubblico i lor cadaveri. Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.] scrive, che per loro suggestione fu mossa questa tempesta contra di Giustiniano, e ch'erano entrati molti de' nobili in questa congiura. Però furono confiscati tutti i lor beni con profitto indicibile dell'imperiale erario. Curiosa cosa è il leggere presso Teofane il principio di questa tragedia nel circo per le varie acclamazioni, dimande e gridi de' prasini, e risposte del ministro cesareo; senza che si possa ora da noi intendere come si facessero simili dialoghi, e si potessero discernere quelle voci. Giustiniano, uscito di questo terribil cimento, generosamente si applicò a rimettere in piedi gli edifizii rovinati dalle fiamme durante la sedizione; e soprattutto essendo bruciata l'insigne cattedrale fabbricata da Costantino, tutto si diede ad alzarne un'altra senza paragone più magnifica e bella, che fu poi appellata la chiesa di santa Sofia, e riuscì un tempio mirabile a tutti i secoli avvenire.


DXXXIII

Anno diCristo DXXXIII. Indizione XI.
Giovanni II papa 2.
Giustiniano imperadore 7.
Atalarico re 8.

Console

Flavio Giustiniano Augusto per la terza volta, senza collega.

L'Occidente non ebbe console in quest'anno. Stava forte a cuore all'imperador Giustiniano la guerra meditata contra l'Africa, e verisimilmente non mancavano a lui incitamenti degli antichi abitatori cattolici di quelle contrade. Ma trovandosi egli tuttavia impegnato nella guerra co' Persiani, e perciò impedita la presa risoluzione contra de' Vandali, fece trattar di pace co' medesimi Persiani [Marcell. Comes, in Chronico. Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 5.], e gli venne fatto di concluderla ne' primi mesi del presente anno per mezzo di Rufino patrizio e di Ermogene suo maggiordomo. Quindi, messa insieme una poderosa armata navale, piena di soldatesche agguerrite, ne diede il comando a Belisario suo generale, nato nel paese situato tra l'Illirico e la Tracia, che già avea segnalato il suo nome con azioni gloriose nella guerra contra de' suddetti Persiani. Accompagnato dallo storico Procopio, sciolse le vele il prode capitano da Costantinopoli sul fine di giugno; arrivato in Sicilia, vi rinfrescò l'armata; e continuato poscia il viaggio, nel dì 15 di settembre fece senza opposizione la sua discesa in Africa. Prima di questo tempo s'era ribellata ai Vandali la città di Tripoli, per opera di un cittadino appellato Prudenzio, che tosto, spediti alcuni messaggeri, chiese soccorso a Giustiniano; ed avutolo, ridusse alla divozione di lui e tenne forte tutta quella provincia. Erasi parimente rivoltata contra de' Vandali la Sardegna ad istigazione di un certo Goda, Goto di nazione, uomo di gran valore che vi era stato posto al comando dal nuovo re Gelimere, e poscia assunse il titolo di re. Questi ancora, fatto ricorso a Giustiniano, con offrirsegli suddito, ottenne un rinforzo di quattrocento soldati, piccolo aiuto nondimeno al suo bisogno. Discese in terra la felice armata cesarea in Africa al Capovada; giacchè per ordine del re Genserico, primo conquistatore di quelle provincie, in tutte le città, fuorchè in Cartagine, erano state diroccate le mura: risoluzione che parve allora di gran prudenza, acciocchè, se mai gl'imperadori romani avessero voluto ricuperare il paese, o gli Africani, divoti del nome romano, far delle novità, non restasse loro luogo alcuno forte per infestare i Vandali; ma risoluzione che in fine si tirò dietro la rovina del regno vandalico. Però Belisario senza difficoltà s'impadronì della città di Silletto, e quivi cominciò a sentire la vicinanza dell'esercito de' Vandali, condotto dal re Gelimere, il quale, udito ch'ebbe l'arrivo dei Greci, comandò che si levasse di vita il re Ilderico, già nelle carceri ristretto. Al primo incontro Gelimere prese la fuga: dal che animato Belisario si presentò davanti a Cartagine coll'armata di terra e colla flotta, e non avendo trovata resistenza, ebbe l'ingresso in quella capitale, senza sapersi intendere come Gelimere prima non v'entrasse alla difesa, e come con tanta felicità riuscisse questa impresa a Belisario, il quale finalmente non avea seco se non dieci mila fanti e cinque mila cavalli. Come di una ammirabil avventura se ne stupì lo stesso Procopio, da cui abbiamo la descrizione di questa guerra.

Giovò sommamente a Belisario l'aver Gelimere dianzi spedita la sua armata navale con Zazone suo fratello, per ricuperar la Sardegna, non immaginando sì vicino l'arrivo e lo sbarco della flotta de' Greci. Entrò bensì costui in Cagliari, trucidò Goda occupator dell'isola con tutti i suoi partigiani, e di questa vittoria inviò tosto l'avviso al fratello Gelimere; ma la nave che lo portava, andata a dirittura a Cartagine, senza saper la mutazione ivi seguita, cadde in mano de' Greci vittoriosi. Fu cagione eziandio la presa improvvisa di Cartagine, saputa in Ispagna, che niuno effetto producesse un'ambasciata di Gelimere incamminata colà per indurre Teode re de' Visigoti ad entrare in lega coi Vandali. Dappoichè Belisario ebbe abbastanza assicurata con nuove fortificazioni la città di Cartagine, uscì in campagna con la sua armata, per assalire Gelimere, con cui si era riunito Zazone suo fratello colla flotta richiamata dalla Sardegna. Vennesi ad un fatto d'armi; fu sbaragliato l'esercito vandalo, e Gelimere, colla fuga si mise in salvo. Nel campo loro aveano i Vandali le lor mogli, figliuoli e tesori, sperando forse che la difesa e presenza di pegni sì cari avesse da ispirare più coraggio ai combattenti. Ma nulla giovò ad essi; tutto andò a sacco, e sì grande fu il bottino toccato ai vincitori, chè parve cosa incredibile. Oltre alle eccessive prede fatte da que' Barbari sul principio della conquista sopra i sottomessi Africani, aveano essi raunate immense somme d'oro negli anni addietro colla vendita de' loro grani. In quella giornata perderono tutto. Succedette questa fortunata battaglia verso la metà di decembre nell'anno presente, di modo che fatte in tre mesi tante azioni, recarono somma gloria a Belisario. In questo medesimo anno, perchè gli eretici aveano sparso voce che Giustiniano Augusto concorreva ne' loro empii sentimenti, egli, a fine di distruggere questa ingiuriosa diffamazione, pubblicò un suo editto [L. 6, C. de Summa Trinitate.], in cui espose la credenza sua uniforme alla dottrina della Chiesa cattolica. Inviò ancora degli ambasciatori a papa Giovanni con sua lettera, in cui protesta di accettare i quattro concilii generali della Chiesa di Dio, e coll'ambasciata, secondo l'attestato di Anastasio bibliotecario [Anastas. Biblioth., in Vita Johannis II.], vennero ancora varii regali preziosi ch'egli mandava ad offerire a san Pietro nella basilica vaticana. Scrisse inoltre una lettera ad Epifanio patriarca di Costantinopoli [L. 7, C. de summ. Trin.], dove parimente espone la sua fede, condanna gli eretici tutti e conferma i suddetti quattro concilii: cose tutte che gli acquistarono gran credito in Roma e presso tutti i cattolici. Finalmente nel dicembre del presente anno furono pubblicate da esso imperadore le Istituzioni del diritto civile e i libri dei Digesti, siccome apparisce dalle due prefazioni stampate in fronte di queste opere insigni.