Palmato si truova in una legge del Codice Teodosiano prefetto di Roma per questi tempi. Cosa operasse Ataulfo re de' Goti e successor di Alarico nell'anno addietro, restando in Italia, niuno degli antichi storici l'ha registrato. Solamente Giordano, siccome dicemmo, scrive [Jordan., de Rebus Getic., cap. 31.] che saccheggiò l'Italia, e s'accordò con Onorio; ma per varii capi non sussiste il suo racconto. Si può non senza fondamento credere che il trattenessero dall'inferocire le insinuazioni di Galla Placidia sua prigioniera, alle cui nozze costui aspirava, e a qualche trattato di accomodamento con Onorio imperadore. Ma non essendo questo riuscito, Ataulfo, o per paura d'essere colto in mezzo, se Costanzo generale d'Onorio fosse tornato coll'esercito in Italia, o piuttosto perchè invitato da Giovino tiranno, oppure con disegno di seco unirsi, determinò di passar nelle Gallie. Attalo era con lui, cioè quel medesimo che sotto Alarico due volte comparve imperadore, ed altrettante fu deposto. Costui, siccome gran faccendiere, proposta l'unione con Giovino, gli dava ad intendere che coi suoi maneggi gli bastava l'animo di farlo padrone almeno della metà delle Gallie. In effetto colà s'inviò Ataulfo [Prosper, in Chron.], e passate senza opposizione alcuna le Alpi, andò a saccheggiar il resto di quello che gli altri Barbari per avventura aveano lasciato alle provincie galliche. Attalo si portò a trattar con Giovino, credendosi di far gran cose [Olymp., apud Photium, pag. 183.], ma scoprì che costui non avea gradito l'arrivo di Ataulfo nelle Gallie, e d'esser egli poco accetto per aver consigliata ad Ataulfo quella risoluzione. Perciò nacquero tosto dissapori fra Giovino ed Ataulfo. Erasi partito da Onorio il barbaro Saro, uom valoroso, altre volte di sopra nominato, per isdegno, a cagione di non avere l'imperadore gastigato chi avea ucciso Belleride, familiare d'esso Saro. Costui con circa venti persone meditava di passare al servizio di Giovino. Lo seppe Ataulfo suo nimico, e con diecimila de' suoi Goti il raggiunse in cammino. Fatta Saro una gagliarda difesa, in fine fu preso vivo, e poco dopo tolta gli fu la vita. Crebbe maggiormente il mal animo di Ataulfo contra di Giovino, perchè, pretendendo il re barbaro di divenir suo collega nell'imperio, Giovino all'incontro in vece di lui dichiarò Augusto Sebastiano suo fratello. Adoperossi inoltre per guastare l'union di costoro Dardano prefetto del pretorio delle Gallie, e personaggio lodato assaissimo dai santi Agostino e Girolamo, ma dipinto da Apollinar Sidonio per uomo carico di vizii, che non s'era voluto sottomettere a Giovino. Pertanto di più non vi volle perchè Ataulfo, irritato da un tale sprezzo, mandasse ad offerir la pace ad Onorio, con promettergli le teste di que' tiranni, e la restituzione di Placidia, esigendo solamente in contraccambio non so quale quantità di vettovaglie. Tornati i suoi ambasciatori con gli articoli della concordia accettati e giurati da Onorio, Ataulfo s'accinse dal suo canto all'esecuzione delle promesse. Gli cadde fra poco nelle mani Sebastiano, e ne inviò la testa a Ravenna. Ritirossi Giovino a Valenza, città allora assai forte, nel Delfinato d'oggidì, la quale assediata da Ataulfo, restò in fine presa per forza. Fu consegnato Giovino a Dardano, acciocchè l'inviasse ad Onorio; ma Dardano per maggior sicurezza gli tolse la vita in Narbona. La testa ancora di costui fu mandata all'imperadore, e poi (se crediamo ad Olimpiodoro) spedita a Cartagine con quelli di Sebastiano. Idacio [Idacius, in Chron.] pretende che costoro fossero presi dai generali d'Onorio, probabilmente perchè s'erano uniti anch'essi con Ataulfo alla distruzion dei tiranni. Ho io poi raccontata tutta in un fiato sotto il presente anno la tragedia di costoro; ma forse la lor caduta e morte si dee differire all'anno susseguente, in cui la riferiscono le Croniche attribuite a Prospero Tirone. Ma non si può già ricavar questo con sicurezza da quella d'Idacio, come pretende il Pagi.

Leggonsi nel Codice Teodosiano [Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.] molte leggi date in quest'anno da Onorio imperadore, tutte in Ravenna, dove egli soggiornava. Era seguita nell'anno precedente in Africa la famosa conferenza tra i cattolici e donatisti colla decisione di Marcellino tribuno, assistente alla medesima di ordine di Onorio, in favore de' primi. Gli ostinati donatisti non si vollero per questo rendere, anzi maggiormente infuriarono, e seguitarono a commettere degli omicidii: il che obbligò l'imperadore a pubblicare in quest'anno delle leggi più che mai rigorose contra di loro. Ordinò che fossero tolte loro le chiese, e date ai cattolici; che i laici della lor setta fossero puniti con pene pecuniarie; che non potessero far adunanze. Con altre leggi poi concedette molte esenzioni ai beni degli ecclesiastici, e determinò che le accuse contra le persone de' medesimi fossero giudicate dai vescovi alla presenza di molti testimonii. E perchè dall'Africa venivano frequenti doglianze delle avanie e concussioni che vi commettevano gli uffiziali cesarei, deputati tanto a raccogliere i tributi quanto a far pagare i debiti degli anni addietro, e a cercare i desertori e vagabondi, Onorio con saggi editti si studiò di rimediare a sì fatti disordini. Premeva ancora a questo piissimo principe che si rimettesse in vigore la tanto afflitta città di Roma; e però diede varii privilegi ai corporati, cioè alla società di coloro che conducevano colà grani ed altri viveri, acciocchè non penuriasse il popolo di vettovaglia. Roma in fatti dopo le calamità sofferte dai Goti non istette molto a ripopolarsi, di maniera che Paolo Orosio [Orosius, lib. 7, cap. 40.] pochi anni dopo scrivendo la sua storia, attestò, per relazione degli stessi Romani, che non si conosceva più il danno inferito a quell'augusta città dai Barbari, a riserva di qualche luogo già devastato dalle fiamme. Ed Albino prefetto di Roma nell'anno 414 (secondochè narra Olimpiodoro) [Olympiod., apud Photium, pag. 188.] scrisse che non bastava al popolo d'essa città la porzione del grano pubblico assegnatogli dalla pia liberalità dell'imperadore: tanto era cresciuta la moltitudine degli abitanti.


CDXIII

Anno diCristo CDXIII. Indizione XI.
Innocenzo papa 13.
Onorio imperad. 21 e 19.
Teodosio II imperad. 12 e 6.

Consoli

Lucio ed Eracliano.

Eracliano, quel medesimo che di sua mano uccise già Stilicone, e per guiderdone ebbe da Onorio Augusto il governo dell'Africa col titolo di conte, fu creato dal medesimo imperadore console di quest'anno, in compagnia di Lucio, avendo voluto Onorio premiare il merito ch'egli s'era acquistato in isventare negli anni addietro i disegni del falso imperadore Attalo, con impedirgli l'entrata nell'Africa. Ma costui, persona di scellerati costumi, dei quali ci lasciò una orrida dipintura san Girolamo [Hieron., Epist. VIII ad Demetriad.], senza sapersi se in lui fosse maggiore la superbia o la crudeltà, l'avarizia o la gola, gonfiatosi maggiormente per quest'onore, e mosso non meno dagli esempi dei tiranni della Gallia, che dalla poca stima del regnante Onorio: anche egli si sottrasse dalla di lui ubbidienza; e meditò non solo di farsi padrone dell'Africa [Orosius, lib. 7, cap. 42.], ma eziandio di levar la corona di testa al suo benefattore Augusto. Congiurossi pertanto con Sabino, suo domestico e consigliere, uomo accortissimo, capace di eseguir de' grandi attentati, e di seguito non minore in Africa, con dargli per moglie una sua figliuola, affine di più strettamente invischiarlo ne' suoi interessi. Trattenne costui per qualche tempo con vari pretesti la spedizion de' grani a Roma, pensando di valersi delle navi pel disegno da lui conceputo. In quest'anno poi unita una gran flotta con quanti armati potè, spiegò le vele verso Roma, non già coll'apparenza di andare a prendere il possesso del consolato, ma colla chiara disposizione di farsene padrone. Paolo Orosio scrive essere allora corsa fama ch'egli seco menasse tremila e dugento navi: numero che eccede la credenza nostra, perchè, siccome il medesimo autore osserva, neppure Serse, e nemmeno Alessandro od altro monarca giunse mai a formare una flotta sì strepitosa. All'incontro Marcellino conte [Marcell., in Chronico.] più discretamente narra che costui venne con settecento navi, e tremila soldati, numero nondimeno di gente che dee parere anch'esso troppo scarso per chi meditava sì grande impresa. Giunto Eracliano ai lidi dell'Italia, se gli fece incontro Marino conte, uffiziale di Onorio, con quante truppe potè, e gli mise tale spavento, che giudicò meglio di darsi alla fuga, e se ne tornò con una sola nave in Africa. Ma se vogliam credere allo storico Idacio [Idacius, in Chron., apud Sirmondum.], seguì tra Eracliano e Marino un fatto d'armi ad Otricoli, dove restarono morte cinquantamila persone sul campo: racconto spropositato; perchè se ciò sussistesse, converrebbe supporre venute alle mani almen centomila persone in tal occasione: il che non può mai accordarsi colle circostanze d'allora. Nulladimeno può ben Idacio farci conghietturare che Eracliano conducesse in Italia più di tremila persone, e che solamente fuggisse perchè la peggio gli toccò in qualche conflitto. Giunto costui in Africa sconfitto e screditato, non tardarono a tenergli dietro ordini pressanti dell'imperadore di ucciderlo dovunque si trovasse. E colto in fatti nel tempio della Memoria, fu quivi trucidato. Onorio Augusto a' dì cinque di luglio del presente anno scrisse ai popoli dell'Africa, con dichiarare Eracliano nemico pubblico, condannando lui e i suoi complici a perdere la testa, col confisco di tutti i loro beni [L. 15, tit. 14, Cod. Theod.]. E con altra legge del dì tre d'agosto, indirizzata ad Adriano prefetto del pretorio, ordinò che si abolisse il nome ed ogni memoria di lui. Donò eziandio, secondochè s'ha da Olimpiodoro, tutti i di lui beni a Costanzo conte, suo generale, che se ne servì per le spese del suo consolato nell'anno seguente, ma senza essersi trovati que' monti d'oro che la fama decantava. Sabino, genero d'Eracliano, fuggito a Costantinopoli, fu preso e dato in mano agli ufficiali d'Onorio, e probabilmente si seppe così ben difendere, che n'ebbe solamente la pena dell'esilio.

Intanto nelle Gallie si sconciò presto la buona intelligenza che passò nell'anno addietro fra il suddetto Costanzo conte e Ataulfo re de' Goti. S'era obbligato questo re di restituire Placidia all'imperadore suo fratello; e Costanzo, che desiderava e sperava di ottenerla in moglie, ne andava facendo varie istanze [Olympiod., apud Photium, pag. 185.]. Ma Ataulfo, che aspirava anch'egli alle medesime nozze, non cessava di tergiversare, allegando che Onorio non gli avea consegnato il grano già accordato nella capitolazione; e che, ottenuto questo, la renderebbe. Restati dunque amareggiati gli amici, Ataulfo voltò le sue armi contro di Narbona, e se ne impadronì nel tempo della vendemmia [Idacius, in Chron.]. Per attestato di san Girolamo [Hieron., Epist. XI ad Ageruch.], fu presa anche Tolosa, e il Tillemont sospetta che da Ataulfo. Ma molto prima pare scritta la lettera del santo vecchio, dove conta con tante altre sciagure della Gallia ancor questa. Certo è bensì (e ne fa testimonianza Olimpiodoro) che Ataulfo tentò di sorprendere con inganno la città di Marsiglia; ma non gli venne fatto per la vigilanza e bravura di Bonifazio conte, che coll'armi gli si oppose, con obbligarlo alla fuga, e regalarlo ancora di una ferita. Questo Bonifazio conte verisimilmente è quello stesso ch'ebbe dipoi il governo dell'Africa, e s'incontra nelle lettere di sant'Agostino. Sappiamo ancora da Prospero Tirane [Prosper Tiro, in Chron.] che l'Aquitania in questo anno venne in potere de' Goti; e da Paolino penitente [Paul. Poenit., in Eucharist.], che la città di Bordeaux ricevette come amico Ataulfo; ma non andò molto che provò miseramente la crudeltà di que' Barbari, con rimanerne tutta incendiata. Così in questi tempi ebbe principio nella Gallia meridionale il regno de' Goti, di modo che quelle provincie per alcuni secoli dipoi portarono il nome di Gotia. Similmente nella parte settentrionale della Gallia presso il Reno i Borgognoni sotto il re loro Guntario, o Gondecario, stabilirono il loro regno. Erano costoro popoli della Germania: divennero in breve cristiani, e si domesticarono sì fattamente, che i Romani di que' paesi volentieri se ne stavano sotto il loro governo. La Borgogna d'oggidì è una picciola parte di quel regno, perchè costoro a poco a poco stesero il loro dominio fino a Lione, al Delfinato, e ad altre città di que' contorni, come avvertì il Valesio [Hadrian. Valesius Notit. Galliar.]. Dappoichè Marino conte ebbe nel presente anno sì valorosamente ripulsato da' contorni di Roma il ribello Eracliano, in ricompensa del merito ch'egli s'era acquistato, fu spedito dall'imperadore Onorio in Africa con ampia autorità di punire e confiscare. Costui barbaramente si prevalse del suo potere, colla morte non solo di molti delinquenti, ma anche di non pochi innocenti, perchè con troppa facilità porgea l'orecchio a chiunque portava accuse in segreto. Grande strepito soprattutto fece in quelle parti l'aver egli tolta la vita a Marcellino tribuno e notaio, cioè a quel medesimo che aveva assistito alla celebre conferenza tra i cattolici e donatisti, uomo di rara virtù e di santa vita. Creduto parziale dei cattolici, trovarono maniera gli eretici di farlo credere reo di non so qual delitto al suddetto Marino, il quale senz'altro gli fece mettere le mani addosso ed imprigionarlo. Udita questa nuova, santo Agostino [August., Epist. CLXI, olim CCLIX.] scrisse caldamente a Ceciliano governatore allora dell'Africa, con raccomandargli l'innocente Marcellino, e n'ebbe per risposta che si studierebbe di salvarlo. Ma nel dì 13 di settembre Marino gli fece tagliar la testa in Cartagine. Per aver egli incontrata la morte per odio ed istigazione degli eretici, il cardinal Baronio l'inserì qual martire nel Martirologio romano a dì 6 d'aprile. Per le premure d'esso Marcellino, sant'Agostino scrisse la bell'opera della Città di Dio, e la dedicò al medesimo. Tante doglianze per questa iniquità di Marino fecero dipoi i cattolici africani [Orosius, lib. 7, cap. 42.], che Onorio Augusto il richiamò in Italia, e di tutte le cariche lo spogliò. Poscia nell'anno seguente con suo editto [Cod. Theod., lib. 55, de Haeretic.] confermò tutti gli atti seguiti sotto la sua assistenza fra i cattolici e donatisti. Appartiene ancora a quest'anno una legge di Onorio, in cui per quattro anni esentò le provincie d'Italia da varie imposte, mosso, come si può credere, da' saccheggi che avea patito il paese pel passaggio dei Barbari.