Flavio Filippo e Flavio Salio o Salia.
Perchè s'era introdotto il costume che cadauno de' due Augusti eleggesse il suo console, si può perciò conghietturare che questo Filippo console orientale fosse quel medesimo che nel Codice Teodosiano e in altri monumenti delle antichità si truova prefetto del pretorio d'Oriente, uomo crudele e partigiano spasimato degli ariani, come s'ha da san Girolamo [Hieron., in Chronico.]: del che ricevette egli il gastigo da Dio anche nella vita presente, siccome vedremo. Era quest'anno il millesimo centesimo dalla fondazione di Roma, e s'aspettavano i Romani quelle feste che in altri tempi furono fatte dal paganesimo per celebrare un tal anno. Niuna cura di ciò si prese il cristianissimo Costante Augusto, nemico delle superstizioni: del che si duole Aurelio Vittore [Aurel. Vict., de Caesarib.], con farci anche conoscere che il millesimo di Roma era stato nell'anno di Cristo 248 solennizzato sotto Filippo Augusto. Per lo contrario, esso imperadore, veggendo che non venivano ristabiliti nelle lor chiese santo Atanasio e gli altri vescovi cattolici, dichiarati innocenti nel concilio di Serdica [Theodoretus, Hist., lib. 1, cap. 28. Socrat., Histor., lib. 2, cap. 21.], prese talmente a cuore gl'interessi della Chiesa cattolica, che risentitamente sopra ciò scrisse al fratello Costanzo, con giugnere a minacciare di romperla con lui per questo. Un linguaggio sì fatto mise il cervello a partito a Costanzo, il quale perciò parte nel presente e parte nel seguente anno consentì al ritorno di que' vescovi alle lor chiese. Per quanto si può ricavare da santo Atanasio [Athan., in Apolog.], esso imperadore Costante venne a Milano nell'anno corrente, e l'Augusto Costanzo fu in Edessa di Mesopotamia. San Girolamo [Hieron., in Chron.] e Idazio [Idacius, in Fastis.] riferiscono sotto quest'anno la battaglia formidabile succeduta fra i Romani e Persiani presso Singara nella suddetta Mesopotamia. Ma il Gotofredo e i padri Arduino e Pagi han creduto che questa appartenga piuttosto all'anno 345, perchè Giuliano Apostata [Julian., Orat. I.] lasciò scritto che sei anni dopo d'essa battaglia saltò su il tiranno Magnenzio; e questi senza fallo cominciò le sue scene nell'anno 350. All'incontro il Petavio, Arrigo Valesio e il Tillemont, appoggiati al testo espresso de' suddetti due storici, han rapportato quell'avvenimento all'anno presente, e creduto qualche fallo nel testo dell'orazion di Giuliano. A me ancora sembra più verisimile l'ultima opinione, perchè Libanio [Liban., Orat. III.] ne parlò in maniera circa l'anno 349, che fece intendere quel combattimento come azione accaduta di fresco, e non già alcuni anni prima, e combattimento ultimo, che ne suppone degli altri antecedenti. Lo stesso Gotofredo [Gothofr., Chron. Cod. Theodos.] riconobbe per recitata nell'anno 349 quella orazione di Libanio in lode dei due Augusti Costanzo e Costante, di modo che nel testo di Giuliano si può credere scappato per negligenza de' copisti un sexto in vece di tertio.
Il fatto, in poche parole, fu così. Dopo il secondo assedio di Nisibi dovette seguir qualche tregua fra i Romani e i Persiani; ma gli ultimi, poco curanti delle promesse e de' giuramenti [Liban., Orat. III.], si andarono disponendo per far nuovi sforzi, e questi divamparono dipoi in questo anno. O sia che Costanzo non volesse o pure che non potesse impedire i passi di così possente armata, col mezzo di tre ponti gittati sul fiume Tigri entrarono i Persiani nella Mesopotamia, e vennero sino ad un luogo vicino a Singara, città di quelle contrade, nel bollore della state. V'era in persona lo stesso re Sapore. Costanzo, a cui non erano ignoti i preparamenti de' nemici, s'affrettò anche egli ad unir gente da tutte le parti, ed essendo poi marciato con tutto il suo sforzo contra d'essi, andò ad accamparsi poche miglia lungi da loro. Stettero le due armate per qualche tempo senza far nulla, quando i Romani impazientatisi un giorno, dopo essere stati in ordinanza di battaglia fin passato il mezzodì, si mossero, senza poter essere ritenuti da Costanzo Augusto, per assalire il campo nemico. Contuttochè fosse già sera, cominciarono inferociti il combattimento, nè la notte potè ritenerli dal menare le mani. Ruppero le prime schiere nemiche; forzarono ancora alcuni loro trincieramenti con molta strage d'essi Persiani; fecero gran bottino; ed ebbero fin prigione il principe primogenito del re Sapore, che fu poi barbaramente ucciso, se pure, come vuol Rufo Festo [Rufus Festus, in Breviar.], egli non lasciò la vita nel bollore della battaglia. Era la notte, tempo poco proprio per combattere, e però Costanzo a furia chiamava alla ritirata le sue genti; ma ebbe un bel dire, un bel gridare. Perchè verisimilmente i suoi sapevano che più innanzi si trovava qualche fiumicello o canale vegnente dal Tigri, siccome morti dalla sete, seguitarono i fuggitivi Persiani, ed arrivati all'acqua, ad altro non attesero che ad abbeverarsi. Allora gli arcieri persiani postati in quel sito un tal nembo di saette scaricarono contro degli affollati Romani, che molti vi perirono, e chi potè, ben in fretta se ne tornò indietro. Aveano questi ultimi, per attestato di Festo [Idem, ibidem.], accese varie fiaccole che servirono mirabilmente ai nemici per meglio bersagliargli. Giuliano, avendo preso in quella orazione [Julian., Orat. I.] a tessere le lodi dell'Augusto Costanzo, non parla che di pochi Romani restati in quel conflitto. Libanio [Liban., Orat. III.] slarga un po' più la bocca. Per lo contrario, Ammiano Marcellino [Ammianus, lib. 18, cap. 5.], anch'egli vivente allora, e che volea poco bene a Costanzo, scrive che grande strage fu ivi fatta delle soldatesche romane: il che si può anche dedurre da Rufo Festo. Altro non dice Eutropio [Eutrop., in Brev.], se non che i Romani per loro caparbietà si lasciarono togliere di mano una sicura vittoria; e le di lui parole furono copiate da san Girolamo [Hieron., in Chron.]. Tutti poi gli storici van d'accordo in dire che il re Sapore prese la fuga; nè mai si credette in salvo, finchè non ebbe passato il fiume Tigri. Giuliano pretende che anche prima della zuffa quel valoroso re, al solo mirar da lungi la poderosa armata de' Romani, battesse la ritirata, e lasciasse il comando al figliuolo, che poi miseramente morì. Del pari è certo che non tardarono i Persiani a levar il campo nel giorno seguente, e a ritirarsi precipitosamente di là dal Tigri, con rompere tosto i ponti per paura di essere inseguiti dai creduti vincitori Romani. Sicchè, se essi Romani non poterono cantar la vittoria, nè pure i loro nemici ebbero campo di attribuirla a sè stessi. E san Girolamo nota che di nove battaglie succedute durante la guerra suddetta coi Persiani, questa fu la più riguardevole e sanguinosa; ed essa almen per allora fece svanire i boriosi disegni del re nemico, il quale, senza aver presa città o fortezza alcuna, malconcio si ridusse al suo paese.
CCCXLIX
| Anno di | Cristo CCCXLIX. Indizione VII. |
| Giulio papa 13. | |
| Costanzo e | |
| Costante imperadori 13. |
Consoli
Ulpio Limenio e Acone ossia Aconio Catulino Filomazio o Filoniano.
Dal Catalogo de' prefetti di Roma, pubblicato dal Cuspiniano e dal Bucherio [Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.], abbiamo che il console Limenio seguitò ad essere prefetto di Roma e prefetto del pretorio sino al dì 8 di aprile. Restarono vacanti queste due dignità, senza che se ne sappia il perchè, sino al dì 18 di maggio, in cui tutte e due furono conferite ad Ermogene. Dall'Apologia di sant'Atanasio [Athan., in Apolog.] si può ricavare che Costante Augusto ne' primi mesi di quest'anno soggiornasse nelle Gallie; perchè il santo vescovo, chiamato da lui, si portò colà prima di passare ad Alessandria, giacchè finalmente di consenso dell'imperadore Costanzo egli ricuperò in quest'anno la sedia sua. Truovasi poi Costante in Sirmio della Pannonia nel dì 27 di maggio, ciò apparendo da una sua legge. Libanio [Liban., Orat. III.] anche egli attesta che questo principe nell'anno presente visitò le città d'essa Pannonia. Quanto all'Augusto Costanzo, apprendiamo dalle leggi del Codice Teodosiano ch'egli nel principio d'aprile soggiornava in Antiochia, e da Emesa scrisse a sant'Atanasio per sollecitarlo a tornarsene in Oriente. Alcune leggi da lui date in quest'anno ci fan conoscere la premura di lui per reclutar le milizie sue, e per ben disciplinarle. Imperciocchè i Persiani, con tutte le percosse patite nell'anno precedente, non rallentavano punto le disposizioni per seguitar le guerra, divenuta oramai una perniciosa cancrena de' Romani in quelle parti; imperciocchè anno non passò, durante il regno di Costanzo, in cui egli fosse esente dalle minaccie ed incursioni di quella nemica e potente nazione, ora con vantaggio, ed ora con isvantaggio delle sue genti. Intorno a che convien osservare due diverse figure che fecero i due pagani Giuliano Apostata [Julian., Orat. I et II.] e Libanio [Liban., Orat. III.]. Finchè visse Costanzo, l'eloquenza loro trovò dei luoghi topici per esaltare il di lui valore e la sua condotta in fare e sostenere quella guerra. Ma da che egli compiè la carriera de' suoi giorni, amendue se ne fecero beffe, e formarono di lui un ben diverso ritratto. All'udir questi due adulatori, Costanzo più volte gittò dei ponti sul fiume Tigri, e passò anche sulle terre nemiche, tal terrore spargendo ne' Persiani, che non osavano di lasciarsi vedere per difendersi dai saccheggi. Passava egli il verno in Antiochia, e nella state era in campagna contro i nemici, i quali si stimavano felici se potevano fuggire e nascondersi dal valore di questo augusto eroe. Che se riuscì talvolta a coloro di riportar qualche vantaggio sopra i Romani, fu solamente per mezzo d'imboscate, e col mancare alle tregue. Passato poi all'altra vita esso Costanzo, mutò linguaggio il sofista Libanio, con dire che a lui non mancavano già buone milizie per vincere i Persiani, ma bensì un cuore di principe e una testa di capitano. Alla primavera comparivano i nemici per assediar qualche fortezza, e Costanzo aspettava la state per uscire in campagna; ed usciva, non già per andar contra di loro con tutto il suo magnifico apparato, ma per fuggir con diligenza, informandosi studiosamente a tal fine de' lor movimenti per ischivarli; di maniera che terminava ordinariamente la campagna in tornarsene i Persiani alle lor case pieni di spoglie dei miseri abitanti della Mesopotamia: dopo di che Costanzo si lasciava vedere per le città e luoghi saccheggiati, quasichè la venuta sua avesse messo lo spavento in cuore ai nemici, e fattili ritirare. In somma ci rappresentano Costanzo per un vile coniglio; e pur troppo, se si ha da parlare schietto, contuttochè, siccome abbiam veduto, san Girolamo [Hieron., in Chron.] parli di nove combattimenti seguiti in tutto il corso di questa guerra fra i Romani e i Persiani; pure ogni storico [Ammianus. Socrates. Festus. Eutropius et alii.] in fine confessa che l'armi di Costanzo non cantarono mai vittoria alcuna, anzi ebbero sempre delle busse; e che i Persiani presero e saccheggiarono or questa, or quella città, fecero gran copia di prigioni; e quantunque d'essi ancora fosse talvolta fatta strage, secondo le vicende giornaliere della guerra, pure senza paragone fu il danno patito dalle armate e terre romane. Ed ecco in succinto un'idea della lunghissima guerra di Costanzo coi Persiani, guerra infelice per lui, perchè principe sprovveduto di coraggio e saper militare, e perchè egli aveva ancora dei non lievi peccati che meritavano poco l'assistenza di Dio per felicitarlo in questa vita. Abbiamo da Teofane [Theophan., in Chronogr.] che un fiero tremuoto diroccò in quest'anno la maggior parte della città di Berito nella Fenicia, il che fu cagione che molti di que' pagani ricorressero alla chiesa e chiedessero il battesimo. Ma costoro dipoi, separatisi dai cristiani, fecero una assemblea, dove praticavano le cerimonie imparate da essi, vivendo nel rimanente da pagani.