L'anno XI dopo il consolato di Basilio.
Avea finora l'imperador Giustiniano atteso con gran negligenza agli affari di Italia. Finalmente, come se si fosse svegliato da un grave sonno, tutto si diede a preparare i mezzi per distruggere il regno dei Goti. Eletto Narsete capitan generale delle sue armi in Italia, soprattutto si studiò di provvederlo del maggior nerbo di chi prende a guerreggiare, cioè del denaro, acciocchè con questo assoldasse un fioritissimo esercito, soddisfacesse alle milizie esistenti in Italia, prive da gran tempo di paga, e potesse ancora sedurre i seguaci di Totila. Era Narsete piccolo di statura e gracile, non sapeva di lettere; mai non aveva studiato eloquenza; ma la felicità del suo ingegno, la sua attività e prudenza supplivano a tutto, e compariva mirabile la grandezza dell'animo in quest'uomo, che pur era eunuco [Agath., lib. 1 de Bell. Gothic.]. Adunque così bene assistito Narsete, trasse seco a Salona un'armata, secondo que' tempi, ben poderosa. Imperocchè molta gente aveva egli raccolto da Costantinopoli, dalla Tracia e dall'Illirico, correndo a folla le persone alla fama dei tesori imperiali ch'egli generosamente impiegava. Trovò in Salona le soldatesche già raunate da Germano patrizio e da Giovanni genero d'esso Germano. Seco ancora si unì un corpo di due mila e dugento de' migliori e più scelti Longobardi, che il re Alboino, ad istanza di Giustiniano Augusto, spedì all'impresa d'Italia, colla giunta ancora di tre mila combattenti per servigio de' primi; così che sembrano simili agli uomini d'arme usati nei secoli posteriori in Italia. Inoltre ebbe Narsete tre mila cavalli Eruli, molti Unni, molti Persiani e quattrocento Gepidi con altre non poche truppe d'altri paesi. Restava di trovar la via di condurre in Italia tutto questo esercito. Per mare non appariva, perchè sarebbe stato necessario un immenso stuolo di navi. Per terra bisognava passare per luoghi, dove i Franchi tenevano dei presidii. Narsete senz'altro mandò a dimandare il passaggio ai Franchi, che lo negarono, col pretesto ch'egli menava seco dei Longobardi lor capitali nemici. Segno è questo che i Franchi dovevano aver occupato le città di Trivigi, Padova e Vicenza, o almeno dei luoghi in quelle parti. Certo non erano padroni di Verona. Trovavasi Narsete in grande agitazione per questo, e tanto più perchè si venne a sapere, aver Totila inviato Teia suo capitano col fiore de' Goti alla suddetta Verona per contrastare il passo all'armata nemica, la qual pure, quand'anche i Franchi avessero conceduto il passaggio, non potea tenere altra strada che quella di Verona, essendochè il Po in questi tempi formava delle sterminate paludi dove ora è il Ferrarese con altri paesi circonvicini. Avea inoltre Teia fatti incredibili lavorieri alle rive del Po, acciocchè non restasse aperto adito alcuno per quelle parti ai nemici. Prevalse dunque il parere di Giovanni nipote di Vitaliano, assai pratico de' cammini, il quale consigliò d'istradare l'armata per i lidi del mare Adriatico fino a Ravenna, col condurre seco un sufficiente numero di barche atte a far ponti per valicare i molti fiumi che vanno a sboccare nel mare. Così fu fatto, e felicemente con tutto il suo numeroso oste Narsete pervenne a Ravenna; cosa che non si erano mai aspettata i Goti. Fermatosi quivi nove giorni per rinfrescare e rimettere in lena le truppe, con esse poi s'inviò alla volta di Rimini, al cui fiume e ad uno stretto passo ebbe all'incontro Usdrila capitano di quel presidio, uomo valoroso [Procop., de Bell. Goth., lib. 4, cap. 29.]. La morte di costui fece ritirare i suoi nella città; laonde Narsete continuò il suo viaggio. Ma perchè nella via Flaminia, andando innanzi, si trovava Pietra Pertusa, fortezza quasi inespugnabile, che impediva il passo, voltò Narsete a man destra per valicar l'Apennino. Totila dimorava in questi tempi in Roma, aspettando che da Verona venissero a congiungersi seco le squadre comandate da Teia. Venute queste, ancorchè fossero restati indietro due mila cavalli, mosse l'armata sua, e per la Toscana s'inoltrò sino all'Apennino in un luogo appellato Tagina, alquante miglia lungi dal campo di Narsete postato ad un luogo chiamato i Sepolcri dei Galli. Crede il Cluverio [Cluverius, Ital., lib. 2, cap. 6.] che que' siti fossero tra Matelica e Gubbio, e verso l'antica, ora desolata, terra di Sentino.
Quivi si accinsero amendue le nemiche armate a decidere con un generale conflitto della sorte d'Italia. Procopio, secondo il costume di varii storici greci e latini, ci fa intendere le belle parlate che i due generali avrebbono dovuto fare ai lor soldati per animargli al combattimento. Ma quando, già schierati gli eserciti, si credeva inevitabile il fatto d'armi, Totila si ritirò indietro, per attender due mila combattenti che a momenti doveano arrivare. Arrivati poi questi, si venne alla giornata campale, che fu formidabile, sanguinosa e piena di morti, ma specialmente dalla parte dei Goti. Tacciato fu d'inescusabile imprudenza Totila, perchè ordinò ai suoi di non valersi nella zuffa nè di saette, nè di spade, ma solamente di picche e lance, servendosi all'incontro l'armata di Narsete di tutte le sue armi, fece tal guasto in quelle de' Goti, che finalmente la rovesciò e mise in fuga. Rimasero estinti sul campo circa sei mila Goti; altri si arrenderono, che furono poco appresso tagliati a pezzi dai Greci. Gli altri, coll'aiuto delle loro gambe o de' cavalli, si studiarono di salvare la vita. Sopraggiunse la notte, e Totila fuggendo anche egli cercava di mettersi in salvo. Ma, o sia che nel calore della battaglia fosse stato trafitto da una saetta, mentre al pari dei soldati valorosamente combatteva; o sia che nella fuga da un Gepida appellato Asbabo fosse ferito con una lancia nella schiena (che questo non si sa bene), giunto ch'egli fu ad un luogo chiamato Capra, fu bensì curata la sua ferita, ma da lì a poco di quella morì, e al corpo suo tumultariamente data fu sepoltura. Principe, benchè barbaro di nazione, pure degno d'essere registrato fra gli eroi dell'antichità; tanto era stato il suo valore nelle azioni, la sua prudenza nel governo, la sua vigilanza ed attività nella decadenza d'un regno, che, trovato da lui sfasciato, s'era per sua cura rimesso in assai buono stato. Era eziandio lodata da tutti la sua continenza, e da molti la sua giustizia e clemenza, con altre virtù che meritavano bene un fine diverso. Questa vittoria, quantunque non isterminasse affatto la potenza dei Goti, pure le diede un gran crollo. Narsete, siccome persona ammaestrata nella vera pietà, la riconobbe dal favore e voler di Dio, e non già dalle mani degli uomini. Evagrio [Evagr., lib. 4, cap. 23.] l'attribuisce alla divozione professata dal medesimo Narsete alla beata Vergine madre di Dio, e il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] all'avere in questi tempi Giustiniano, dappoichè avea fatti varii strapazzi e violenze a papa Vigilio, rallentato il suo rigore, con dimostrare di voler pur rimettere in lui le controversie della religione. Ed in tanto il papa se ne stava come esiliato in Calcedone, e ritirato nel tempio di santa Eufemia. Dopo questo felice successo dell'armi cesaree in Italia, attese Narsete a cacciar via i Longobardi seco condotti, perchè costoro barbaramente incendiavano le case, e facevano violenza alle donne, anche rifugiate nei sacri templi. Caricatili dunque di doni, gl'inviò al lor paese, cioè nella Pannonia, ossia nell'Ungheria, facendoli accompagnare da Valeriano e da Damiano suo nipote con un corpo di milizie, affinchè que' Barbari non commettessero disordini nel viaggio. Sbrigato Valeriano da costoro, condusse le sue brigate sotto Verona con pensiero di formarne l'assedio, se il presidio gotico non s'induceva a rendersi. Trovò in essi buona disposizione; ma ciò risaputo dai Franchi acquartierati in quel territorio, tanto si adoperarono, che il trattato andò a monte, e Valeriano si ritirò altrove.
Intanto i Goti scampati dalla battaglia suddetta si ridussero a Pavia, e quivi crearono per loro re Teia figliuolo di Fridigerne, il più valoroso de' loro uffiziali. Trovò egli in quella città parte di quel tesoro che per sicurezza v'avea mandato Totila, e con esso tentò di tirare in lega i Franchi; e nello stesso tempo rimise in piedi un competente esercito. Narsete in questo mentre, dopo aver ordinato a Valeriano che si portasse al Po, per impedire i progressi dei Goti, col suo esercito prese Spoleti, Narni e Perugia, e quindi voglioso di mettere il piè in Roma, colà si portò. Per non tenere occupata tanta gente nella difesa di quell'ampia città, avea il re Totila fatta cingere di mura una picciola parte intorno alla mole d'Adriano, oggidì castello Sant'Angelo, formandovi una specie di fortezza. In essa riposero i Goti il meglio de' loro averi, con farvi buona guardia; del resto della città si prendevano poca cura. Non fu però difficile a Narsete il dare la scalata ad un sito delle mura, dove niuno si trovava alla difesa: con che s'impadronì di Roma. E strettosi dipoi intorno al castello, tal terrore diede a quella guarnigione, che in poco tempo essa capitolò la resa, salve le persone. Racconta qui Procopio, senza saper intendere i giudizii di Dio, come la presa di Roma fatta dai Greci riempiè di giubilo i Romani banditi, subito che l'intesero, e pur questa fu la loro rovina. Perciocchè i senatori, ed altri che erano nella Campania, si mossero tosto per rimpatriare; ma colti dai Goti che tenevano varie fortezze in quelle parti, furono messi a fil di spada. Altri, incontrandosi ne' Barbari che militavano nell'esercito di Narsete, ebbero la medesima sorte. Dianzi ancora aveva il re Totila, allorchè marciava contro a Narsete, scelti da varie città trecento figliuoli dei nobili Romani, sotto pretesto di tenerli come suoi familiari, ma veramente perchè gli servissero d'ostaggio, e gli avea mandati di là dal Po. Trovatili il nuovo re Teia, tutti barbaramente li fece uccidere. Studiossi dipoi questo re, quanto potè, per muovere contra i Greci anche Teodebaldo re dei Franchi, offerendogli una gran somma di danaro; ma non gli venne fatto, perchè non volevano i Franchi spendere il loro sangue in servigio de' Goti, nè de' Greci, e solamente pensavano a far eglino soli la guerra per conquistare ed unire, se avessero potuto, ai lor dominii anche l'Italia. Vennero intanto in poter di Narsete il castello di Porto, Nepi e Pietra Pertusa. Mandò egli dipoi Pacurio, all'assedio di Taranto, altri a quello di Civitavecchia ed a quello di Cuma, nel cui castello Totila avea riposta parte del suo tesoro, e messovi per governatore Aligerno suo minor fratello.
DLIII
| Anno di | Cristo DLIII. Indizione I. |
| Vigilio papa 16. | |
| Giustiniano imperadore 27. |
L'anno XII dopo il consolato di Basilio.
Ho io rapportato all'anno precedente 552 la morte del re Totila e l'elezione di Teia, uniformandomi col Sigonio e col padre Pagi, ancorchè Mario Aventicense, seguitato dai cardinali Baronio e Noris, la riferisca all'anno presente. Certamente Procopio assiste alla prima sentenza, e si veggono altri fatti posticipati d'un anno nella Cronica d'esso Mario. Peggio fa Vittor Tunonense [Victor Turonen., in Chron.], che mette nell'anno susseguente 554 la battaglia in cui Totila fu ucciso. Ma certo coi conti del Pagi [Pagius, Crit. Baron.] e i miei si accorda Teofane [Theoph., in Chronogr.], il quale scrive che nell'anno medesimo in cui morì Menna patriarca di Costantinopoli, correndo l'Indizione XV (la qual morte tutti gli eruditi concedono seguita nell'anno 552 senza dissentirne i cardinali suddetti): in esso anno, dico, nel mese d'agosto arrivarono a Costantinopoli i corrieri trionfali, portando la nuova della gran vittoria ottenuta da Narsete colla morte di Totila, le cui vesti insanguinate e la sua berretta carica di gemme fu presentata a Giustiniano Augusto. Sia nondimeno lecito a me di seguitar Mario Aventicense in un fatto, cioè in rapportare all'anno presente la morte del re Teia, giacchè egli in un anno rapporta la di lui elezione, e nel susseguente la di lui caduta. Teia dunque, a cui premeva forte di conservar Cuma, per non perdere il tesoro quivi rinchiuso, uscito di Pavia, arditamente passando per molti luoghi stretti e per le rive dell'Adriatico, all'improvviso comparve nella Campania. Colà del pari col suo esercito si trasferì Narsete, e giunto verso Nocera alle falde del monte Vesuvio, si trovò a fronte de' Goti, i quali s'erano fortificati alle rive del fiume Dragone. Due mesi stettero quivi le armate, senza che l'una potesse o volesse assalir l'altra. Ma dacchè un Goto, per tradimento, vendè a Narsete tutta la flotta delle navi, onde Teia riceveva, secondo il bisogno, i viveri, allora i Goti attaccarono la battaglia, e combatterono da disperati. Vi rimase morto Teia, dopo aver fatto delle incredibili prodezze; e ciò non ostante seguitarono furiosamente i suoi a combattere. La notte servì a far cessare il conflitto. Ma, fatto giorno, ricominciarono la zuffa, e con tanto vigore menarono le mani, che non si potè mai romperli. Ritiratisi finalmente, e ragunato il consiglio, mandarono a dire a Narsete, che ormai conoscevano essersi Iddio dichiarato contra di loro, e che deporrebbono l'armi, chiedendo solamente di potersene andare per vivere secondo le loro leggi, giacchè intendeano di non servire all'imperadore; siccome ancora di poter portar seco il danaro che cadaun avea riposto in varii presidii d'Italia. Penava Narsete ad accordare queste condizioni, ma Giovanni nipote di Vitaliano, con rappresentargli che non era bene il cimentarsi di nuovo con gente disperata, e che bastava ai prudenti e moderati il vincere, senza esporsi a nuovi pericoli, tanto disse, ch'egli acconsentì. Fu dunque convenuto che quei soldati goti coi loro bagagli speditamente uscissero d'Italia, nè più prendessero l'armi contra dell'imperadore. Mille di essi andarono a Pavia ed oltre Po, e gli altri Goti confermarono quei patti, in guisa che Narsete s'impadronì di Cuma e degli altri presidii. Con che Procopio dà fine all'anno XVIII della guerra de' Goti, terminato nella primavera presente, ed insieme alla sua storia, continuata poi da Agatia, scrittore anch'esso di questi tempi. Ma io dubito forte che sieno state aggiunte al testo di Procopio queste ultime parole, confrontandole con ciò che il suddetto Agatia ci verrà dicendo [Agat., de Bell. Goth., lib. 1.]. Scrive egli adunque, che dopo la convenzione stabilita con Narsete, i Goti parte andarono nella Toscana e Liguria, parte nella Venezia e in altri luoghi, dov'erano soliti di abitare. Si aspettava che adempiessero le promesse fatte, e contenti dei lor beni schivassero da lì innanzi i pericoli, con respirare da tante calamità. Ma poco appresso si diedero a macchinar altre novità e ad intraprendere un'altra guerra. Conoscendo di non poterla far soli, spedirono ai Franchi, per indurli a muoversi contra de' Greci. Qui Agatia fa un bell'elogio de' Franchi, rappresentandoceli, benchè Barbari, pure diversi troppo dagli altri Barbari nella pulizia e nella maniere di vivere, per cui somigliavano piuttosto ai Romani, e massimamente per la religione cattolica da essi ancora professata, e per la giustizia e per la singolare bravura, con cui aveano largamente dilatato il loro dominio, e per la concordia che regnava fra loro. Patisce eccezione quest'ultima lode; e se Agatia fosse vivuto un poco più, forse avrebbe tenuto un differente linguaggio. Regnava allora Teodebaldo, il più potente di quei re, giovinetto dappoco, perchè di sanità meschina. A lui ricorsero i Goti transpadani, ma nol trovarono disposto a voler brighe di guerra.
Gli Alamanni, una delle nazioni germaniche, già tributarii del re Teoderico, e tuttavia idolatri, s'erano dopo la di lui morte soggettati per forza al re Teodeberto, padre d'esso Teodebaldo, e fra essi erano due fratelli, duci di quella nazione, Leutari e Butilino. Da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, de Gestis Longob., lib. 2, cap. 2.] questi è chiamato Buccellino, ed ha questo nome presso Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 32.], e nelle Croniche di Mario Aventicense [Marius Aventicens., in Chron.] e del Continuatore di Marcellino conte [Continuator Marcellini Comitis, in Chron.]. Costoro, veggendo che il re Teodebaldo preferiva il gusto della pace ad ogni guadagno, presero essi l'assunto di far la guerra in Italia ai Greci, invaniti della speranza di grandi conquiste e d'immenso bottino, sprezzando soprattutto Narsete, per essere eunuco ed allevato solamente fra le delizie della corte. Certo nol doveano ben conoscere. Però adunato un esercito di ben sessantacinque mila tra Alamanni e Franchi, calarono in Italia. Narsete, benchè non abbastanza informato di questi movimenti, ai quali probabilmente fu dato impulso dai Goti, vivente ancora il re Teia, piuttosto che dopo la sua morte, come credette Agatia, pure, per prevenir gli sforzi altrui, attese a conquistar le fortezze che nella Toscana erano tuttavia in mano dei Goti: segno che la convenzione fatta tra essi dopo la vittoria riportata contro Teia, o non era stata seguita, o riguardò solamente i soldati goti che intervennero al fatto d'armi con Teia. Ma premendogli maggiormente l'acquisto di Cuma, perchè in quel forte castello aveano i Goti ricoverate le loro più preziose cose, colà passò con tutto l'esercito, e l'assediò. V'era alla difesa Aligerno, fratello del defunto Teia, uomo di mirabil forza, che in tirar d'arco non avea pari. Furono fatte più mine per far cadere le mura; furono dati varii assalti: tutto riuscì inutile. Pertanto Narsete, avendo ormai intesa da sicuri avvisi la calata di Leutari e di Butilino con sì grossa armata, e l'arrivo d'essi di qua dal Po, non volle più perdere tempo intorno a Cuma; lasciato quivi un corpo di truppe bastevole per tener bloccata quella fortezza, passò in Toscana col resto dell'armata. Di colà spedì la maggior parte de' suoi sotto il comando di Fulcari, capitano degli Eruli, di Giovanni nipote di Vitaliano, di Artabano e d'altri condottieri verso il Po, con ordine d'impedire, per quanto permettevano le loro forze, i progressi dei Franchi ed Alamanni. Attese egli intanto ad altri vantaggi in Toscana. A lui si sottoposero Civitavecchia, Firenze, Volterra, Pisa e gli Alsiensi, creduti oggidì quei di Palo. I soli Lucchesi vollero far fronte, e quantunque avessero capitolato di arrendersi, qualora nello spazio di trenta dì non venisse loro un tal soccorso che fosse capace di combattere in campagna aperta, ed avessero dati gli ostaggi; pure, spirato il termine, mancarono di parola, sperando che di dì in dì arrivassero i Franchi. Fu consigliato Narsete di uccidere gli ostaggi in faccia agli assediati spergiuri. Egli inclinato alla misericordia, e riguardando come iniquità il punir gl'innocenti in luogo dei colpevoli, fece condurre gli ostaggi presso alle mura, ed intimò ai cittadini l'esecuzione delle promesse, minacciando di morte i lor parenti. Ricusando essi di farlo, ordinò che si decollassero, quei miseri, il carnefice diede colla spada i colpi, ma Narsete avea fatto metter loro un collare di legno coperto dai panni, per cui niun nocumento ebbero eglino, e, secondo il concerto fatto, finsero di stramazzar come morti. Allora un gran pianto e grido s'alzò per la città. Narsete promise di risuscitar quegli uomini, se si arrendevano, e fu accettata la proposizione. Ma dappoichè videro in salvo i suoi, nè pur vollero questa fiata mantener la parola. Narsete, in vece di pensare alla vendetta, mise in libertà gli ostaggi, i quali poscia tanto esaltarono l'affabilità e rettitudine del generale cesareo, che quel popolo cominciò a deporre tanta durezza. Erano già entrati i Franchi in Parma. Si avanzò spropositatamente e senza ordine verso quella città Fulcari condottiere degli Eruli, inviato colà da Narsete. Nascosi i Franchi nell'anfiteatro ch'era fuori della città, gli furono addosso, e per quanta difesa egli facesse, rimase morto sul campo con quei che non poterono fuggire. Intanto i Goti abitanti nella Liguria ed Emilia, che aveano poc'anzi fatta pace ed amistà, ma finta, coi Greci, udendo gli avanzamenti de' Franchi, ruppero i patti e si gittarono nel loro partito. Per lo contrario i capitani di Narsete, scorgendo sè stessi inferiori di forze, e che i Goti spalancavano le porte delle terre subitochè arrivavano i Franchi, credettero ben fatto di ritirarsi nelle vicinanze di Ravenna. Mandò Narsete a rimproverarli di codardia, e tanta forza ebbero le di lui riprensioni, che ritornarono alla volta di Parma, e lì presso s'accamparono. Allora Narsete maggiormente affrettò l'assedio di Lucca, dov'erano entrati dei comandanti franzesi, e tuttochè con assalti, mangani e fuochi offendeva la città, tantochè finalmente la guarnigione, dopo d'essersi sostenuta per tre mesi, trattò di rendersi, ed ottenne il perdono del passato, con allegria ammise entro la città i Greci. Dopo di che Narsete si trasferì a Ravenna, e trovandosi nella vicina Classe, ebbe il contento di veder comparire Aligerno, fratello del morto re Teia, che saggiamente pensando all'avvenire, e nulla di bene sperando dalla parte dei Franchi, intenti solamente al proprio interesse e vantaggio, venne a proporgli la resa di Cuma da tanto tempo assediata, con farla valere in suo pro. Senza difficoltà si conchiuse presto l'affare, e venne quella forte rocca in poter delle sue genti con tutto o quasi tutto il tesoro, che ivi si conservava sì della corona, come de' particolari Goti. Riuscì ancora a Narsete di mettere il piede in Rimini per amichevol accordo coi Varni, che v'erano di presidio, e presero partito nell'armata imperiale. Disfece inoltre un corpo di due mila Franchi, i quali sbandati erano giunti fino ai contorni di Ravenna, mettendo tutto a sacco. E perciocchè il verno chiamava ognuno a quartiere, egli da Ravenna passò a Roma, dove si trattenne tutto quel tempo, addestrando intanto in continui esercizii il suo esercito per averlo pronto alla primavera ventura. Fu in quest'anno tenuto in Costantinopoli il quinto concilio generale, per terminare la fastidiosa controversia dei tre capitoli. Perchè non consentì papa Vigilio alla condanna dei medesimi, Giustiniano Augusto con iscandalosa prepotenza il cacciò in esilio con altri vescovi ch'erano del suo parere. Ciò non ostante, vedremo prosperate l'armi sue in Italia: il che dovea fare accorto il cardinal Baronio, che i giudizii di Dio sono occulti, e questo non essere il paese, dov'egli faccia sempre giustizia col punire i cattivi e premiare i buoni, ma riserbarlo egli al mondo di là.