Le dissensioni che bollivano fra i principi de' Saraceni, diedero campo in quest'anno all'imperadore Costante, per quanto vien raccontato da Teofane [Theoph., ibidem.], di passar coll'esercito suo ne' paesi posseduti degli Sclavi o vogliam dire Schiavoni, che negli anni addietro aveano danneggiato cotanto le provincie del romano imperio. Se si ha da prestar fede a quello storico, che solo ci dà lume per gli avvenimenti della Grecia in questi tempi, a lui riuscì di soggiogare il loro paese, e di condur via una gran copia di prigioni. Ma si stenterà a credere che egli sottomettesse al suo dominio quei Barbari, dacchè noi li troveremo più vigorosi che mai, andando innanzi. Forse tolse loro qualche parte delle loro contrade, ma non già tutto il regno loro. Lasciò scritto il medesimo storico che in quest'anno esso imperador Costante, ad istigazione de' monoteliti, fece tagliar la lingua a san Massimo abate, cioè a quell'infaticabile e glorioso campione, che in questi tempi fu il flagello dei monoteliti, e valentissimo difensore della vera dottrina della Chiesa. Ma il Pagi pretende che ciò succedesse molto più tardi. Elmacino poi [Elmacinus, lib. 1, cap. 4, pag. 38.] ci fa sapere che fu disputato forte in quest'anno tra i due pretendenti Saraceni il possesso dell'Egitto, e che in fine riuscì a Muavia di abbattere in quelle parti gli uffiziali di Alì, e di diventarne padrone: il che si dee intendere fatto anche della Palestina. Nè si legge che l'imperador Costante fin qui profittasse punto del tempo propizio che gli offeriva la fortuna di poter ricuperare alcuno dei tanti paesi occupati al greco imperio dalla nazione arabica. Solamente nell'anno seguente l'addormentato principe si dovette svegliare.


DCLIX

Anno diCristo DCLIX. Indizione II.
Vitaliano papa 3.
Costantino, detto Costante, imperatore 19.
Ariberto re 7.

Ebbe timore in questi tempi Muavia, cioè uno de principi contendenti dell'imperio saracenico, e padron della Soria e dell'Egitto, che l'imperador Costante potesse assalirlo alle spalle, quando egli si trovava cotanto impegnato nella guerra col suo oppositore Alì; e però s'indusse a chieder pace da esso Augusto, con obbligarsi di pagargli ogni giorno dell'anno mille nummi, un cavallo ed un servo. Ma, se è vero ciò che scrive Cedreno [Cedren, in Annalib.], questa pace non fu accettata da Costante. Abbiamo poi dagli atti del concilio sesto ecumenico [Acta Synodi VI, Act. 15.] che in quest'anno dal medesimo imperador Costante furono dichiarati Cesari i due suoi figliuoli Eraclio e Tiberio. Il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl., ad ann. 659.], che sotto quest'anno, cioè fuor di sito, rapporta la morte di Rodoaldo re de' Longobardi, con dire succeduto a lui nel trono il re Ariberto, fa sapere ai lettori, che i re longobardi essendo tuttavia ariani, davano molto da fare ai vescovi cattolici che difendeano la religione cattolica. Fra questi, dice egli, specialmente si distinsero Giovanni per soprannome chiamato il buono, arcivescovo di Milano, e Giovanni vescovo di Bergamo, che andavano concordi in sostener la fede cattolica. L'un d'essi, cioè il secondo, in sì fatto combattimento si guadagnò la gloria del martirio, come si ha dalle memorie di quella Chiesa, non restando però gli atti del suo martirio. L'altro, ancorchè non conseguisse la corona de' martiri, pur meritò d'essere scritto nel catalogo de' santi. Della santità di questi due vescovi siam d'accordo col cardinale annalista: il resto è tutto immaginazione. In questi tempi il re de' Longobardi Ariberto, al pari della buona regina Teodelinda sua zia paterna, professava la religion cattolica, nè si sa per documento alcuno autentico che dai re longobardi fosse fatta la menoma persecuzione ai vescovi o fedeli della Chiesa cattolica. San Giovanni buono tranquillamente governò il suo gregge ambrosiano, nè resta memoria che alcuno o l'inquietasse o gli torcesse un capello. Di Giovanni vescovo di Bergamo, siccome vedremo, come di un prelato santo, parla Paolo Diacono, ma niun altro riscontro degno di attenzione si ha per crederlo morto martire. Il Muzio, che ce ne diede la storia, fabbricolla col suo cervello, inventore di altre imposture. E chiunque legge la farragine delle storie di Bergamo di fra Celestino cappuccino [Celest. in Istor. di Bergam., part. II, lib. 14.], truova non rade volte un miscuglio di favole e di cose solamente immaginate, ma non provate. Quel che è più, non s'accorse egli, nè s'accorsero altri scrittori di quella città, che il fondamento del martirio di quel santo vescovo fu preso dalla seguente iscrizione, che dicono trovata nell'antica cattedrale:

HIC REQVIESCIT IN PACE B. M. JOANNES
EPS. QUI VIXIT ANN. M. I. XXII.
DP. SV. K. D. IND. IIII. IMPER.
IVSTINIANO.

Benchè v'abbia degli spropositi, e specialmente in quegli anni e mesi, pure si può credere che leggendo sub kalendis decembris (l'Ughelli [Ughellius, tom. 4 Italia Sacr. in Episcop. Bergam.] legge XII kal. decembr.) si possa riferir la morte di san Giovanni vescovo bergamasco all'anno di Cristo 690, nel cui dicembre correva l'indizione quarta, e regnava Giustiniano II; e si sa da Paolo Diacono che appunto in que' tempi visse il vescovo suddetto. Fra Celestino di suo capriccio andò a sognare un altro san Giovanni vescovo a' tempi di Giustiniano I Augusto, per moltiplicare i santi alla sua Chiesa. E inoltre ricavò dalle due lettere B. M. ch'egli era stato beatus martyr. Ma, siccome osservò anche a' suoi tempi l'Ughelli, altro quelle parole non vogliono dire, se non bonae memoriae; e però santo sì, ma non martire è da dire quel glorioso vescovo, di cui tornerà occasion di parlare più abbasso, nè luogo resta ad imputare a questi re longobardi persecuzione alcuna della Chiesa cattolica.


DCLX