Consoli
Antonio ed Afranio Siagrio.
Antonio, primo console orientale, vien fondatamente creduto, dal padre Pagi, e da altri, padre di Flacilla, ossia Placilla, moglie di Teodosio Augusto. Quanto a Siagrio, console occidentale, egli è riputato personaggio diverso da Siagrio, stato console nell'anno precedente, perchè nei più dei Fasti antichi e nelle leggi si vede enunziato console, senza esprimere per la seconda volta. Dal padre Sirmondo e dal Gotofredo fu con buone ragioni creduto quell'Afranio Siagrio console, di cui in più di un'epistola parla Sidonio Apollinare: perciò col Relando ho anch'io tenuto che gli si possa dare il nome di Afranio. In due luoghi del Codice Teodosiano comparisce Severo prefetto di Roma, se pur non vi ha errore, perchè in altre leggi di questo medesimo anno Severo (se pure è lo stesso) si truova nominato prefetto del pretorio. Per la maggior parte dell'anno presente, siccome si ricava dalle date di varie leggi [Gothofr., Chronolog. Cod. Theodos.], Graziano Augusto dimorò in Italia, ora in Milano, ed ora in Brescia, Verona e Padova. Una d'esse leggi cel fa vedere in Viminacio, città della Mesia sul Danubio, di là da Belgrado nel dì 5 di luglio. Ma trovandosi nel dì 20 di giugno in Padova, non si può facilmente immaginar questo salto in un paese di tanta distanza. Però par giusta la conghiettura del Gotofredo, ch'essa legge fosse non già data, ma solamente pubblicata in Viminacio. Ora il soggiorno d'esso Graziano in Italia abbastanza compruova, che quantunque si creda assegnata essa Italia coll'Africa e coll'Illirico occidentale a Valentiniano II suo fratello, pure Graziano seguitava, a cagion della di lui tenera età, a ritenerne il governo. Fra le leggi spettanti a questo anno di esso Augusto Graziano, una ne abbiamo, con cui ordina a Severo prefetto di fare una rivista de' poveri che fioccavano alla ricca e limosiniera città di Roma, con separare i robusti ed atti a lavorare, e di dar questi per ischiavi, se sono di condizion servile, a chi gli ha scoperti, oppure, se liberi, di obbligargli al lavoro delle campagne. Anche nel codice di Giustiniano si truovano leggi per rimediare a questi truffatori delle limosine destinate ai veri ed inabili poveri. S. Ambrosio [Ambrosius, lib. 2, c. 6 de Officiis.] si duole anch'egli di questo abuso, e forse da lui venne il consiglio per provvedervi. Almeno è probabile che ad istanza sua Graziano con un'altra legge ordinasse [L. si vendicari 13, de poenis Cod. Theodos.], che quando i delinquenti fossero condannati a morte o ad altre severe pene, si aspettasse trenta giorni ad eseguirle. Dovea essere succeduto che qualche innocente avesse patita la morte, e che dopo alcun tempo si fosse scoperta la di lui innocenza. Ma quell'azione di Graziano, che fece più strepito nell'anno presente, fu l'ordine da lui dato, che si levasse dalla sala del senato romano la statua e l'altare della Vittoria, sopra il quale si facevano i giuramenti, ed i pagani soleano offerire dei sagrifizii. Inoltre fece occupar dal fisco tutte le rendite destinate al mantenimento di quei sacrifizii e dei pontefici gentili [Ambr., Epist. XI et XII.]: abolì ancora ogni privilegio conceduto dai predecessori a tutti i ministri degl'idoli, per la gola dei quali anche alcuni Cristiani deboli aveano rinunziato alla lor fede per farsi pagani. Fin qui le vergini vestali di rito gentile aveano pacificamente esercitato in Roma il loro mestiere. Graziano non le cassò già, ma tolse loro tutti i privilegi e le esenzioni, e comandò che si applicassero al fisco tutti gli stabili che per testamento fossero lasciati a quelle false vergini ed anche ai templi e ministri degl'idoli. Gran rumore e lamenti ne fecero i senatori, buona parte tuttavia pagani; e però Simmaco, celebre personaggio ed uno di essi, fu delegato in compagnia di altri, per portare a Graziano a nome del corpo del senato un memoriale pieno di doglianze per questo cotanto loro dispiacevole editto. Ma i senatori cristiani, che non erano pochi, fecero una protesta in contrario, ch'essi non acconsentivano alle istanze dei pagani, e formarono un'altra supplica in contrario, dichiarando che non interverrebbono più al senato, qualora vi si rimettesse quell'obbrobrio. Inviato quest'altro memoriale da papa Damaso a sant'Ambrosio, cagion fu che Graziano stesse saldo nel suo proposito, nè volesse dar orecchio al ricorso de' gentili. A ciò dovette anche contribuire la pia eloquenza di esso sant'Ambrosio, che godeva una singolar confidenza presso di questo imperadore. Qui nondimeno non finì la faccenda, siccome vedremo.
Durante tutto quest'anno si fermò l'Augusto Teodosio in Costantinopoli, dove pubblicò varie leggi [Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.]. Con una di esse regolò il vario vestire dei senatori e degli altri ministri della giustizia, senza obbligare essi senatori a portar la toga, se non nel senato e davanti ai magistrati, allorchè vi comparissero per proprie loro liti. Confermò con un'altra le pene intimate contra dei Manichei, accrescendo queste per altre classi di eretici, poco da noi conosciuti. Pubblicò ancora dei regolamenti, acciocchè le case dei privati in Costantinopoli potessero partecipar dell'acqua, introdotta in quella città dieci anni prima da Valente Augusto con un sontuoso acquidotto [Socrat., lib. 4, c. 8.]. Fu in questo anno che riuscì all'imperador Teodosio di estinguere il fiero incendio della guerra dei Goti, non già colla forza, ma colla prudenza e coi maneggi. Cioè fece lor proporre condizioni di pace dal generale Saturnino [Temist., Orat. XVI.], e queste accettate da essi, nel dì 3 di ottobre, per attestato di Idazio [Idacius, in Fastis.] vennero i capi dei Goti col re loro (forse Fritigerno) a sottomettersi con tutta la nazione a Teodosio, e a giurar fedeltà al romano imperio [Marcell. Comes, in Chronico.]. Loro perciò furono assegnate terre da coltivare nella Tracia e nella Mesia, con facoltà di possederle come sue proprie, e senza pagar tributo. Molti di essi Barbari furono arrolati nelle armate cesaree, e tutti ottennero la cittadinanza di Roma. I politici che da lì a molti anni videro i mali effetti di questa pace, fecero i dottori sulla condotta di Teodosio, biasimandola a più non posso come pericolosa e pregiudiziale all'imperio. Tali furono Idazio [Idacius, in Chronico.], Sinesio [Synesius, de Regn.], e principalmente Zosimo [Zosimus, lib. 4, c. 33.]. Ma per ben giudicare delle risoluzioni dei principi ed anche dei privati, convien mettersi sul punto medesimo in cui furono prese; e si troverà bene spesso che non vi mancò prudenza allora e buon consiglio, benchè l'avvenire non corrispondesse alle speranze. Siccome osserva Temistio [Themistius, ut supra.], che si trovava allora sul fatto, difficilissimo era in questi tempi, anzi pericoloso il volere snidar tanti Barbari, penetrati nel cuor dell'imperio. L'esempio fresco di Valente ognun l'avea davanti gli occhi. Nella Tracia e negli altri circonvicini paesi s'erano perduti i loro abitori: bene era il ripopolarli. Divenendo quei Goti sudditi dell'imperio, se ne poteva sperare buon uso, e forza, e fedeltà come in tanti altri simili casi era avvenuto. La necessità in fine è una dura maestra, obbligando a far ciò che la prudenza ricuserebbe. Se poi coll'andar degli anni amari frutti produsse questo aggiustamento, disgrazia fu dei successori, ma non già stolidità di Teodosio, come con temeraria penna scrisse Zosimo pagano. Quel solo che sarebbe stato da desiderare, era che tanta copia di Barbari fosse stata dispersa per le moltissime provincie romane, senza lasciarla unita nella Tracia e nelle contrade adiacenti; ma è da credere che i Goti, gente anch'essa accorta, non volesse lasciarsi sbandare per paura di essere un dì sagrificati tutti con facilità ad arbitrio dei Romani.
CCCLXXXIII
| Anno di | Cristo CCCLXXXIII. Indiz. XI. |
| Damaso papa 18. | |
| Valentiniano II imp. 9. | |
| Teodosio imperadore 5. | |
| Arcadio imperadore 1. |
Consoli
Flavio Merobaude per la seconda volta, e Flavio Saturnino.
Questo nome di Flavio che dopo Costantino il Grande cominciò ad esser cotanto in uso anche fra i generali ed altri nobili, si può credere che fosse loro conceduto per grazia, e a titolo di onore dagli Augusti, i quali se ne pregiavano molto. Abbiamo da Temistio [Themist., Orat. XVI.] che Teodosio, perchè in quest'anno si aveano a celebrare i quinquennali del suo imperio, secondo il rito dovea procedere console: passo su cui il padre Pagi fondò il suo sistema, molte volte nondimeno fallace, de' quinquennali, decennali, ec. Ma per premiar Saturnino suo generale, benemerito della pace stabilita coi Goti, conferì a lui il consolato, siccome ancora Graziano promosse alla stessa dignità Merobaude altro suo generale. Di grandi obbligazioni aveva il suddetto Temistio al medesimo Saturnino, e però in tal occasione, cioè probabilmente ne' primi giorni del suo consolato, recitò un'orazione in ringraziamento a Teodosio presente, e in lode non men di esso Augusto che dello stesso Saturnino e de' primi uffiziali della corte. Vi parla ancora di Arcadio primogenito di Teodosio, ma con apparenza ch'egli finora non fosse decorato del titolo di Augusto. In questo anno nondimeno [Idacius, in Chronico. Marcellin., in Chronic. Prosper., in Chronic. Chronicon Alexand.] e nel dì 16 oppure 18 di gennaio, Teodosio dichiarò Imperadore Augusto suo figliuolo, cioè Flavio Arcadio, il quale potea esser allora in età di sei anni. È stato osservato che Temistio si adoperò forte per ottener l'educazione di questo principe e nella suddetta orazione sestadecima sembra che ne fosse anche intenzionato da Teodosio. Ma essendo Temistio filosofo di profession pagana, non si attentò già il cattolico saggio imperadore di dare un sì pericoloso maestro al fanciullo Augusto, e però scelse per aio di lui Arsenio, personaggio di somma pietà ed abilità, come consta dalla sua vita [Coteler., Monum. Graec. Tom. II.]. Chi fosse nell'anno presente prefetto di Roma, a noi resta tuttavia ignoto. Il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] con varie conghietture ne ha fatta diligente ricerca, ma senza poter fissar il piede. Certamente fu un personaggio di vaglia, come vedremmo fra poco. Essendo nell'anno seguente succeduto Simmaco in questa dignità ad Avenzio, non è improbabile che questi la esercitasse nel presente. Anche per tutto quest'anno l'Augusto Teodosio continuò il suo soggiorno in Costantinopoli; e perchè incessanti erano le sue premure per la pace ed union della Chiesa lacerata da tante eresie, e soprattutto dagli Ariani in Oriente, intimò ancora in quest'anno un gran concilio in Costantinopoli, che tenuto fu nel mese di giugno, e dietro al quale pubblicò dipoi in questo medesimo anno varie costituzioni [Cod. Theod., lib. 16. Tit. 5, de Haeretic.] contra di tutte le sette degli eretici, vietando loro sotto varie pene il raunarsi, il girar per le città e per la campagna, il crear sacerdoti, e far qualunque atto in pubblico, o privato, che potesse pregiudicar alla religione cattolica. Leggonsi tali editti nel Codice Teodosiano. Si godeva intanto una mirabil pace ne' paesi sottoposti ad esso Augusto, dappoichè si erano quietati i Goti, e ne godeva anche lo stesso imperadore Teodosio, quando gli giunsero le funestissime nuove della tragedia di Graziano Augusto, della quale io passo ora a descriverne le particolarità.