L'anno XIII dopo il consolato di Maurizio Augusto.

Si andava tuttavia maneggiando l'affare della pace tra il re Agilolfo e l'esarco di Ravenna. Ma perciocchè non mancavano persone che per privati riguardi attraversavano il pubblico bene, s. Gregorio [Gregor. Magnus, lib. 6, ep. 30 et 31.] diede incumbenza a Castorio suo notaio residente in Ravenna di sollecitar questo aggiustamento, senza il quale soprastavano dei gravi pericoli a Roma stessa e a diverse isole. Ma in Ravenna da gente maligna fu di notte attaccato alle colonne un cartello in discredito, non solo del suddetto Castorio, ma del medesimo papa, quasichè per fini storti amendue promovessero l'affare di essa pace. S. Gregorio ne scrisse a Mariniano arcivescovo, al clero, ai nobili, ai soldati e al popolo di quella città, con ordinare che pubblicassero la scomunica contra gli autori d'esso cartello. Nella Campania dovette esser guerra in questo anno, ed in essa furono presi molti Napoletani dai Longobardi. Non fu pigro il pietoso cuore del pontefice romano a scrivere tosto ad Antemio suddiacono, suo agente in Napoli [Idem, ib., ep. 35.], con inviargli una buona somma di danaro per riscattare chiunque non avea tanto da potere ricuperare la libertà. In quest'anno ancora l'infaticabil papa prese la gloriosa risoluzione di spedire in Inghilterra s. Agostino monaco del monistero di s. Andrea di Roma, con altri compagni, a fin di convertire alla fede di Cristo gli Anglo-Sassoni, Barbari che da gran tempo aveano occupata la maggior parte della Bretagna maggiore. Questa memorabil impresa è una di quelle, per le quali il santo pontefice specialmente si acquistò il titolo di grande, e quello ancora di apostolo dell'Inghilterra, titolo parimente dato al medesimo Agostino, che fu creato primo arcivescovo di Cantuaria, e fece delle maraviglie per ridurre que' popoli alla greggia di Cristo. Riferisce Beda [Beda, Hist. Angl., lib. I, cap 23.] una lettera di s. Gregorio papa, rapportata anche da Gotselino [Gotselinus, in Vita S. August. Cantuar. n. 7 et 8.] nella vita del suddetto s. Agostino, e scritta die X kalendas augusti, imperante D. N. Mauricio Tiberio piissimo Augusto, anno XIV post consulatum ejusdem domini nostri anno XIII, Indictione XIV. Leggonsi le medesime note cronologiche in un'altra lettera del medesimo papa ad Eterio vescovo, oppure a Virgilio vescovo, o ad altri (il che poco importa), riferita dal medesimo Gotselino. Ora queste indicano precisamente il presente anno, perchè nel dì 25 luglio dell'anno 596 correva tuttavia l'anno quattordicesimo dell'imperio di Maurizio, e l'indizione quattordicesima. E perciocchè in questo tempo concorre l'anno decimoterzo dopo il consolato di esso Augusto, si viene a conoscere aver io fondatamente messo il consolato di Maurizio nell'anno 583, contro il parere del padre Pagi. Seguì nell'anno presente la morte ben frettolosa di Childeberto II, potentissimo re dell'Austrasia e della Borgogna, che avea recato tanti fastidii ai Longobardi e tanti danni alla Italia. Non avea più di venticinque o ventisei anni d'età; ed essendo pur morta nello stesso giorno, o poco dopo, la regina Faileuba sua moglie, fu creduto che amendue fossero portati via dal veleno; ed alcuni scrittori moderni ne han fatto cadere il sospetto sopra la regina Brunechilde sua madre, principessa che nulla trascurò per regnare. Ma nulla di ciò dicendone gli antichi, niun fondamento v'ha di questa diceria. Lasciò due figliuoli piccioli, Teodeberto re dell'Austrasia, e Teoderico re della Borgogna. Abbiamo da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 11 et 14.] che il re Agilolfo mandò, non si sa in qual anno, ambasciatori ad esso re Teoderico, o, per dir meglio, alla suddetta regina Brunechilde, che come tutrice de' nipoti governava gli stati, e stabilì una pace perpetua con esso. Racconta il medesimo storico che circa questi tempi si videro per la prima volta in Italia de' cavalli selvatici e de' bufali, che erano riguardati per maraviglia dagl'Italiani. E perciocchè Romano esarco era pertinace in non voler la pace, apprendiamo da una lettera di san Gregorio [Gregor. Magnus, lib. 4, ep. 60.] ad Eulogio patriarca d'Alessandria, che i Romani pagavano la pena dell'iniquità di costui, scrivendo egli con sommo dolore, che non passava giorno senza qualche saccheggio, o morti, o ferite di quel popolo a cagion della guerra coi Longobardi. Da un'altra lettera del medesimo santo pontefice, scritta a Teottista patrizia [Idem, lib. 7, ep. 26.], ricaviamo che in questo anno essi Longobardi condotti o spediti da Arichi, ossia da Arigiso duca di Benevento, presero la città di Crotone, oggidì Cotrone nella Calabria ulteriore, e condussero via schiavi molti uomini e donne, pel riscatto dei quali si affaticò la non mai stanca carità di questo inclito papa. Non apparisce che i Longobardi si mantenessero in quella città, troppo esposta alle forze marittime de' Greci.


DXCVII

Anno diCristo DXCVII. Indizione XV.
Gregorio I papa 8.
Maurizio imperadore 16.
Agilolfo re 7.

L'anno XIV dopo il consolato di Maurizio Augusto.

Siam qui abbandonati dalla storia, senza sapere qual fatto rilevante accadesse in quest'anno in Italia, a riserva delle azioni di s. Gregorio magno papa nel governo della Chiesa di Dio, che si possono leggere presso il cardinal Baronio e nella vita scrittane dai monaci Benedettini di s. Mauro. Certo durava tuttavia la guerra fra i Longobardi e i sudditi del romano imperio; ed essendo sì confusi i confini delle due diverse giurisdizioni, facile è che succedessero delle ostilità fra le due parti. Avevano i Greci mantenuto fin qui il loro dominio, non solamente nell'esarcato di Ravenna e nel ducato romano, ma ancora in Cremona, in Padova ed in altre città, massimamente marittime, ed anche Mantova era tornata alle loro mani. Non si sa intendere come i Longobardi più poderosi de' Greci non formassero l'assedio o il blocco di tali città che cotanto s'internavano ne' loro stati. Ma forse non istettero colle mani alla cintola, e noi solamente per mancanza di memorie, delle quali era privo anche Paolo Diacono, non abbiam contezza degli avvenimenti d'allora. Si crede nondimeno che san Gregorio papa in inscrivendo a Gennadio patrizio ed esarco dell'Africa [Gregor. Magnus, lib. 4, ep. 3.], gli raccomandasse in quest'anno di vegliare alla sicurezza dell'isola di Corsica, sottoposta al governatore dell'Africa, perchè temeva di uno sbarco dei Longobardi in quell'isola e nella vicina Sardegna, come in fatti da lì a non molto accadde. Abbiamo poi da Teofilatto [Theophilact. l. 8, cap. 11.] che verisimilmente nell'anno presente caduto infermo Maurizio Augusto, fece testamento, in cui lasciò l'imperio d'Oriente a Teodosio Augusto, il maggiore de' suoi figliuoli, e l'Italia colle isole adiacenti a Tiberio suo figliuolo minore. Egli poi si riebbe da quel malore. Quanto meglio avrebbe egli operato se avesse inviato in Italia questo suo secondogenito! Sarebbe stata in salvo la di lui vita: e forse la presenza di questo principe avrebbe rimesso in migliore stato gli affari d'Italia. Non so dire se intorno a questi tempi terminasse i suoi giorni in Ravenna Romano patrizio ed esarco, uomo nemico della pace, e che pescava meglio nel torbido. Pare che si possa ricavare da un'epistola di s. Gregorio [Greg. Magnus, lib. 7, ep. 29.], che venisse in quest'anno a Ravenna Callinico suo successore, personaggio di massime più diritte e più riverente verso il santo pontefice Gregorio. Certo è solamente che esso esarco si trova in Ravenna nell'anno 599. Negli Atti de' santi [Acta Sanctorum Bolland. ad diem 13 junii.], raccolti ed illustrati dal padre Bollando e da' suoi successori della Compagnia di Gesù, abbiamo la vita di s. Ceteo vescovo di Amiterno, città florida una volta, ed oggidì distrutta, dalle cui rovine nacque la moderna città dell'Aquila, distante cinque miglia di là. Ivi è detto ch'egli era vescovo di quella città ai tempi di s. Gregorio il grande e di Faroaldo duca di Spoleti, nel cui ducato era compreso Amiterno. Furono deputati al governo di essa terra due Longobardi ariani, come erano i più di questa nazione, chiamati Alais ed Umbolo. Per la lor crudeltà Ceteo vescovo se ne fuggì a Roma, e fu a trovare il santo papa Gregorio. Richiamato dal popolo alla sua residenza, godeva egli quiete e pace, quando Alais inviperito contro del compagno, mandò segretamente a Veriliano conte d'Orta, città che doveva essere allora in poter dei Greci, acciocchè venisse una notte alla distruzion di Amiterno. Andarono gli Ortani; ma scoperto a tempo il lor tentativo, furono ripulsati. Alais restò convinto del tradimento, e perchè il vescovo Ceteo volle salvargli la vita, fu preteso complice, e però barbaramente gittato nel fiume Pescara ivi si annegò, e ne fu poi fatto un martire. In quella leggenda v'ha delle frottole: contuttociò non è da disprezzare il racconto suddetto.


DXCVIII