Veramente il Continuatore di Marcellino conte [Continuator Marcellini Comitis, in Chron.] Mario Aventicense [Marius Aventicensis, in Chron.] e Teofane [Theoph., in Chronogr.] mettono sotto quest'anno la presa di Roma fatta dai Goti, e di tale opinione furono i cardinali Baronio e Noris. Ma ho io creduto di doverla riferire al precedente anno come han fatto il Sigonio e il Pagi, perchè si conforma più colla serie degli avvenimenti narrati da Procopio; nè si può fidarsi del Continuatore suddetto, nè di Mario, perchè nelle Croniche d'amendue s'incontrarono non pochi anacronismi. Per altro scrive esso Continuatore che i Goti nel dì 17 di dicembre entrarono in Roma correndo l'Indizione X, il che dovrebbe convenire all'anno precedente, nel cui settembre la decima indizione cominciò il suo corso. Aggiugne che Totila, dopo aver atterrata parte delle mura, condusse seco, come prigionieri, i Romani nella Campania; e che essendo restata Roma per quaranta giorni senza popolo, Belisario animosamente ne ripigliò il possesso. Se ciò è vero, posta da noi nell'antecedente anno la presa di Roma, dee appartenere al presente il ritorno di Belisario in essa. Mario Aventicense, che sotto il presente anno racconta l'uno e l'altro fatto, discorda dal Continuatore suddetto. Ora attenendomi io al filo di Procopio, che va descrivendo questa lunga e pericolosa guerra col primo, secondo e terzo anno, e così successivamente; avvertendo nondimeno col Pagi, che cadauno dei suoi anni comincia dalla primavera, e finisce nella primavera del seguente: dico che Belisario, il quale tuttavia si tratteneva a Porto, vedendo così abbandonata Roma, concepì il pensiero di ripigliarla, e felicemente l'eseguì [Procop., de Bell. Goth.], forse nel mese di febbraio. Lasciati dunque in Porto alcuni pochi soldati, menando seco il resto delle sue genti, entrò in Roma, e con pronto e saggio ripiego quivi si diede a fortificarsi. Perchè non v'era maniera di rifabbricare in poco tempo le mura in que' siti, ove erano diroccate, fece raccogliere i marmi e le pietre sparse per terra, e di questi materiali, senza aver calce da legarli insieme, per modo di provvisione formò, come potè, una grossa muraglia posticcia, con aggiungervi al di fuori una buona quantità di pali. Larga inoltre e profonda era la fossa che girava intorno a tutte le mura. In venticinque dì, lavorando tutti i soldati, fu serrata, a riserva delle porte, la città, e vi concorsero ad abitarla i dianzi esuli cittadini. Questa novità non se l'aspettava Totila. Appena informatone, da Ravenna, dove egli si trovava, a gran giornate col suo esercito corse colà. Per mancanza di falegnami e di fabbri ferrai, Belisario non avea per anche potuto far mettere alla città le porte, avendo Totila asportate quelle che v'erano. In vece di far almeno chiudere con travi le aperture, prese il solo ripiego di mettervi di quegli ordigni che nella milizia moderna si chiamano cavalli di Frisia, creduti invenzioni degli ultimi tempi, ma usati anche negli antichi presso a poco come oggidì. Postò parimente alle imboccature d'esse porte i più bravi dei suoi. Si credevano i Goti sul principio di prendere Roma appena arrivati, e venivano con gran fracasso all'assalto; ma ritrovarono chi non era figliuolo della paura. Fu asprissima la battaglia, perchè i Goti per lo sdegno, e i Greci nel pericolo imminente delle lor vite combattevano alla disperata. In fine furono costretti i Goti a ritirarsi, con lasciar sulle fosse estinta una gran quantità de' loro, e riportarne dei feriti assai più. Tornarono nel seguente dì, ed in altri appresso all'assalto, e furono nella stessa guisa ben accolti e ributtati dai Greci. Totila prese in fine la risoluzion di ritirarsi a Tivoli, che egli prima avea fatto distruggere, e bisognò riedificare.

Ma siccome l'entrata di Belisario in Roma e la difesa d'essa conseguì un applauso universale, così fu biasimata e rinfacciata agramente dai Goti a Totila l'imprudenza d'avere abbandonata Roma; o, se pur voleva abandonarla, di non averla interamente spianata. Prima lodavano forte l'uso suo di atterrar le mura de' luoghi forti; essendo poi passata male in questa congiuntura, ne sparlarono a più non posso. E così son fatti gli uomini: d'ordinario dal solo avvenimento o felice o sinistro delle risoluzioni prese, essi prendono la misura delle lodi o de' biasimi. Era da molto tempo stretta d'assedio Perugia, ed in essa già cominciavano a venir meno le vettovaglie. Colà fu chiamato Totila coll'esercito per la speranza di ridurre alla resa colla di lui forza e presenza quella città. E v'andò egli bensì, ma fu in breve sconcertato non poco, perchè Giovanni generale cesareo, ch'era all'assedio di Acerenza nella Lucania, mossosi con tutta la sua cavalleria, all'improvviso arrivò nella Campania, e diede una rotta ad un corpo di truppe colà inviate da esso Totila: la qual vittoria fu cagione che rimasero liberati alcuni senatori romani e le mogli di molti altri ch'erano confinate in quelle parti. Irritato da questo avviso Totila, per le montagne spedì contra d'esso Giovanni varie partite dei suoi, che il raggiunsero nella Lucania, e gli diedero una buona percossa. Vennero circa questi tempi in Italia alcuni piccioli rinforzi inviati da Giustiniano Augusto, cioè sorsi d'acqua a chi pativa gran sete. Trecento Eruli fra gli altri erano condotti da Vero. Costui azzardatosi di prender quartiere vicino a Brindisi, fu in breve visitato da gente inviata colà da Totila. Duecento di quegli Eruli rimasero estinti sul campo, e Vero ebbe la fortuna di salvarsi. All'avviso, venuto da Costantinopoli de' soccorsi che doveano arrivare in Italia, Belisario giudicò bene di trasferirsi a Taranto, e seco condusse novecento cavalli scelti e duecento fanti. Entrato in nave, fu da una burrasca trasportato a Crotone. Mandò la cavalleria per terra a procacciarsi i foraggi, e questa, incontratasi per istrada con una brigata di Goti, la disfece. Alloggiossi dipoi in quelle contrade, come se fossero lontani mille miglia i pericoli; ma il re Totila, sempre vegliando, spinse loro addosso tre mila cavalli de' suoi, i quali menarono sì ben le mani, che pochi poterono salvarsi colla fuga. Di gran danno agli affari de' Greci fu questa rotta, e portatane la disgustosa nuova a Belisario, e fattogli credere che a momenti poteano i Goti arrivare a Crotone, egli perciò non perdè tempo ad imbarcarsi con Antonina sua moglie, e in un giorno di felice navigazione pervenuto in Sicilia, sbarcò a Messina. Totila intanto intraprese l'assedio di Rossano castello della Calabria. E con tali racconti termina Procopio l'anno XIII della guerra gotica. Aggiungne solamente che gli Sclavi, popoli barbari, passato il Danubio, devastarono tutto l'Illirico fino a Durazzo, uccidendo o facendo schiavi tutti quei che trovavano: costoro col tempo si piantarono in quelle contrade, e diedero ad esse il nome di Schiavonia. Arrivò poi sul principio di quest'anno papa Vigilio a Costantinopoli, ed entrò nel grande imbroglio della controversia dei tre capitoli: sopra di che è da leggere la storia ecclesiastica. Troppo tempo richiederebbe il racconto di quel negoziato e degli affanni che vi patì lo sventurato papa, trovandosi egli fra il calcio e il muro, tra il timore di fare una ferita al concilio generale calcedonense, o pure di tirarsi addosso lo sdegno dell'imperadore. Andò egli perciò barcheggiando, finchè potè.


DXLVIII

Anno diCristo DXLVIII. Indizione XI.
Vigilio papa 11.
Giustiniano imperadore 22.
Totila re 8.

L'anno VII dopo il consolato di Basilio.

Venne in quest'anno a morte nel mese di giugno, consumata da una terribil cancrena, Teodora Augusta moglie di Giustiniano imperadore, donna per varii suoi vizii, e soprattutto per la protezion degli eretici, concordemente diffamata nella storia segreta di Procopio e negli Annali ecclesiastici. Si leggono nondimeno di grandi limosine da lei fatte e sacri templi da lei fabbricati; nè lasciano di dire Teofane [Theoph., in Chronogr.] e Cedreno [Cedren., in Annalib.], ch'essa piamente diede fine ai suoi giorni, forse perchè si ravvide e pentì dei tanti suoi falli. Se è vero tutto ciò che di lei racconta Procopio, dovette ella trovare un gran processo al tribunale di Dio. Belisario in questi tempi riflettendo alla scarsezza delle sue forze, tuttochè Giustiniano Augusto gli avesse inviati di fresco due mila pedoni per mare; e conoscendo che di male in peggio erano per andare gli affari dell'imperio in Italia, se non venivano più gagliardi soccorsi, si appigliò al partito di mandare Antonina sua moglie a Costantinopoli, acciocchè ella, per mezzo della suddetta imperadrice, ottenesse da Giustiniano un potente rinforzo all'armata di Italia. Andò essa, ma trovò l'imperadrice già mancata di vita. Ora narrando Procopio [Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 30.] sotto quest'anno la morte d'essa Augusta, e concorrendo nella medesima sentenza Teofane, Cedreno e i cardinali Baronio e Noris, si vien chiaramente a conoscere che finora camminano bene i conti circa la division degli anni della guerra gotica, descritta da esso Procopio, e non sussistere gli altri di chi o prima o più tardi han registrato que' fatti. In questi tempi il presidio dei Greci, lasciati da Belisario in Roma trucidò Conone suo comandante, pretendendo ch'egli in danno loro facesse il mercatante dei grani e dell'altre vettovaglie. Spedirono poi sacerdoti a Costantinopoli, per far sapere a Giustiniano, che se non era loro accordato il perdono e date le paghe da gran tempo loro dovute passerebbono al soldo di Totila. Giustiniano, per non poter di meno, accordò loro tutto. Seguitava intanto l'assedio mosso da Totila al castello di Rossano in Calabria, entro il quale era una guarnigione di trecento cavalli e cento fanti. Perchè cominciarono a venir meno i foraggi e i viveri, promisero que' Greci di arrendersi, se, passati alquanti giorni, loro non fosse stato dato soccorso. Belisario, a cui premeva la conservazion di quel sito, chiamò ad Otranto quante truppe potè raunare, e tutte postele in navi, s'incamminò con esse alla volta di Rossano. Spirava già il dì promesso alla resa. I Greci, mirando da lungi il soccorso che veniva, mancarono alla parola data; ma eccoti sollevarsi una tempesta che disperse tutta quella flotta, senza che vi fosse un porto in que' lidi da ricoverarsi. Unitesi poi le navi nel porto di Crotone, tornò di nuovo Belisario con esse verso Rossano; ma ritrovò al lido tutte le forze de' Goti ben preparate ad accoglierlo, sicchè gli convenne retrocedere a Crotone, da dove spedì colla maggior parte dei suoi Giovanni e Valeriano nel Piceno, sperando che Totila, abbandonato Rossano, correrebbe colà. Ma questo inviò bensì due mila cavalli anch'egli nel Piceno per far fronte a' nemici, ma col rimanente dell'armata tenne forte l'assedio di quel castello. Veggendo i Rossanesi disperato il caso, mandarono due deputati a Totila, per implorare il perdono esibendosi pronti alla resa, salve le loro vite. Accettò egli l'offerta, ma con eccettuare dal perdono Calazare lor capitano, siccome mancator di parola. A costui in fatti fu tolta la vita, agli altri fu permesso d'andarsene ove voleano, in camicia, quando lor non piacesse di restare al soldo di Totila. Ottanta andarono; gli altri si arrolarono fra i Goti. Era arrivata a Costantinopoli Antonina moglie di Belisario, e, quantunque fosse venuto a lei meno il suo principale appoggio, cioè Teodora Augusta già morta, pure trovò facilità in Giustiniano per richiamare il marito in Oriente, perchè stringendo forte la guerra di Persia, vi era bisogno di un bravo generale per quella impresa. Pertanto andò Belisario a Costantinopoli, ma senza portarvi in questo secondo viaggio splendore alcuno di nuova gloria, giacchè in cinque anni che avea dovuto fermarsi in Italia, per mancanza di forze, era come fuggitivo stato ora in uno, ora in altro paese, ed inoltre senza avere operato cosa alcuna di rilevante, lasciava l'Italia esposta alla discrezione dei Goti. Ma se non andò seco molto onore, portò ben egli con lui molto danaro, perchè seppe mai sempre farsi fruttare il suo generalato; e le sue grandi ricchezze il misero talvolta in pericolo di cadere, se l'imperadore non avesse avuta necessità della sua sperimentata perizia in comandare armate. Nel mentre poi ch'egli era in viaggio la città di Perugia, dopo aver sostenuto un lunghissimo assedio, venne in potere dei Goti. Il dirsi da san Gregorio Magno [Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 3, cap. 13.] che questa città per sette anni continui tenuta fu assediata dai Goti, e che non per anche finito esso anno settimo, per la fame si arrendè, par troppo difficile a credersi. In vece d'anni avrà egli scritto mesi. Ad Ercolano, santo vescovo di quella città, d'ordine di Totila fu barbaramente tagliato il capo.

Fece Totila anche in Dalmazia una spedizione di soldati sotto il comando d'Ilauso, già una delle guardie di Belisario, che avea preso partito fra i Goti. Costui prese in quelle parti due luoghi appellati Muicoro e Laureata non lungi da Salona, e mise a fil di spada chiunque ivi si trovò. A questo avviso Claudiano ufficiale cesareo, che comandava in quelle parti, imbarcate le sue soldatesche, andò a trovare a Laureata Ilauso, e venne seco alle mani; ma restò sconfitto, e le sue navi con altre piene di grani rimasero preda de' Goti, i quali dipoi, senza tentar altro, se ne tornarono a Totila. Circa questi tempi, o poco prima per attestato di Procopio [Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 37.], Totila inviati degli ambasciatori al re dei Franchi, cioè, secondo tutte le verisimiglianze, a Teodeberto, il più potente senza paragone di quei re, gli avea fatto chiedere in moglie una sua figliuola. La risposta fu ch'esso re non riconosceva Totila per re d'Italia, e che tale anzi egli non sarebbe giammai, dacchè dopo aver presa Roma non l'aveva saputa ritenere in suo dominio, ed atterrate le mura, l'avea lasciata cadere in dominio de' suoi nemici. Ma questi erano pretesti. Teodeberto, principe meditante tutto di nuove conquiste, voleva pescare nei torbidi dell'Italia, veggendo sì infievolite le forze non meno de' Goti che dell'imperadore. In fatti abbiamo assai lume da Procopio [Idem, ibid., cap. 33, et lib. 4, cap. 34.] ch'egli in quest'anno fatta calare in Italia un'armata, s'impadronì dell'Alpi Cozie, di alcuni luoghi della Liguria, e della maggior parte della provincia della Venezia, senza che si sappia quali città precisamente fossero da lui occupate, giacchè fra poco vedremo che Verona seguitò ad essere in potere dei Goti. Tutto camminava a seconda de' suoi voti, perchè non aveano i Goti assai possanza da opporsi nello stesso tempo ai Greci ed all'armi dei Franchi. Bisogna nondimeno immaginare ch'eglino facessero qualche resistenza, scrivendo Mario Aventicense [Marius Aventicensis, in Chron.] sotto il presente anno, che Lantocario condottiere de' Franchi nella guerra romana, trafitto da una freccia e da una lancia, rimase morto. Nè contento di questi progressi il re Teodeberto, macchinava in suo cuore imprese più grandi, per quanto s'ha dallo storico Agatia [Agath., lib. 1 de Bell. Goth.]. Cioè non poteva egli sofferire che Giustiniano Augusto, principe assai dominato dalla passione della vanità, fra i suoi titoli mettesse quelli di alamannico e francico, quasi lor vincitore, quando egli in effetto non avea mai fatta pruova del valore di queste nazioni; o pure volea significar sè stesso loro sovrano, quando i Franchi pretendevano di non aver dipendenza alcuna da lui, e Teodeberto aveva soggiogati e uniti al dominio suo gli Alamanni. Però esso Teodeberto, descritto da Agatia per principe ardito, inquieto, feroce, che andava a caccia di pericoli, e dava nome di fortezze ai tentativi anche più disperati, determinò di muover guerra a Giustiniano, e di andarlo a trovare fino a Costantinopoli. E perciocchè esso Augusto si intitolava ancora gepido e longobardico, sollecitò le nazioni de' Gepidi e de' Longobardi ad imprendere unitamente con esso lui la guerra contra del medesimo imperadore, per vendicare l'affronto che pretendeva fatto a tutte le lor nazioni. Ma in questo gran bollore di pensieri guerrieri la morte senza rispetto alcuno venne a trovar Teodeberto, e mise fine alle sue grandiose imprese. Mario Aventicense riferisce la morte sua un anno dopo la ricupera di Roma fatta da Belisario, e però nel presente anno, il che s'accorda con quanto si dirà all'anno 554 del re Teodebaldo suo figliuolo e successore. Il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron., ad ann. 552, n. 21.] la vuol succeduta nell'anno precedente 547, appoggiato sopra il dirsi da Gregorio Turonense, che dalla morte di esso re sino a quella del re Sigeberto passarono anni XXIX. Ma noi abbiamo troppi esempli d'anni guasti dai copisti. Sigeberto storico [Sigebertus, in Chronico.] fa giugnere la vita di questo principe fino all'anno 550. Scrive Agatia, autore di questi tempi, essere mancato di vita esso Teodeberto nella caccia per cagione di un bufalo selvaggio, mentre Narsete era occupato nella guerra d'Italia. Siccome vedremo, Narsete venne in Italia solamente nell'anno 552. La scarsezza degli storici d'allora fa che non si possano schiarire abbastanza alcuni fatti e i loro tempi precisi. Ma certo Agatia qui prese abbaglio, chiaramente ricavandosi da Procopio che era molto prima succeduta la morte del re Teodeberto.


DXLIX