Si può credere che dopo l'orrida suddetta tragedia il perfido generale Arbogaste avrebbe volentieri occupato il trono imperiale: ma o perchè non volle con questo salto dichiararsi colpevole della morte del suo sovrano, oppure, perchè essendo di nascita barbaro, giudicò pericoloso il prendere lo scettro dei Romani [Philost., l. 11, c. 2. Orosius, l. 7, c. 35.]: certo è ch'egli scelse persona che portasse il nome d'imperadore, e ne lasciasse a lui tutta l'autorità. Gran confidenza passava tra lui ed Eugenio, uomo che di maestro di grammatica e di retorica, s'era alzato al grado di segretario o d'archivista nella corte di Valentiniano [Socrates, l. 5, cap. 25. Zos., l. 4, c. 54.]. Se di lui parla Simmaco in due sue lettere [Symmach., l. 2, ep. LX et LXI.], dove gli dà il titolo di chiarissimo, potrebbe essere stato anche più eminente il di lui grado: e Filostorgio [Philost., lib. 11, c. 2.] sembra dire che fu maggiordomo. Era amicissimo del general Ricomere, ma più di Arbogaste, e però opinion fu che fra lui ed esso Arbogaste si formasse il concerto della morte di Valentiniano, avendogli l'indegno conte promesso di crearlo imperadore. Così fu fatto. Arbogaste imboccò le milizie, acciocchè il volessero e dichiarassero Augusto; e però Eugenio salì sul trono, nè tardarono le provincie della Gallia a riconoscerlo per loro signore. Quanto all'Italia abbiam pruove nell'anno seguente, che anch'essa venne alla di lui ubbidienza. Ma per conto dell'Africa e dell'Illirico, non v'ha apparenza che accettassero la signoria del tiranno, tuttochè costui avesse in animo, anzi sperasse gagliardamente l'acquisto di tutto l'imperio romano [Sozom., l. 7, c. 22.], perchè i pagani cominciarono ad empiergli la testa di vane promesse di vincere Teodosio, tripudiando essi al vedere che Arbogaste, adoratore anch'egli de' falsi dii, si dava a conoscere arbitro degli affari sotto il nuovo tiranno. Portata intanto a Costantinopoli la nuova dell'assassinio di Valentiniano; ne provò Teodosio una somma afflizione ed inquietudine [Zosimus, l. 4, cap. 55.], e Gallia Augusta, sorella dell'ucciso principe, coi suoi pianti e lamenti mise sossopra quella real corte [Rufinus, l. 2, cap. 31.]. Andava il saggio principe ondeggiando fra i pensieri di pace e di guerra, quando gli arrivò un'ambasceria spedita da Eugenio per intendere s'egli il voleva o no per collega nell'imperio. Il capo di tal deputazione era un Rufino ateniese, accompagnato da alcuni vescovi della Gallia, i quali ebbero tanta sfrontatezza di difendere come innocente Arbogaste davanti ad esso Augusto. Dopo la dimora di qualche tempo furono essi rispediti, non si sa con quale risposta; ma ben si sa con ricchi regali, e probabilmente senza quel frutto che desideravano. Già vedemmo che Rufino fu console nell'anno presente, e come egli aveva fatto levar di vita il valoroso generale Promoto. Vi restava Taziano prefetto del pretorio d'Oriente, personaggio che gli faceva ombra, non men che Procolo di lui figliuolo, prefetto della città di Costantinopoli. Si accinse Rufino ad atterrarli amendue, e gli riuscì il disegno. Secondo le apparenze fece saltar fuori contra di loro delle accuse di avanie e rubamenti da lor tutti ne' loro uffizii. Fu spogliato Taziano della dignità di prefetto del pretorio, e in questa ebbe per successore lo stesso Rufino, cominciandosi a veder leggi di Teodosio date sul fine d'agosto, e indirizzate a lui con questo titolo. Procolo figlio d'esso Taziano sul principio della tempesta se ne era fuggito, nè si sapea dove fosse. Lasciossi infinocchiar cotanto suo padre dalle promesse di Rufino, che il fece venire; ma continuò il processo contra di loro in maniera tale che esso Taziano fu relegato nel suo paese, e condannato a morte il figliuolo. La sentenza contra dell'ultimo fu eseguita nel dì 6 di decembre [Chronicon Alexandrinum.]; perchè Teodosio spedì ben l'ordine della grazia, ma colui che lo portava, passando d'intelligenza con Rufino, andò sì lentamente che non arrivò a tempo di farla valere. Furono per ordine di Teodosio cassati molti atti di Taziano e di Procolo; quantunque Claudiano [Claud., in Rufin., lib. 1.] da lì a qualche anno mettesse fra i reati dell'iniquissimo Rufino questa persecuzione fatta a Taziano e a suo figlio, pure assai fondamento s'ha per credere che i lor vizi fossero meritevoli delle suddette condanne [Rufinus, l. 10, c. 2.]. Certamente Taziano (checchè in sua lode ne dica Zosimo storico gentile) gran persecutor dei Cattolici, era stato sotto Valente Augusto; e sant'Asterio [Asterius, Homil. in fest. Kal.] riguardò la di lui peripezia per un gastigo di Dio. In quest'anno il piissimo imperador Teodosio pubblicò una nuova celebre costituzione [L. 12, de Paganis, Cod. Theod.] contra tutte le superstizioni del paganesimo, vietando con rigorose pene ogni culto degl'idoli, ogni sacrifizio ed ogni impostura dell'aruspicina. Altre leggi di lui spettanti all'anno presente abbiamo, o contro gli eretici, o per sollievo dei popoli, o per tener in disciplina i soldati, o per estirpare i ladri, con altri regolamenti tutti degni di lode.


CCCXCIII

Anno diCristo CCCXCIII. Indizione VI.
Siricio papa 9.
Teodosio imperadore 15.
Arcadio imperadore 11.
Onorio imperadore 1.

Consoli

Flavio Teodosio Augusto per la terza volta, e Abondanzio.

Questi furono i consoli dell'Oriente, perciocchè per conto dell'Occidente Eugenio tiranno prese il consolato, e ne abbiamo i riscontri in qualche iscrizione; una avendone rapportata anch'io [Thesaur. novus Inscript., p. 394.]. Solo procedette console Eugenio, per lasciar l'altro luogo all'Augusto Teodosio, che non gli avea per anche dichiarata la guerra. A chi fosse in quest'anno appoggiata la prefettura di Roma, a noi resta ignoto. Sulpicio Alessandro storico, conosciuto dal solo Gregorio Turonense, e da lui citato [Gregor. Turonensis, l. 2, c. 8.], racconta che passava qualche nemicizia fra Arbogaste generale dell'armi del tiranno Eugenio, e Junnone e Marcomiro principi della nazion dei Franchi. Per vindicarsi di loro, Arbogaste passò colla sua armata a Colonia e poi nel furore del verno dell'anno presente valicato il Reno, andò a dare il guasto al paese d'essi Franchi, nè vi trovò opposizione alcuna, essendo fuggiti gli abitanti. Paolino nella vita di sant'Ambrosio [Paulin., in Vit. s. Ambrosii.] scrive aver egli fatta guerra ai Franchi, benchè fosse anche egli della lor nazione, e dacchè ebbe sconfitto molti di essi, aver poi stabilita pace col resto di loro. Anche il suddetto Sulpicio storico attesta che Eugenio tiranno con tutte le sue forze si lasciò vedere sul Reno, per rinnovar la pace e la lega antica coi re dei Franchi e degli Alamanni. Aspettavasi ormai Eugenio la guerra dalla parte di Teodosio: e però in quest'anno attese ad ingrossar la sua armata, non solamente con truppe romane, ma ancora con arrolar quanti Franchi ed Alamanni vollero militar sotto le sue bandiere. Arbogaste era il general comandante di tutti. Già l'Italia ubbidiva ad Eugenio, e i pagani, accortisi del loro vantaggio, al vedere esso Arbogaste pagano arbitro dell'imperio, e lo stesso Eugenio poco buon cristiano, corsero a dimandargli il ristabilimento dell'altare della Vittoria, e la restituzione delle rendite tolte ai loro templi e sacerdoti. Veramente Eugenio, per attestato di sant'Ambrosio [Ambros., Epist. LXI, Class. I.] e di Paolino [Paulin., in Vit. s. Ambrosii.], diede loro più di una negativa; tante nondimeno furono le lor batterie, che infine permise quanto chiedevano per l'altare della Vittoria; ma per conto dell'entrate in vece di renderle ai templi, le dispensò ad Arbogaste, a Flaviano prefetto del pretorio, e ad altri nobili romani, ma romani gentili. Venuta poi la primavera sen venne il tiranno con tutto il suo sforzo in Italia per osservare gli andamenti del temuto Teodosio. Sul principio dell'usurpazione sua egli avea scritto a sant'Ambrosio per tirar dalla sua un prelato di tanta conseguenza e stima. Sant'Ambrosio non gli diede risposta; solamente poi gli scrisse per raccomandargli varie persone, e, udendosi poi imminente la di lui calata in Italia, si ritirò da Milano a Bologna, indi a Faenza, e finalmente a Firenze per non comunicare con chi alla tirannia avea congiunta la protezione del paganesimo. Da Firenze poi scrisse a lui una lettera piena di generosità e prudenza per giustificar la sua ritirata.

Teodosio Augusto in questo mentre faceva tutte le necessarie disposizioni per procedere contra del tiranno, senza però trascurare di far del bene al pubblico. Le leggi da lui pubblicate in quest'anno [Gothofred., in Chronol. Cod. Theodos.] tutte si veggono date in Costantinopoli. Con alcune d'esse promosse la militar disciplina levando varii abusi, e soprattutto ordinando che i soldati non potessero pretendere nè dimandare a chi gli alloggiava nè legna, nè olio, nè materazzi, nè di farsi pagare in denaro i naturali loro dovuti. Allorchè i regnanti del mondo si preparavano a far guerra, uso loro ordinariamente è di mettere delle nuove imposte addosso ai miseri popoli. L'ottimo imperadore Teodosio, che cercava nelle imprese la benedizione di Dio, lungi dal voler imporre nuovi aggravi ai suoi sudditi in occasion di questo armamento contra di Eugenio, con sua legge nel dì 12 di giugno, abolì ancora un aggravio dianzi imposto dal decaduto Taziano, e fece restituire tutti que' beni che quell'uffiziale indebitamente avea confiscato a varie persone, o esiliate, o fatte morire: sopra di che il cardinal Baronio lasciò scritte varie eccellenti riflessioni. Ma ciò che incomparabilmente diede a conoscere l'impareggiabil bontà di questo imperatore, fu la celebre legge [L. unica, Si quis Imperatori maledixerit, Cod. Theodos.] emanata nel dì 9 d'agosto. In altri tempi sotto gli Augusti pagani delitto capitale fu riputato lo sparlare del principe, e il diffamare il suo nome con parole insolenti ed oltraggiose. Il buon Teodosio ordina con quell'editto ai giudici, che niuno di questi tali mormoratori sia suggetto alla pena ordinaria portata dalle leggi, aggiungendo quelle belle parole: Perchè se la lor maldicenza proviene da leggerezza indiscreta, noi dobbiamo sprezzarla; se da cieca pazzia, abbiamo da averne compassione, e se poi da cattiva volontà, a noi conviene il perdonar. Pertanto solamente ordina che sia riferito a lui quanto ne dicessero le persone per esaminare se occorresse farne ricerca, esigendo la prudenza che non si trascurino certe insolenze che tendessero a sedizioni e a turbar la quiete dello Stato. L'anno fu questo, in cui Teodosio [Philost., l. 11, c. 1. Sozomenus, l. 8, c. 24. Claud. Marcellin. Comes, in Chronico.] dichiarò Augusto il suo secondogenito Flavio Onorio, ch'era in età di dieci anni. Si è disputato fra gli eruditi, se tal dichiarazione accadesse nel gennaio, oppure nel novembre dell'anno presente, nè si è potuto finora adeguatamente decidere la quistione [Chron. Alexandrinum.]. Fu medesimamente nel presente anno dato compimento in Costantinopoli ad un'insigne piazza, che portò in nome di Teodosio: intorno a che è da vedere quanto lasciò scritto nella sua Costantinopoli cristiana il Du-Cange [Du-Cange, Hist. Byzant.]. In essa città anche nel seguente anno fu alzata una statua di Teodosio a cavallo sopra la colonna di Tauro istoriata, e tale statua si pretende che fosse d'argento.


CCCXCIV