Consoli
Flavio Aezio e Valerio.
Aezio, che fu console nel presente anno, era quel medesimo che abbiam veduto di sopra esercitare la carica di generale delle armate cesaree in Occidente. L'altro console Valerio godea varie dignità nella corte dell'imperadore d'Oriente. A dì 19 di luglio di questo anno diede compimento ai suoi giorni Celestino papa, come pretende il Pagi [Pagius, Crit. Baron.], pontefice santo, pontefice glorioso per molte sue azioni, e spezialmente pel suo zelo contra de' pelagiani, semipelagiani e nestoriani, e per avere mandato in Iscozia oppure in Irlanda Palladio, che fu apostolo e primo vescovo di que' popoli barbari. Ebbe per successore nella cattedra di san Pietro Sisto III, di patria romano, il quale non tardò a procurare, per quanto gli fu possibile, la pace nelle chiese d'Oriente, divise a cagion di Nestorio. Nel che parimente si adoperò con vigore il piissimo imperadore Teodosio, tanto che ne riuscì una tollerabil concordia. Avea ben Galla Placidia Augusta, per non poter di meno, appagata l'ambizione d'Aezio suo generale, con dichiararlo console nell'anno presente; ma non per questo cessava in cuore di lei l'odio conceputo pel tradimento fatto a Bonifacio conte, e per l'uccisione di Felice patrizio, e probabilmente per altre di lui insolenze ed iniquità. Noi già vedemmo, seguendo l'autorità di Procopio, che Bonifacio, poco dopo la rotta datagli dai Vandali, se ne era ritornato in Italia. Ma ossia che quella giornata campale succedesse nel presente anno, oppure che Procopio affrettasse di troppo il di lui ritorno, tanto san Prospero [Prosper, in Chronico.] quanto Marcellino [Marcell. Comes, in Chron.] scrivono ch'egli solamente in quest'anno dall'Africa venne a Roma, e di là alla corte che dimorava in Ravenna. Secondo Marcellino, egli fu chiamato dalla stessa Placidia Augusta per contrapporlo all'arrogante Aezio, il quale in questi medesimi tempi, per quanto abbiamo da Idacio [Idacius, in Chronico.], guerreggiava nella Gallia; e dopo aver data una rotta ai Franchi, i quali erano venuti di qua dal Reno, fece pace con loro. Era in questi tempi Clodione re de' Franchi, ed avea per figliuolo Meroveo, il quale amicatosi molto con Aezio, coll'aiuto di lui succedette col tempo al padre. Lo stesso vescovo Idacio, ch'era venuto a trovare Aezio per aver dei soccorsi contro gli Svevi, altro non impetrò, se non che fu spedito con lui Censorio per legato ad essi Svevi, che infestavano la Gallizia, per farli desistere da quelle violenze. Tornato adunque Bonifacio a Ravenna, non solamente fu rimesso in grazia di Valentiniano Augusto e di Placidia, ma dichiarato ancora generale dell'una e dell'altra milizia. Presso il Mezzabarba [Mediob., Numismat. Imper.] si vede in una medaglia di Valentiniano Augusto nominato Bonifacio. Prospero Tirone [Prosper Tiro, in Chron.] ci ha conservata la notizia che Aezio all'udire richiamato alla corte Bonifacio e conferito a lui il generalato, con restarne egli privato, per precauzione si ritirò in siti fortificati, immaginandosi che Bonifacio suo nemico cercherebbe di far vendetta contra di lui. Nè s'ingannò. Dopo pochi mesi Bonifacio con molte forze fu a cercarlo, e trovatolo (non dicono gli storici in qual luogo) gli diede battaglia, e lo sconfisse bensì, ma perchè erano venuti questi emuli stessi nel conflitto alle mani insieme, Aezio che, secondo Marcellino [Marcell., in Chronico.], avea preparato il dì innanzi un dardo ossia un'asta più lunga, il ferì gravemente con restar egli illeso. Fra pochi giorni, come vuole san Prospero, oppur dopo tre mesi, come lasciò scritto il suddetto Marcellino, Bonifacio di quella ferita si morì, lasciando Pelagia sua moglie molto ricca, e con indizio ch'egli cristianamente perdonasse ad Aezio, perchè esortò la stessa moglie a non maritarsi con altro uomo che con esso Aezio. Sebastiano conte, genero di Bonifacio, persona di gran credito, in suo luogo fu creato generale. Ora Aezio, trovandosi spennato e privo d'ogni autorità, si ritirò nelle sue terre, non so se nella Gallia, o nell'Italia; e quivi se ne stava ben in guardia. Ma avendo tentato un dì i suoi nemici con una improvvisa scorreria di sorprenderlo, egli non veggendosi quivi sicuro, se ne fuggì in Dalmazia, e di là nelle Pannonie, dove trovò il suo scampo presso gli Unni suoi antichi amici. In quest'anno Valentiniano Augusto con una sua costituzione [L. 3, lib. 4, tit. 23 Cod. Theodos.], indirizzata a Flaviano prefetto del pretorio, confermò i privilegi ai decurioni e silenziarii del palazzo, ch'erano guardie del corpo suo, per quanto crede il Gotofredo, ma che fors'anche son da dire una specie di milizia che stava nelle provincie, perchè dopo aver militato il dovuto tempo, loro è conceduto di venire alla corte, ancorchè non chiamati dal principe.
CDXXXIII
| Anno di | Cristo CDXXXIII. Indizione I. |
| Sisto III papa 2. | |
| Teodosio II imp. 32 e 26. | |
| Valentiniano III imperad. 9. |
Consoli
Teodosio Augusto per la quattordicesima volta e Petronio Massimo.
Massimo, che fu console in quest'anno, era uno de' senatori romani più ricchi e potenti. Gran confidenza passava tra Valentiniano Augusto e lui. Egli dipoi tirannicamente occupò l'imperio, siccome vedremo. Il padre Sirmondo [Sirmondus, in Not. ad Sidon. epist. 11 et 13; et Append. Du-Cange in Dissert. de Numism.] rapporta una medaglia, in cui da una parte si legge VALENTINIANVS P. F. AVG., e dall'altra PETRONIVS MAXIMVS V. C. CONS. In quest'anno Giovanni vescovo d'Antiochia che fin qui avea sostenuto il partito di Nestorio eretico, rinunziò al medesimo, per opera specialmente di Sisto romano pontefice. Ma non perciò s'ebbe una pace intera nelle chiese d'Oriente, restando tuttavia alcuni vescovi contrarii a Cirillo vescovo d'Alessandria, i quali eziandio appellarono alla santa sede romana, riconoscendo quel privilegio di cui era fin dai primi tempi in possesso la Chiesa romana. Fioriva in questi giorni nella Gallia Giovanni Cassiano, celebre autore delle Collazioni, ossia delle Conferenze de' padri, ma creduto infetto di opinioni semipelagiane: contra del quale prese la penna san Prospero d'Aquitania. Fioriva ancora in Egitto sant'Isidoro monaco ed abate di Pelusio. Abbiamo da Socrate [Socrat., Hist. Eccl., lib. 7, cap. 39.], dalla Cronica Alessandrina [Chron. Alexandr. ad hunc ann.] e da Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.], che nel presente anno seguì in Costantinopoli un fierissimo incendio, con restar divorata dalle fiamme una gran parte della città settentrionale colle terre appellate Achillee, e che durò quel fuoco per tre dì. Il cardinale Baronio attribuisce questo incendio, e la rotta data in Africa, all'aver Teodosio Augusto proceduto troppo mansuetamente contra di Nestorio, e all'averlo favorito molti nobili di Costantinopoli. Ma si fa torto a quel pio imperadore e al popolo di Costantinopoli che fu contra Nestorio, per nulla dire del concilio che lo condannò. Noi facciam troppo facilmente gl'interpreti della mente di Dio, il quale non ha bisogno di consigliarsi colle nostre povere teste, se vuol permettere le prosperità ai cattivi, nemici suoi, e mandar tribolazioni ai buoni, suoi amici. Già vedemmo che Aezio aveva spedito Castorio ambasciatore insieme con Idacio vescovo, autore della Cronica, agli Svevi che infestavano la parte della Gallizia sottoposta al romano imperio. Narra il medesimo Idacio [Idacius, in Chron.] che Castorio portò le risposte alla corte imperiale di Ravenna; e che Ermerico re di essi Svevi finalmente rinnovò la pace co' popoli della Gallizia, mediante l'interposizione de' vescovi, con essergli stati dati perciò ostaggi: ma che Sinfosio vescovo mandato da lui per affari a Ravenna, se ne tornò indietro colle mani vote. Erasi, per quanto abbiam detto, rifugiato Aezio nella Pannonia presso gli Unni, che quivi signoreggiavano; e pel credito che avea con que' Barbari, cominciò un gran trattato, per muoverli contro l'Italia. Rugila era allora il re di quella nazione. Prospero Tirone [Prosper Tiro, in Chronico.] chiaramente attesta che Aezio, ottenuto da esso re un poderoso esercito, s'incamminava verso queste contrade: il che udito da Valentiniano Augusto, che si trovava senza sufficienti forze da opporgli, chiamò in suo aiuto i Goti, a mio credere, quelli che dominavano nell'Aquitania. Ma l'intenzione dell'astuto Aezio era, non già di portar la guerra in Italia, ma di far paura a Valentiniano, affine di obbligarlo a rimetterlo in sua grazia, e nelle dignità che gli erano state levate. Ed in fatti, per attestato di san Prospero [Prosper, in Chron.], valendosi dell'amicizia e del soccorso di costoro, ottenne quanto volle da Valentiniano e da Placidia, i quali giudicarono meglio di cedere, benchè poco onorevolmente, all'impertinenza di costui, che di tirarsi addosso una guerra pericolosa. Ed ecco dove era giunta la maestà del nome romano. Anche Idacio scrive sotto quest'anno, che Aezio fu dichiarato generale dell'una e dell'altra milizia, e poco dopo ottenne anche la dignità di patrizio, come parimente attesta l'autore della Miscella [Histor. Miscell. lib. 14.]. Circa questi tempi, come credette il Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn, lib. 2.], ma forse molto prima, Galla Placidia Augusta terminò in Ravenna l'insigne e nobilissima basilica di san Giovanni evangelista, fabbricata vicino alla porta che si chiamava Arx Meduli. Allorchè essa venne col figliuolo Valentiniano da Salonichi verso Salona, o verso Aquileia, nell'anno 424, corse un gran pericolo per una fiera burrasca di mare; ed essendosi votata a san Giovanni evangelista, attribuì all'intercessione di lui presso Dio l'aver salvata la vita. Però, giunta a Ravenna, si diede a fabbricare in onore di Dio sotto il nome di questo santo Apostolo un tempio magnifico, che tuttavia esiste. Se ne può veder la descrizione nello Spicilegio della chiesa di Ravenna da me dato alla luce [Rer. Italicar. Scriptor. tom. I, part. 2.], ma non esente da qualche favola nata nel progresso de' tempi. Quivi si leggeva la seguente iscrizione, di cui anche fa menzione Agnello storico di Ravenna [Agnellus, in Vitis Episcopor. Ravenn. tom. 2, p. 1, Rer. Italic.], che fiorì circa l'anno 830.
SANCTO AC BEATISSIMO APOSTOLO
IOHANNI EVANGELISTAE
GALLA PLACIDIA AVGVSTA
CVM FILIO SVO
PLACIDO VALENTINIANO AVGVSTO ET FILIA
SVA IVSTA GRATA HONORIA
AVGVSTA LIBERATIONIS PERICVL.
MARIS VOTVM SOLVIT.