Anno diCristo DLXXXV. Indizione III.
Pelagio II papa 8.
Maurizio imperadore 4.
Autari re 2.

L'anno II dopo il consolato di Maurizio Augusto.

Con gli affari d'Italia va congiunto in quest'anno un fatto spettante alla Spagna. Erano ariani i Goti, ossieno i Visigoti, che nella maggior parte di quel regno signoreggiavano. Ermenegildo figliuolo maggiore di Leovigildo re di quella nazione, dappoichè ebbe presa per moglie Ingonda figliuola di Sigeberto re dei Franchi, a persuasione di lei abbracciò la religion cattolica. Perciò nacquero dissensioni fra lui e il padre ariano; ed egli in fine si ribellò, e ne seguì fra loro guerra. Per attestato di Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 5, cap. 39.], Ermenegildo stando in Siviglia, ricorse per ajuto al generale dell'imperadore, che allora facea guerra in Ispagna; mandò anche san Leandro vescovo di quella città a Tiberio Costantino imperadore, per avere il suo patrocinio. Ma il re Leovigildo suo padre con un regalo di trentamila soldi d'oro fece in maniera, che il generale dell'imperadore abbandonò quel povero principe, astretto dipoi a mettersi nelle mani del padre. Fu mandato in esilio, e finalmente messo in prigione, dove perchè non volle mai acconsentire di abbandonar la religion cattolica, d'ordine del re suo padre tolto fu di vita nell'anno presente. Quantunque l'abate Biclariense [Abbas Biclariensis, in Chron.] e sant'Isidoro [Isidor., in Chron. Gothor.] non abbiano avuta difficoltà di chiamarlo tiranno, perchè si rivoltò contro il padre; tuttavia essendo certo ch'egli, piuttosto che abiurar la vera fede, rinunziò alla speranza del regno e sostenne la morte, perciò è onorato come martire dalla Chiesa di Dio: intorno a che si può vedere il bel racconto che ne fa san Gregorio il grande [Gregor. Magnus, Dialog.], suo contemporaneo. Ingonda sua moglie dagli uffiziali greci fu inviata a Costantinopoli; ma nel viaggio avendo fatta scala nell'Africa, quivi diede fine a' suoi giorni. Dal che vegniamo a conoscere che tuttavia restava in Ispagna qualche città di dominio degl'imperadori, dove tenevano governatori e milizie di qualche polso: se pur non si volesse dire che dalle isole Baleari, o dalla vicina Africa, posseduta allora dagl'imperadori, passassero le soldatesche cesaree in ajuto di Ermenegildo. Ora accadde, secondochè abbiam dal suddetto Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 8, cap. 18.] e da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 23.], che furono inviati in quest'anno medesimo dei legati da Maurizio imperadore al re Childeberto, per ripetere da lui l'oro che gli era stato pagato per far la guerra ai Longobardi. Questo re, perchè correa voce che la suddetta Ingonda sua sorella fosse stata trasportata a Costantinopoli, e gli premeva o di riaverla o di vederla ben trattata, s'indusse di nuovo a spedire l'esercito suo in Italia ai danni de' Longobardi. Ma ossia che trovassero qui più duro il terreno di quel che si pensavano, oppure, come vuole esso Turonense, che nascesse discordia fra i capitani franchi ed alamanni di quell'armata, se ne tornarono tutti indietro senza aver fatto un menomo guadagno. Non ben apparisce a quali anni s'abbiano da riferire le imprese di un certo Drottulfo, di cui tenne conto il suddetto Paolo Diacono. Mi sia permesso il farne qui menzione, ancorchè io supponga che in questi tempi fosse tregua fra i Greci e Longobardi. Costui era di nazione svevo, ossia alamanno. Fu fatto prigione dai Longobardi; ma pel suo valore andò tanto innanzi, che da' medesimi fu alzato al grado di duca, o pure di capitano. Ribellatosi poi dai medesimi, passò a Ravenna, e in servigio de' Greci fece molte prodezze. La prima fu di prendere la città di Brescello, posta alla riva del Po tra Parma e Reggio, dove stando con un buon presidio infestava forte le vicine città de' Longobardi. E perciocchè Faroaldo, duca di Spoleti, siccome dicemmo, avea presa la città di Classe, con lasciarvi una buona guarnigione che formava come un blocco alla città di Ravenna, Drottulfo, o Drottolfo, messa insieme una flotta di picciole barche nel fiume Badrino (creduto dal Baudrand [Baudr. Geograph., tom. 1.] per errore il Santerno), e riempiutala di valorosi fanti, con quella assalì il presidio longobardo di Classe, e l'astrinse alla resa. Ma il re Autari, a cui pareva una spina sul cuore la città di Brescello, perchè posta in mezzo alle sue città, ne intraprese l'assedio: è ignoto in qual anno. V'era dentro il suddetto Drottolfo, che fece una gagliarda difesa. Veggendo egli finalmente di non poter più sostenerla, o in vigore di una capitolazione, o pure per via del Po, si ritirò a Ravenna, lasciando quella città in poter d'Autari, che ne fece spianar tutte le mura. Da lì innanzi Brescello, già città episcopale, andò perdendo la sua dignità, ritenendo nondimeno anche oggidì il credito di una riguardevol terra, sotto il dominio degli estensi duchi di Modena. Venne poi a morte Drottolfo in Ravenna, e fu seppellito presso la chiesa di san Vitale con un'iscrizione in versi, rapportata da Paolo Diacono, da Girolamo Rossi e da altri. In quest'anno ragionevolmente si può credere richiamato san Gregorio da Pelagio papa a Roma, dove, benchè si ritirasse di nuovo a vivere nel monistero di sant'Andrea, pure era molto adoperato nel sacro ministero dal medesimo pontefice. Invece di lui fu inviato a Costantinopoli per apocrisario Lorenzo arcidiacono della santa romana Chiesa.


DLXXXVI

Anno diCristo DLXXXVI. Indizione IV.
Pelagio II papa 9.
Maurizio imperadore 5.
Autari re 3.

L'anno III dopo il consolato di Maurizio Augusto.

Racconta Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 18.] che dopo la presa di Brescello il re Autari conchiuse una tregua di tre anni coll'esarco di Ravenna Smaragdo. Io per me inclino a credere che nell'anno 584 questa tregua possa essere succeduta. La crede fatta il cardinal Noris [Noris, de Synod. V, cap. 9, §. 4.] nell'anno presente, e però stima parimente scritta nel medesimo una lettera di papa Pelagio ad Elia arcivescovo d'Aquileia, e ai vescovi suoi suffraganei, per rimuoverli dallo scisma [Labbe, Concilior., tom. 5.]. Comincia essa lettera con queste parole: Quod ad dilectionem vestram, ec., e fra l'altre cose dice il papa di non aver loro scritto prima per cagion delle guerre. Postea ergo quam Deus omnipotens pro felicitate christianorum principum per labores atque solicitudinem filii nostri excellentissimi Smaragdi exarchi, et chartularii sacri palatii, pacem nobis interim, vel quietem donare dignatus est, cum omni solicitudine festinamus praesentia ad vos scripta dirigere. Ma se poi non sappiam di certo l'anno della tregua, neppure possiam francamente asserir quello della lettera di papa Pelagio. Il padre Pagi, mettendo nel presente anno la lettera suddetta, dubita poi se la stessa tregua fosse stabilita nell'anno 584, o pure in questo anno, senza por mente ch'egli pretende eletto re solamente nell'anno presente Autari, ed attribuendo Paolo Diacono essa tregua al medesimo Autari, conseguentemente, secondo i conti del padre Pagi, non potè essa succedere nell'anno 584, ma può ben essere succeduta, secondo i miei conti, perchè in esso anno 584, a mio parere, Autari cominciò a regnare. Quello ch'è certo, nulla profittò con questa lettera il pontefice Pelagio. Elia arcivescovo coi suoi suffraganei dell'Istria, al vedere che il papa s'addirizzava a lui con preghiere, maggiormente alzò la testa; e a Roma bensì mandò la risposta per alcuni suoi messi, ma con ordine di nulla aggiugnere in voce a quanto si conteneva nella lettera di risposta. Tornò di nuovo papa Pelagio, senza perdersi d'animo, a scrivere delle lettere a que' vescovi scismatici, ma con trovarli sempre più indurati nella loro opinione. Allorchè Paolo Diacono scrisse [Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 20.]: Hic Pelagius Heliae Aquilejensi episcopo, nolenti tria capitula chalcedonensis synodi suscipere, epistolam satis utilem misit, quam beatus Gregorius, quum esset adhuc diaconus, conscripsit: ci fa intendere che Elia non volle accettare i tre capitoli del concilio calcedonense, come condannati nel quinto concilio. Ed in fatti esso autore [Idem, ibid., cap. 26.] riconosce di sotto che gli arcivescovi di Aquileja non voleano comunicare coi condannatori dei tre capitoli.


DLXXXVII