Quanto ad esso Valente, stette egli fermo in Antiochia ne' primi mesi dell'anno corrente, attendendo la primavera per muoversi, ancorchè gli venissero frequenti corrieri con avviso che i Goti desolavano tutta la Tracia [Zosimus, lib. 4, cap. 21.] e scorrevano sino alla Macedonia e Tessaglia, con essere giunte alcune loro masnade infin sotto Costantinopoli, ed averne saccheggiati i borghi. Dopo aver egli spedita innanzi la cavalleria de' Saraceni, che bravamente fece sloggiare i nemici dai contorni di quella regale città [Eunap., de Legat.], anch'egli arrivò là nel dì 30 di maggio dell'anno presente [Idacius, in Fastis.]. Fu mal veduto dal popolo [Socrat., lib. 4, cap. 31.], che alla sua soverchia tardanza attribuiva i tanti danni e mali inferiti dai Barbari a quella provincia. Giunsero que' cittadini ne' giuochi del circo con una specie di ammutinamento a chiedergli delle armi, con esibirsi di andar eglino a combattere co' nemici. Se l'ebbe forte a male Valente. Levato il comando della fanteria a Trajano conte cattolico, lo diede al poco fa memorato conte Sebastiano, disponendo tutto la giustizia di Dio per punire il principe ariano e questo generale manicheo, amendue stati finora fieri persecutori di chi professava il cattolicismo. Per consiglio appunto di esso Sebastiano venne Valente dipoi all'infelice battaglia, di cui ragioneremo fra poco; e ciò contro il parere di Vittore generale cattolico, e di Arinteo altro suo generale. Poco si fermò Valente in Costantinopoli, e ne uscì nel dì 11 di giugno, minacciando fiera vendetta, se poteva ritornare, delle ingiurie che quel popolo gli avea dette o fatte in questa e in altre occasioni. Nel passare davanti alla cella di un santo romito, appellato Isacco [Sozom., lib. 4. cap. 40. Theodoret., lib. 4, c. 41. Theophan., Chronogr. Zonar., in Annalib.], questi il fermò con predirgli un funesto successo nella guerra contra de' Barbari, dacchè egli era in disgrazia di Dio, ai cui servi aveva fatta tanta guerra finora. Valente il fece imprigionare ordinando che fosse ben custodito sino al suo ritorno. Passò dipoi a Melantiade, luogo distante da Costantinopoli circa venti miglia, e di là inviò Sebastiano conte con un corpo scelto di gente a dar la caccia a' Goti. Riuscì infatti a questo generale di sconfiggere alcune loro brigate, e di torre ad essi un grandissimo bottino; e, se crediamo a Zosimo [Zosimus, lib. 4, cap. 23.], il suo parere fu di risparmiar la battaglia, e di andar pizzicando i Barbari in quella forma. Non volle ascoltarlo Valente, infatuato della speranza di una vittoria che non potea mancare alla bravura del poderoso suo esercito, e con tal idea passò ad Andrinopoli, dove arrivò anche Ricomere coll'ambasciata di Graziano. Era di sentimento il general Vittore, che si aspettasse la unione dell'Augusto nipote: lo desiderava anche Valente; ma gli adulatori, e fra gli altri lo stesso Sebastiano, mutate già le sue massime, sostennero non doversi permettere che Graziano entrasse a parte della vittoria. In somma fu risoluta la battaglia, e, benchè giugnesse una deputazion di Fritigerno, di cui era capo un prete ariano, per proporre qualche convenzione ed accordo, si rimandò senza farne caso.

Era il dì 9 d'agosto, giorno in cui Valente credendo di raccogliere una gloriosa vittoria, da' suoi peccati fu condotto alla perdizione. Avendo egli lasciato il bagaglio dell'armata presso di Andrinopoli con buona scorta [Idacius, in Fastis. Socrates, lib. 4, cap. 28. Ammianus, lib. 31, cap. 12.], e mandato il tesoro nella città, sul far del giorno s'inviò in traccia de' nemici. Dopo otto o pur dodici miglia di cammino, sul bollente mezzogiorno arrivò l'imperiale armata a scoprire il campo de' Barbari, cinto all'intorno dal numeroso loro carriaggio; e si diedero i capitani a formar le schiere. Lo astuto Fritigerno volendo guadagnar tempo, perchè Alateo e Safrace suoi capitani con un buon corpo di gente, che si aspettava, non eran giunti peranche, spedì ambasciatori a Valente per pregarlo di pace. La risposta fu, che se Fritigerno mandasse per ostaggi dei principali della sua nazione, si darebbe orecchio. Innanzi e indietro andarono le parole, e intanto l'esercito romano in armi pel caldo e per la sete languiva. Mandò Fritigerno a dire che in persona sarebbe egli venuto a trattare, purchè se gli dessero de' buoni ostaggi. Ricomere spontaneamente si esibì di andarvi, e in fatti era già incamminato verso il campo nemico, quando Bacuro, capitano degli arcieri, senza aspettar gli ordini de' comandanti, attaccò la mischia; e poco stettero ad essere alle mani tutte le due armate. Terribile e sanguinoso fu il conflitto, di cui si legge la descrizione in Ammiano [Ammian., lib. 31, cap. 13. Socrates, lib. 4, cap. 36. Sozom., lib. 6, cap. 40. Liban., in Vita sua.]. A me basterà di dire che o venisse il difetto dal poco buon ordine de' Romani, come vuol taluno, trovandosi la cavalleria troppo lontana, o pure dal non aver essa cavalleria fatto il suo dovere con sostener la fanteria: certo è che l'armata romana restò intieramente sconfitta con sì fatta perdita, che almeno due terzi di essa vi perirono; e, dopo la battaglia di Canne, altra simil perdita non avea mai sofferto l'imperio romano. Fra gli altri primi offiziali che vi lasciarono la vita, si contarono Trajano, Sebastiano conte, Valeriano contestabile, Equizio mastro del palazzo, e trentacinque tribuni. Ma ciò che maggiormente rendè memorabile così funesta giornata fu l'infelice morte del medesimo imperadore Valente, che in due maniere vien raccontata. Vogliono alcuni [Hieron., in Chron. Victor, in Epit. Ammian., l. 31, c. 14.] che malamente ferito restasse morto nel campo della battaglia, e che spogliato poi dai Barbari senza conoscere il corpo suo, e confuso con gli altri, non se ne avesse più contezza. Gli altri (e questi sono i più) tengono [Rufinus, Zosimus, Orosius, Socrates, Sozomen. et alii.] ch'egli ferito cercò di salvarsi, ma non potendo reggersi a cavallo, e sorpreso anche dalla notte, si rifugiò in una casa contadinesca, alla quale sopraggiunti i Barbari attaccarono il fuoco, ed egli con gli altri del suo seguito restò quivi bruciato. Un solo giovane, che ebbe la sorte di salvarsi con uscire per una finestra, per quanto portò la fama, questi fu che raccontò poi questo lagrimevol esempio della vanità delle umane grandezze; e quella certo di Valente Augusto con un soffio venne meno, con restar egli privo anche dell'onore della sepoltura. La morte sua, succeduta nell'anno cinquantesimo della sua età, fu dipoi dai cattolici riguardata come un giusto castigo della mano di Dio per le persecuzioni da lui fatte al cattolicismo affin di promuovere l'arianesimo; e gli stessi pagani, ancorchè non molestati per le loro superstizioni, non che i cristiani, la tennero per un pagamento da lui meritato per le tante crudeltà commesse. Ammiano [Ammian., lib. 31, cap. 1.], raccontando vari presagi della rovina di Valente, confessa avere avuto in uso il popolo d'Antiochia di dire: Che sia bruciato vivo Valente. Vien poi il medesimo storico rammentando tanto il buono che il cattivo di questo imperadore. Soprattutto fra i suoi pregi conta il non aver egli mai accresciuto le gabelle e gli aggravii del pubblico, ed essere stato rigoroso esattor della giustizia; nemico de' ladri e dei giudici che si lasciavano sovvertir dai doni: liberale e splendido per le fabbriche da lui fatte in varie città. Altre sue lodi si truovano in una orazion di Temistio [Themist., Or. XI.]. Ma, voltando carta, Ammiano sembra distruggere quanto ha detto di buono, con rappresentar Valente insaziabile nel radunar danaro; solito a deputar giudici onorati per le cause criminali, ma con volerne poi riserbate le decisioni all'arbitrio suo; selvatico, collerico e troppo inclinato a spargere il sangue de' sudditi col familiar suo pretesto di essere offesa o sprezzata la principesca sua maestà. Di più non ne dico, bastando sapere che non fu punto compianta la morte di lui: il che suol essere la pietra del paragone del merito o demerito dei regnanti.

Terminata la sanguinosa battaglia coll'eccidio de' Romani, nel dì seguente i vittoriosi Goti, ben informati che in Andrinopoli erano ricoverati i tesori e i principali uffiziali della corte, volarono ad assediar quella città [Ammian., lib. 3, cap. 15. Socrat., l. 4, cap. 1.]. Ma, privi affatto di attrezzi militari, e non pratici della maniera di formar assedii, diedero ben dei feroci assalti, ma con loro gran perdita furono respinti, in guisa tale, che scorgendo l'impossibilità di quell'impresa, se ne partirono. Andarono poscia a mettere il campo in vicinanza della città di Perinto, ma senza osare di assalir quella città, intenti unicamente al saccheggio di quel fertile paese, con ammazzare o fare schiavi quanti infelici contadini cadevano nelle loro mani [Idacius, in Fastis.]. Di là facevano varie scorrerie sino a Costantinopoli; ma dalla cavalleria de' Saraceni, che era alla guardia di quella città, riportarono varie percosse; e però giudicarono meglio di spendere altrove il tempo e i passi. Diedersi dunque pel restante di quest'anno a scorrere e saccheggiare per la Tracia, Mesia e Tartaria minore senza trovare in luogo alcuno opposizione. Troppo erano sbigottiti, troppo avviliti i Romani. Ebbe perciò a dire uno dei principali Goti [Chrysost., ad Viduam.], che si maravigliava molto dell'imprudenza di essi Romani, perchè non solamente negavano di ceder loro quelle provincie, ma speravano ancora di vincere, quando poi si lasciavano scannare come tante pecore; e che quanto a lui era già stanco per non aver fatto altro che ucciderne. Parimente Eunapio [Eunap., de Legat.] attesta che in quei tempi, siccome i Goti tremavano all'udire il nome degli Unni, altrettanto facevano i Romani udendo il nome dei Goti: a tale stato avea la empietà e la imprudenza di Valente e dei suoi cattivi ministri ridotto il romano imperio in quelle parti. Nè già si fermò nella Tracia e nei vicini paesi la rabbia ed avidità di quei Barbari; passò nell'Illirico stendendo coloro i saccheggi sino ai confini dell'Italia. Di questa favorevol congiuntura si prevalsero anche gli Alani i Quadi e Sarmati per venire di qua dal Danubio, e devastar quanto paese poterono: il flagello di tanti Barbari durò poi più anni coll'esterminio delle misere provincie romane. S. Girolamo [Hieron., in Epitaph. Nepotian., ad Heliod.] circa l'anno di Cristo 396 fece un lagrimevol ritratto di tante disavventure, con dire che correano già venti anni, dacchè i Goti, Sarmati, Quadi, Alani, Unni, Vandali e Marcomanni continuavano a saccheggiare e guastare la Scizia romana, la Tracia, la Macedonia, la Dardania, la Dacia, la Tessalia, l'Acaia, i due Epiri, la Dalmazia, e le due Pannonie. Si vedevano uccisi o condotti in ischiavitù fino i vescovi, non che gli altri del popolo; svergognate le nobili matrone e le sacre vergini, uccisi i preti e gli altri ministri dei santi altari; smantellate o divenute stalle di cavalli le chiese, e conculcate le sacre reliquie. In una parola, tutto era pieno di gemiti e grida, ed altro dappertutto non si vedeva se non un orrido aspetto di morte, andando in rovina l'imperio romano, ancorchè neppure per tante percosse della mano di Dio la superbia degli uomini si potesse piegare. Altrove attesta il medesimo santo [Idem, in Sophon., cap. 1.], che l'Illirico composto di varie provincie, la Tracia e la Dalmazia sua patria, erano restate paesi incolti, senza abitatori, senza bestie, e divenuti boschi e spinai. Altrettanto va deplorando i mali di allora s. Gregorio Nazianzeno [Gregorius Nazianzen., Orat. XIV.]. Era in pericolo di partecipar di somiglianti sciagure anche l'Asia [Ammianus, lib. 31, cap. 16. Zosimus, l. 4, c. 26.], dove si trovava dianzi gran copia di Goti, i quali, all'udire i fortunati avvenimenti dei lor nazionali in Europa, già cominciavano a macchinar sedizioni nelle città d'Oriente. Ma, accortosene Giulio generale dell'armi in quelle parti, seppe così accortamente dar gli ordini opportuni a diverse di quelle città, che un determinato giorno li fece tutti tagliare a pezzi. Con questo racconto termina Ammiano Marcellino la sua storia, siccome ancora s. Girolamo la sua cronica, continuata dipoi da Prospero Aquitano.

Scappato per sua buona ventura dall'infausta battaglia di Andrinopoli Vittore generale di Valente, con quella poca cavalleria che restò illesa, traversò la Macedonia, ed arrivò a trovar Graziano Augusto, il quale, udite le triste nuove della suddetta battaglia e della morte dell'Augusto suo zio, se n'era tornato a Sirmio. Perchè ci abbandona qui Ammiano, cominciamo a penuriar di notizie, e niun preciso lume abbiamo di quello che operasse di poi esso Augusto. V'ha chi pretende [Pagius, Crit. Baron.] ch'egli tosto passasse a Costantinopoli, per prendere il possesso degli stati che in Oriente godeva l'estinto Valente; ma di ciò niun vestigio s'incontra altrove, e noi il troveremo anche nel gennaio del seguente anno in Sirmio [Gothofr.]. Quel che è certo, giacchè Valente non lasciò dopo di sè alcun figlio maschio, ma solamente due figliuole, appellate Carosa ed Anastasia, Graziano pacificamente venne riconosciuto per lor sovrano dalle provincie orientali, e massimamente dal popolo di Costantinopoli. Ma ritrovando egli sì sconvolti gli affari della Tracia e dell'Illirico a cagion del diluvio di tanti Barbari, e Barbari insuperbiti per la riportata gran vittoria, allora fu che richiamò alla corte Teodosio il giovane, il quale, dopo la morte indebitamente data a Teodosio suo padre governatore dell'Africa, si era ritirato ad una vita privata ed occulta nella Spagna sua patria. Conosceva Graziano il valore, la prudenza e le altre virtù di questo uffiziale, e che potea promettersi un buon servigio da lui in sì scabrose contingenze, e però venuto ch'egli fu, gli diede il comando di una parte della sua armata. Se si ha da credere a Teodoreto [Theodor., lib. 5, cap. 5.] non perdè punto di tempo il generale Teodosio a marciare contra dei Barbari, cioè, per quanto pare, dei Sarmati, e diede loro una considerabile rotta, obbligando quei che sopravanzarono al filo delle spade [Pacatus, in Panegyr.] a salvarsi di là dal Danubio. Ne portò egli la nuova a Graziano, il quale a tutta prima durò fatica a crederla, finchè gli fu confermata da più persone la verità di quel fatto. Gran merito si fece presso di lui Teodosio con questa prima azione.


CCCLXXIX

Anno diCristo CCCLXXIX. Indizione VII.
Damaso papa 14.
Graziano imperadore 13
Valentiniano II imperad. 5.
Teodosio imperadore 1.

Consoli

Decimo Magno Ausonio e Quinto Clodio Ermogeniano Olibrio.

Ausonio, primo di questi due consoli, celebre scrittore dei presenti tempi, quel medesimo è che, nato nelle Gallie in Bordeaux di mediocre famiglia, avea avuto l'onore di essere maestro di Graziano Augusto. La gratitudine di questo principe, arrivato che fu al governo degli stati, non si restrinse solamente a farlo prefetto del pretorio delle Gallie; il volle anche rimunerare colla più cospicua dignità dell'imperio, creandolo console nell'anno presente. Si disputa tuttavia, se egli fosse cristiano o pagano [Scalig. Cave, Tillemont et alii.]. Alcuni suoi versi (se pure sono tutti di lui) cel rappresentano professore della fede di Cristo; il complesso nondimeno di tanti altri suoi versi pieni di paganesimo, e di sordide impurità, porge sospetto giusto ch'egli fosse un gentile. Certamente s'egli fu cristiano, dovette esser tale più di nome che di fatti: tanto que' suoi poemi svergognano la professione di sì santa religione. L'altro console, cioè Olibrio, quello stesso è che abbiam veduto in addietro prefetto di Roma. Nell'anno presente, se non son fallati i testi del Codice Teodosiano [Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.], essa prefettura fu appoggiata ad Ipazio. Passò l'Augusto Graziano il verno in Sirmio, e quivi riflettendo al miserabil sistema dei tempi correnti per la inondazione di tante nazioni barbariche nell'Illirico e nella Tracia, con essere nello stesso tempo minacciate anche le Gallie dagli Svevi ed Alamanni; conoscendo inoltre che non era possibile a lui solo il sostenere in tali circostanze il peso dell'occidentale e insieme dell'orientale imperio, trovandosi il fratello Valentiniano in età puerile, e che bisogno ci era di un braccio forte per rimediare ai presenti disordini e ai maggiori pericoli dell'avvenire, determinò di scegliere un collega nell'imperio [Themistius, Orat. XIV.]. Si fermarono i suoi sguardi e riflessi (giacchè trovar non dovette alcuno dei suoi parenti atto a sì gran soma) sopra Teodosio il giovane, da lui poco fa alzato al grado di generale, personaggio che negli anni addietro, ed ultimamente ancora, si era segnalato in varie imprese militari. Però chiamatolo a Sirmio nel dì 19 (Socrate scrive nel dì 16) di gennaio dell'anno presente, ancorchè trovasse in lui della ripugnanza non finta, il dichiarò imperadore Augusto [Pacatus, in Panegyr. Idacius, in Chronic. Zos. lib. 4, cap. 24. Chronicon Alexandrin. Prosper., in Chronic.], con approvazione e plauso di chiunque non penuriava di giudizio. Era Teodosio nato in Ispagna in Cauca città della Galizia, e non già in Italica patria di Traiano, come scrisse Marcellino conte; e quantunque non manchino scrittori che il fanno discendente da esso Traiano [Socrates, Hist. Eccl. Victor, in Epitome. Claudian. et alii.], pure gran pericolo vi ha che figlia dell'adulazione fosse la voce di una tal parentela. Certo è bensì che nei pregi egli somigliò non poco a quel rinomato Augusto, e non già ne' vizii. Ebbe per padre, siccome dicemmo, quel Teodosio conte, valoroso generale, che per ordine dello sconsigliato Graziano Augusto fu ucciso in Africa. Onorio vien malamente appellato suo padre da Vittore [Victor, in Epitome.], il quale dà il nome di Termanzia alla di lui madre. Intorno a vari suoi fratelli e parenti hanno disputato gli eruditi [Tillemont, Mémoires des Empereurs.], ma io non vo' fermare i lettori in sì spinose ricerche. Credesi che Teodosio, allorchè fu alzato al trono, si trovasse nel più bel fiore della sua età, cioè di circa trentatrè anni. Aveva per moglie Elia Flacilla, nominata per lo più dagli scrittori greci [Du-Cange, Hist. Byzant.] Placilla, ed anche Placidia, da alcuni creduta figliuola di quell'Antonio che vedremo console nell'anno 382. Delle rare qualità e virtù di questo novello Augusto, per le quali si meritò il nome di grande, ragioneremo altrove. Per ora basterà il dire ch'egli aveva ereditato dai suoi maggiori l'amore della religion cristiana, tuttochè per anche non avesse ricevuto il sacro battesimo, secondo l'uso od abuso di molti d'allora; ma che poco tarderemo a vederlo entrato pienamente nella greggia di Cristo, con divenir poi da lì innanzi il più luminoso de' suoi pregi la pietà e l'amor della vera religione.