Non Claudio, come scrisse il Panvinio, ma Caio Ceionio Rufio Volusiano, come risulta dalle leggi del Codice Teodosiano [Gothofr., Prosop. Cod. Theodos.], sostenne in quest'anno la prefettura di Roma. L'aveva egli goduta anche nell'anno 364. Presero nell'anno presente la trabea consolare i due Augusti, perchè si celebravano i decennali del loro imperio. Abbiamo da Simmaco [Symmachus, lib. 10, cap. 26.] che, in occasione di tal festa, il senato romano fece un considerabil regalo di danaro non solamente a Valentiniano, ma anche a Valente, tuttochè questi non comandasse a Roma. Parimente ci resta un panegirico di Temistio sofista [Themistius, Orat. XI.] in lode di esso Valente, recitato, secondo tutte le apparenze, non già in Costantinopoli, ma bensì in Antiochia, dove per questi tempi fece esso Augusto lunga dimora. Per testimonianza delle leggi spettanti all'anno presente, Valentiniano si truova in Treveri nel mese di aprile, e nel seguente giugno in Milano, dove si scorge ch'egli fece dimora almen sino al novembre, senza apparire alcuna delle azioni sue. A lui nondimeno non mancarono le applicazioni, perchè forse nel precedente anno s'era formata in Africa la sollevazion di Fermo, e questa gli dava non poco da pensare. Era costui [Ammian., lib. 29, cap. 5.] figliuolo di Nabal, polente principe fra i Mori, ed avea molti fratelli. Perchè uno di essi appellato Zamma si era molto introdotto nella confidenza di Romano conte, governatore di quelle provincie, Fermo segretamente il fece ammazzare. Caricato per questo da Romano di varie accuse alla corte di Valentiniano, e vedendo egli in pessimo stato e pericolo i proprii affari, prese il partito della disperazione, con ribellarsi, e sollevar varie nazioni di que' Mori, gente già disgustata per la strabocchevol avarizia degli uffiziali romani [Aurelius Victor, in Epitome. Augustinus, contr. Parmen., lib. 1, cap. 10.]. Preso il titolo di re e il diadema, aspra guerra fece nella Mauritania e in altre provincie ai Romani, con impadronirsi di varie città, e rallegrare i seguaci suoi col sacco di quelle contrade. Questo incendio obbligò Valentiniano Augusto a spedire in Africa un buon corpo di milizie, alle quali diede per generale Teodosio conte, il più valoroso e prudente uffiziale di guerra ch'egli avesse in questi tempi. L'arrivo e la riputazione di Teodosio, sostenuta dalle forze seco menate, bastò per consigliar Fermo ad implorar il perdono, ma non osò già di comparir davanti al generale cesareo, se non dappoichè questi ebbe ripigliate varie città, e date due rotte alle genti di lui. Allora, dicendo daddovero, spedì alcuni vescovi a trattar di sommessione e grazia, e con esso loro, acciocchè restassero per ostaggi, varii parenti suoi. Fu egli dipoi ammesso da Teodosio all'udienza, ottenne il perdono e la libertà, e restituì i prigioni. Continuò poscia Teodosio il suo viaggio contra dei ribelli, e s'impadronì della ricca città di Cesarea, creduta da molti l'Algeri moderno; ma non tardò ad accorgersi dalla mala fede di Fermo, perchè lo spergiuro tornò all'armi, e diede più che mai da fare ai Romani. Seguirono perciò varii e dubbiosi combattimenti, ma per lo più favorevoli a Teodosio, il quale continuò la guerra nell'anno seguente, e forse anche nell'altro appresso; finchè, vedendosi ormai Fermo in rischio di cader vivo nelle mani di Teodosio, da sè stesso, con lo strangolarsi, si liberò dai soprastanti pericoli, e colla sua morte tornò la tranquillità in quelle provincie. Ammiano diffusamente descrive tal guerra e i fatti del suddetto generale Teodosio.
In questi tempi (se pur è possibile il registrare agli anni precisi gli avvenimenti d'allora) Valente Augusto, come poco fa accennai, dimorava in Soria, e specialmente nella capital d'essa, cioè in Antiochia. Seppe egli [Ammian., lib. 29, cap. 1.] che Sapore re di Persia finalmente era in moto con possente armata per passare nella Mesopotamia romana, e però contra di lui spedì Marciano conte e Vadomario già re di una parte dell'Alemagna, con ordine nondimeno di stare all'erta, e di non cominciar essi le ostilità, se non forzati, affinchè non a sè, ma ai Persiani si attribuisse la rottura della pace. Appena conobbe il barbaro re tali essere le forze romane, che giuoco troppo pericoloso era il venire ad una battaglia campale, si contentò di consumar la campagna con varie scaramuccie solamente, ora vantaggiose ed ora infelici, tanto che, giunto l'autunno, e conchiusa una tregua, amendue le armate si ritirarono ai quartieri del verno. Scrive Ammiano che Sapore se ne tornò a Ctesifonte, e Valente imperadore ad Antiochia, dove poi succedette la scena di Teodoro, di cui parleremo all'anno seguente. Ma non lascio io di dubitare, se al presente appartenga il detto di sopra, perciocchè abbiamo due leggi del medesimo Valente [Gothofred., Chronol. Cod. Theod.], date nel dicembre di quest'anno in Costantinopoli, che non si accordano col racconto di Ammiano, il qual pure, siccome storico contemporaneo, non dovrebbe in tal circostanza fallare. Secondo i conti del padre Pagi [Pagius, Crit. Baron. ad ann. 373.], terminò la sua gloriosa vita in quest'anno santo Atanasio arcivescovo d'Alessandria, uno de' più insigni scrittori e campioni della fede cattolica, per cui sofferì tante traversie, chiamato da Dio a ricevere il premio delle sue virtù e fatiche. A quest'anno ancora verisimilmente appartiene un'irruzione fatta dai Goti della Tracia, di cui s'ha un barlume presso Ammiano [Ammianus, lib. 30, c. 2.], e ne parla ancora Teodoreto [Theodoretus, lib. 4, cap. 31 et seq.]. Valente, che si trovava impegnato con tutte le sue armi contra dei Persiani, inviò lettere all'Augusto Valentiniano, pregandolo di volerlo soccorrere con un corpo delle sue soldatesche dalla parte dell'Illirico. Se dice il vero Teofane [Theophan., in Chronogr.], la risposta di Valentiniano fu di non potere in coscienza aiutare un fratello che faceva nello stesso tempo guerra a Dio, cioè che perseguitava i cattolici, esaltando continuamente la fazion degli ariani. Ma non è molto sicura in questi tempi la cronologia di Teofane, e forse Valentiniano non si diede mai a conoscere si zelante della vera religione.
CCLXXIV
| Anno di | Cristo CCLXXIV. Indiz. II. |
| Damaso papa 9. | |
| Valentiniano e | |
| Valente imperadori 11. | |
| Graziano imperadore 8. |
Consoli
Flavio Graziano Augusto per la terza volta ed Equizio.
Il Relando [Reland., Fast. Consul.], appoggiato ad una delle inscrizioni del Gudio, chiama il secondo console Caio Equizio Valente. Già s'è detto che non si può far sicuro fondamento sulle memorie antiche del Gudio; e dacchè osserviamo che l'ordinario stile in nominar i consoli era quello di notar l'ultimo lor cognome o soprannome; qualora tali fossero stati i nomi di questo console, pare che non Equizio, ma Valente dovesse comparir la di lui appellazione ne' Fasti. Fu in questo anno prefetto di Roma Euprassio, e dopo lui Claudio. Una legge del Codice Teodosiano [Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.], data nel dì 5 di febbraio dell'anno presente, ci fa veder tuttavia Valentiniano Augusto in Milano, dove si dovette fermare nel verno. Se ne ritornò dipoi, venuta la primavera, nelle Gallie; s'incontrano alcune sue leggi date in Treveri ne' mesi di maggio e giugno. Dopo aver lungamente descritto Ammiano [Ammianus, lib. 28, c. 1.] le rigorose, anzi crudeli giustizie fatte in Roma da Massimino vicario di Roma, tali certo che screditano il regno di Valentiniano Augusto, egli parla di altre fatte da Simplicio, succeduto a lui nel vicariato di quella gran città, e non men di lui sanguinario. Nobili non pochi dell'uno e dell'altro sesso, o furono tormentati o esiliati o privati di vita. Se tutti con ragione, se ne può dubitare. A me non piace di rattristar qui i lettori con sì funesti ritratti; ma non vo' già tacere che questi, per così dire, illustri carnefici di Valentiniano, cioè Massimino Simplicio e Doriferiano dopo la morte di esso Augusto pagarono anch'essi il fio della lor crudeltà. Volle in quest'anno esso imperadore tentar di nuovo la fortuna delle sue armi contra degli Alamanni, e, passato il Reno coll'armata, lasciò che le soldatesche sue si facessero onore col saccheggiare un buon tratto del paese nemico. Poi si diede a fabbricare una fortezza in vicinanza di quella che oggidì chiamiamo Basilea. Quivi stando, ricevette da Probo, prefetto del pretorio dell'Illirico, l'avviso che i Quadi, fatta una fiera scorreria in quelle parti, davano anche da temere di peggio, ogni qualvolta non fosse spedito a lui opportunamente soccorso di gente. Il motivo, per cui que' popoli uscirono ai danni delle terre romane, fu il seguente. Già dicemmo le premure di Valentiniano, acciocchè a tutte le frontiere verso i Barbari si fabbricassero delle fortezze [Ammianus, lib. 29, cap. 6.]. Equizio console di quest'anno e generale delle milizie nell'Illirico, secondo l'uso dei più potenti, ne piantò una di là dal Danubio nel paese de' Quadi. Ne fece doglianza quel popolo, e si fermò il lavoro. N'ebbe avviso Marcellino, già divenuto prefetto del pretorio delle Gallie, uomo sempre portato all'alterigia e alla crudeltà, ed ottenne da Valentiniano che si spedisse colà Marcelliano suo figliuolo, con ordine e facoltà di compiere quel forte. Questo Marcelliano è chiamato Celestio da Zosimo [Zosimus, lib. 4, cap. 16.], forse perchè portò anche questo nome. Venuto dunque costui, ripigliò arditamente quella fabbrica, senza far caso alcuno delle pretensioni e querele dei Quadi. Per questo il re loro Gabinio si portò in persona a trovar Marcelliano, e modestamente il pregò di desistere dal lavoro, con rappresentargli le sue ragioni. Lo accolse Marcelliano con civiltà, si mostrò inclinato ad esaudirlo, il tenne anche seco a tavola; ma dopo il convito, mentre egli voleva tornarsene a casa, il fece assassinare, e torgli la vita: tradimento infame e troppo indegno del nome romano, le cui conseguenze funeste tardarono poco a vedersi.
Per tal ingiuria ed enorme prepotenza sommamente irritati i Quadi, trassero in lega i Sarmati, stomacati tutti dell'iniquo procedere de' Romani; e, passato il Danubio, vennero a farne vendetta con dare il sacco e guasto ad un gran tratto dell'Illirico. Poche erano allora nella Pannonia e nella Mesia le guarnigioni e forze dei Romani, perchè Valentiniano avea fatto passare in Africa alcune legioni [Ammian., lib. 29, cap. 6.] che ivi prima stanziavano: perciò niun ritegno trovarono al lor furore que' Barbari. Passò in così pericolosa congiuntura per la Pannonia la figliuola del fu imperadore Costanzo, che in una medaglia (se pure è fattura legittima) si vede appellata Flavia Massima Costanza [Mediobarbus, Numism. Imperat.]. Andava ella verso le Gallie per unirsi in matrimonio con Graziano Augusto figliuolo di Valentiniano. Poco vi mancò che questa principessa non fosse colta un dì da que' Barbari in una villa chiamata Pistrense. Messala governator della provincia ebbe la fortuna di trafugarla e di ridurla salva in Sirmio. Crebbe poi cotanto la possanza de' Quadi, che Probo prefetto del pretorio dell'Illirico, trovandosi in essa città di Sirmio, fu in procinto di abbandonarla. Ma avendo ripigliato il coraggio, e fatto quel preparamento che potè per difendersi, i Quadi non la toccarono, intenti, più che ad altro, a perseguitare Equizio, creduto da essi autore della morte di Gabinio loro re. In fatti diedero una rotta a due legioni romane comandate da lui, e stesero i lor saccheggi per buona parte della Pannonia. Vollero nello stesso tempo i Sarmati fare il medesimo giuoco nella Mesia superiore, ma quivi ritrovarono un forte ostacolo in Teodosio juniore, figlio di quel Teodosio generale, che già vedemmo inviato in Africa per la ribellione di Fermo. Con titolo di duca governava allora esso Teodosio juniore quella provincia, e benchè giovinetto di prima barba, e provveduto di poche truppe [Themist., Orat. XIV. Zosimus, lib. 4, c. 16.], pure parte con astuzie militari e parte con arditi combattimenti, e con riportarne vittoria, così ben si maneggiò, che que' Barbari giudicarono meglio di trattar di pace: ottenuta la quale, scornati se ne ritornarono al loro paese. Portati gli avvisi di questa guerra dalle lettere di Probo a Valentiniano Augusto, siccome poco fa accennai, non se ne fidò egli, e spedì colà Paterniano suo segretario per chiarirsene meglio [Ammian., lib. 30, c. 3.]. Essendo poi questi ritornato con più cattive nuove, allora Valentiniano tutto impazienza volea cavalcare alla volta dell'Illirico; ma i suoi ufficiali tanto dissero, con rappresentargli la stagion troppo avanzata, e il pericolo che Macriano re degli Alamanni, trovando sguernita di truppe la Gallia, potrebbe far dei malanni, che rimise alla primavera seguente il suo viaggio. Fu dunque presa la risoluzion di proporre la pace ad esso Macriano, con invitarlo a comparire alle rive del Reno. Venne egli in fatti pieno di albagia al vedersi ricercato di accordo, come s'egli avesse da dar la legge ai Romani. Comparve anche Valentiniano al congresso in barca con un magnifico seguito; ed in fine si stabilì fra loro la desiderata concordia. Mantenne poi Macriano fedelmente l'amicizia coi Romani; ma avendo dopo qualche tempo voluto entrar nel paese dei Franchi, e dargli disordinatamente il sacco, questa insolenza gli costò ben caro, perchè, colto in un'imboscata da Mellobaude, chiamato re bellicoso di quella nazione da Ammiano, quivi lasciò la vita. Credesi oggidì che nell'anno presente accadesse in mirabil forma l'elezione [Hieronymus, in Chron.] di santo Ambrosio arcivescovo di Milano, alla cui consacrazione consentì volentieri Valentiniano che si era restituito a Treveri: intorno al qual fatto si può consultare la storia ecclesiastica.
Ne' primi mesi di quest'anno, ed anche nel maggio, noi troviam tuttavia Valente Augusto in Antiochia [Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.], dove stato era durante il verno il suo soggiorno. Quivi fu scoperta una congiura tramata contra di lui. Alcuni pagani, e specialmente certi filosofi, dati allora alla magia e ad altre arti o imposture per iscoprir l'avvenire [Zosimus, lib. 4, c. 13. Ammianus, lib. 21, cap. 1 et seq.], si avvisarono di cercar con sacrilega curiosità chi avesse da succedere nell'imperio ad esso Valente, giacchè tolto gli avea la morte l'unico suo figliuolo. Zonara [Zonar., in Annalib.] descrive la forma del sortilegio fatto da essi, da cui si raccolsero queste tre lettere TH, E ed O. Cercando coloro a chi potesse convenir tal predizione, niuno cadde loro in mente più a proposito di un Teodoro, ch'era in questi tempi secondo notaio, o sia segretario di Valente, giovane di bell'aspetto, letterato prudente, nobilmente nato nelle Gallie, e soprattutto pagano: il che servì a quei tali di stimolo a maggiormente crederlo destinato dai falsi dii al trono. Gliene parlarono, gliel fecero credere; ed egli invanitosi cominciò a tener delle combriccole per questo co' suoi aderenti; e poi, siccome fu provato, furono fatti dei tentativi contro la vita di Valente. Ma scopertosi l'affare, e ricavata la verità del fatto, un seminario fu questo di terribili processi e condanne, non solamente di chi avea tenuta mano, ma ancora di molti innocenti, perchè Valente non si sapea saziare di perseguitare e punire chiunque ancora era sospettato di attendere alla negromanzia e ai mezzi d'indovinar le cose future. Teodoro fu strangolato, o pure gli fu mozzato il capo. Degli altri uccisi abbiamo una lunga lista presso Ammiano e Zosimo, e fra questi si contarono dei primi uffiziali della corte [Liban., in Vita sua. Socrates, lib. 4, cap. 19. Sozomenus, lib. 6, c. 35.]. Altri furono banditi, e massimamente Eusebio ed Ipazio, già stati consoli nell'anno 359, e cognati del fu Costanzo Augusto, i quali da lì a poco tempo furono richiamati con onore. Scaricossi ancora lo sdegno implacabile di Valente contro de' filosofi gentili d'allora, siccome persone tutte in concetto di attendere alla magia e principali autori di quella cospirazione. Ebbe fra gli altri tagliata la testa Massimo [Eunap., in Vit. Sophist., c. 3.] il più rinomato di tutti, che tanta figura avea fatto a' tempi di Giuliano Apostata discepolo suo. Libanio sofista [Liban., in Vita sua.], benchè anch'egli attaccato alla negromanzia, la scappò netta, perchè nulla si potè provare contra di lui. Ed allora fu che si fece una gran perquisizione dei libri che trattavano di magia e d'incanti, di sortilegii e di strologia giudiciaria: perchè non si può dire quanto ubbriachi allora fossero i gentili di sì fatte sacrileghe imposture. Gran copia d'essi fu pubblicamente bruciata nella piazza d'Antiochia, e questo fu l'unico bene della rigorosa giustizia, o, per dir meglio, della crudeltà inaudita che Valente esercitò in tal occasione. Crudeltà, dico, la qual anche più detestabil sarebbe stata, se fosse vero ciò che scrivono Socrate e Sozomeno, cioè che egli fece morir molte persone, perchè portavano il nome di Teodoro, Teodosio, Teodulo, Teodoto e simili; ma se ne può dubitare. Certo è che Dio preservò il giovine Teodosio, da noi veduto duca della Mesia, avendolo riserbato in vita per farne un'insigne imperadore, siccome a suo tempo vedremo. Nè già finì in quest'anno la carneficina suddetta, perchè durò il resto della vita di Valente. Ed ecco quanti mali può produrre (e n'abbiam veduto tanti altri esempli) la prosunzion degli uomini in voler indagare l'avvenire, paese riserbato alla cognizione del solo Dio. A queste tragiche scene un'altra ne aggiunse Valente Augusto. Tutte le apparenze sono che Para re dell'Armenia, dacchè implorò il patrocinio di esso imperadore contro de' Persiani, osservasse una fedeltà onorata verso di lui. Terenzio duca allora, per quanto sembra, difensor dell'Armenia, con più lettere lo andò screditando presso del medesimo Augusto [Ammian., lib. 30, cap. 1.], rappresentandolo per inumano verso de' suoi sudditi, e vicino ad accordarsi coi Persiani. Valente perciò il chiamò a Tarso città della Cilicia, dove, dopo di essersi fermato non poco tempo senza ottener licenza di passare alla corte, venne scoprendo i mali uffizii fatti contra di lui, e che si meditava di mettere in Armenia un altro re. Bastò questo, perchè egli con trecento de' suoi che l'aveano accompagnato se ne fuggisse, ed ebbe la fortuna di ritirarsi, al dispetto di chi il seguitò, salvo nei proprii Stati. Non lasciò egli per questo di star fedele verso i Romani; ma Valente, che non sel potea persuadere, diede segreta incumbenza a Traiano conte, comandante dell'armi romane in Armenia, di sbrigarsi di lui in qualche maniera. In fatti Traiano tanto seppe adescare l'incauto re con finte lusinghe, che il trasse un di seco a pranzo. Sul più bello del convito entrò un sicario che gli tolse la vita: assassinio infame commesso contro le leggi dell'ospitalità venerate dai Barbari stessi, e simile all'altro che abbiam veduto di sopra, di Gabinio re dei Quadi: tanto era decaduta la virtù nei petti romani.